Sul prezzo del gas da Bruxelles una soluzione a metà

Il primo effetto dell’accordo raggiunto a tarda notte dopo molte ore di faticosissime trattative tra i massimi leader dell’Unione è stato, ieri, una percepibile diminuzione, intorno al 2%, del prezzo del gas che arriva in Europa. Buona notizia, ovviamente, anche perché l’effetto sul mercato registrato ieri è stato la prosecuzione di un trend al ribasso che durava da un po’ di giorni – da quando cioè era apparso chiaro che la Commissione comunque qualche proposta avrebbe dovuto metterla sul tavolo – e, si spera con qualche fondamento, l’anticipo di ulteriori diminuzioni di prezzo che potrebbero seguire nel prossimo futuro.

Ma i motivi di soddisfazione finiscono qui. Senza entrare troppo nei complicati aspetti tecnici delle decisioni che sono state messe nero su bianco nel comunicato finale del Consiglio, si può dire infatti che l’accordo consiste sostanzialmente in una soluzione a metà, frutto della più consolidata tradizione dei compromessi tra gli stati.

“Un corridoio di prezzo dinamico temporaneo”

Vediamo come. Alla richiesta di un tetto al prezzo del gas, fortemente avanzata dall’Italia, la Francia e altri dodici stati, si è risposto con il mandato alla Commissione perché definisca “un corridoio di prezzo dinamico temporaneo” sulle transazioni. Il capo del governo italiano Mario Draghi, dopo essere stato festeggiato e salutato probabilmente con rimpianto da molti dei suoi colleghi, ha manifestato la sua “soddisfazione” perché almeno sulla carta il price cap alla fine è passato. Ma anche a lui devono essere apparsi chiari i limiti della vittoria. In realtà il Consiglio europeo ha adottato una mezza soluzione, ha avuto il “mezzo coraggio” di introdurre un principio di prezzo amministrato ma, per così dire, fino a un certo punto e per un tempo limitato. Ai danni evidenti della sfrenatezza del libero mercato si risponde con una deleteria timidezza. Il riconoscimento delle preoccupazioni dei paesi in materia più liberisti, in primo luogo Paesi Bassi e la Germania, secondo i quali un tetto rigido rischierebbe di abbassare l’offerta con lo sviamento delle forniture verso altri lidi può avere anche qualche minimo fondamento, ma si ha l’impressione che sia stato usato, anche dalla Commissione, come un paravento dietro il quale nascondere le proprie esitazioni a far valere gli interessi della comunità sulla libertà assoluta di mercato. Pure la fissazione di un benchmark di riferimento per contrastare l’ingordigia speculativa ad Amsterdam e dintorni denota la prevalenza della stessa logica. Anche in materia di energia la finanza conta più dell’economia e le Borse più della politica.

Altrettanto deludente è il capitolo della (non) messa in comune delle risorse. Di fronte al pericolo della pandemia l’Unione era riuscita a trovare la strada di una straordinaria iniziativa comune basata sulla condivisione delle disponibilità e, quindi, del debito. La crisi energetica che sta mettendo in ginocchio larga parte del mondo delle imprese e precipitando nelle povertà larghi strati della popolazione richiederebbe la stessa capacità di risposta, ma non se ne vede al momento traccia. Non solo non c’è alcun recovery fund energetico, ma anche la più semplice delle iniziative comuni, acquisti congiunti di quantitativi di gas in una economia di scala che abbatterebbe evidentemente i prezzi, è stata decisa, sì, ma contenuta sotto il modesto livello del 15%. Inoltre, non si è data alcuna indicazione su quale organismo dovrebbe assumersi il compito di gestirli, questi acquisti comuni, e con quali strumenti giuridici. Insomma, siamo nel regno delle vaghezze.  Non si farà, quindi, come nell’emergenza pandemica si è fatto con i vaccini. Ogni paese dovrà continuare a trattare con i fornitori per conto proprio, con la prospettiva che continuino e si aggravino la concorrenza e le rivalità tra gli stati.

Insomma, di fronte alla gravità della situazione energetica e alle fosche previsioni per l’inverno ormai imminente, non si può dire che le istituzioni di Bruxelles siano state del tutto assenti. I piccoli e insufficienti passi che comunque sono stati compiuti indicano che almeno la consapevolezza della necessità di una risposta comune stia crescendo. Ma appaiono ancora una volta drammaticamente evidenti i limiti della costruzione comunitaria che, forse con un po’ troppo ottimismo, molti avevano pensato che avrebbero ricevuto un colpo decisivo dalla svolta che portò al Recovery Fund e poi al Next Generation EU.