Sul MES l’insostenibile leggerezza del governo Meloni

Anche quel giapponese che rimase vent’anni nella giungla d’un’isola del Pacifico dopo la fine della seconda guerra mondiale alla fine dovette arrendersi. Per il governo italiano la fine della guerra è stata, una decina di giorni fa, la sentenza con cui la Corte costituzionale tedesca ha giudicato perfettamente legittima la ratifica da parte del Bundestag del MES, il Meccanismo Europeo di Stabilità. Fino a quel momento esisteva un argomento – molto, ma molto surrettizio – che il governo italiano poteva usare per rimandare un atto che il resto dell’Europa dell’euro, intesa come istituzioni e come singoli stati, considerava dovuto e non rinviabile: aspettiamo la Germania. Ora la Germania è arrivata, la guerra è finita ma Meloni e Giorgetti non si arrendono e si sdraiano dentro un’ultima trincea: ci vuole “un ampio dibattito in Parlamento”. E se in Parlamento l’attuale maggioranza (magari monca di Forza Italia ma con qualche supporto grillino) vota per non ratificare che cosa si fa? L’Italia continua ad impedire l’adozione di uno strumento che, checché se ne pensi (anche molto male) tutti gli altri paesi vogliono? E vogliono, a questo punto, così com’è ora, per quanto alquanto imperfetto, discutibile e criticabile possa essere giudicato?

Trattamenti diversi

commissione-unione-europeaDiciamo la verità, la riforma del MES, l’atto che tutti gli altri hanno ratificato e noi no, non risolve tutti i problemi del fondo salva-stati che venne istituito nel 2012 come entità giuridica autonoma al di fuori della giurisdizione dell’Unione europea dopo l’esperienza traumatica dell’austerity di ferro imposta alla Grecia. In particolare, continua a riservare trattamenti diversi ai paesi che hanno una situazione di bilancio in ordine e quelli finanziariamente un po’ ballerini. Per i primi le condizionalità imposte sono piuttosto blande, per i secondi sono molto più stringenti, prevedendo misure da concordare in termini di riforme e di risparmi, anche se la riforma ha cancellato l’ipotesi del ricorso a quello strumento odioso che era il Memorandum of Understanding con il quale la trojka di infelicissima memoria torturò la Grecia, e poi meno duramente a Irlanda e Portogallo, con misure capestro per rientrare nei ranghi.

La diversità di trattamento tra paesi “virtuosi” e paesi con problemi di bilancio può essere comprensibile ma certo non è bella, essendo il MES uno strumento che sarebbe in teoria destinato proprio a intervenire, per sanarle, nelle situazioni di difficoltà. È come se uno stato adottasse un programma di prestiti per i cittadini più poveri e poi chiedesse sui prestiti stessi garanzie che i poveri non sono evidentemente in grado di offrire. Il Meccanismo di Stabilità, che – ripetiamo –  non è un organismo dell’Unione, ma è governato da un consiglio costituito dai ministri ecofin di tutti i paesi dell’euro ed è diretto da una personalità esterna alle istituzioni di Bruxelles (attualmente il lussemburghese Pierre Gramegna), insomma tende a gestire le proprie disponibilità più con la logica di una banca che di un organismo politico. E si tratta di disponibilità notevoli: il capitale sottoscritto è di 704,8 miliardi di euro, di cui 80,5 versati. A questo capitale l’Italia contribuisce per 125,3 miliardi, di cui 14 versati: la stessa quota, in percentuale, di Germania e Francia.

Il “MES sanitario”

Un capitolo da considerare a parte è, all’interno del MES, il Pandemic Crisis Support, ovvero un meccanismo di prestiti fino al 2% del Pil che ogni paese che aderisce al sistema può chiedere per fare fronte alle spese sanitarie. Questi prestiti erogati dal fondo MES generale non sono condizionati da alcun obbligo se non quello, ovvio, della restituzione e hanno un costo molto inferiore a quelli che gli stati pagherebbero sul mercato.meloni In Italia c’è stata, all’inizio della pandemia, una dura contrapposizione tra chi riteneva che i 36 miliardi circa che il governo di Roma avrebbe potuto ricevere aderendo al prestito sarebbero stati un aiuto indispensabile per la sanità in crisi pesante e chi – Giorgia Meloni e il suo partito in testa, ma anche i Cinque Stelle – non voleva temendo le condizionalità, che in realtà non c’erano o erano minime, che lo avrebbero fatto diventare per noi “una fregatura” (Meloni dixit).

Nella situazione di crisi endemica ma tendente a rapidi deterioramenti del sistema sanitario italiano, con i pronto-soccorso che scoppiano, gli specialisti che mancano e i medici che scappano dal pubblico, a ogni persona ragionevole dovrebbe essere evidente che il “MES sanitario” sarebbe utilissimo ed è assurdo che non vi si faccia ricorso. Sul MES in sé e per sé il discorso è invece meno semplice. Qualche buona ragione gli oppositori possono farla valere. Ma la situazione di fatto è che, al punto in cui siamo, non c’è né tempo né spazio politico per le correzioni che sarebbero necessarie e che il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che pure dovrebbe essere ben consapevole delle logiche con cui funzionano le istituzioni europee, continua vanamente e un po’ pateticamente ad invocare. Proprio l’atteggiamento dell’attuale governo italiano con il suo boicottaggio e i ridicoli tentativi di nascondersi dietro i ritardi della Germania ha compromesso, ammesso che ci fossero, le possibilità di riaprire il discorso sui difetti e sulle iniquità del meccanismo.

Cultura politica

lagardeCi si può chiedere perché a palazzo Chigi e a Via XX Settembre non lo capiscano e insistano a fare il soldato giapponese. La spiegazione c’è, almeno per quanto riguarda la presidente del Consiglio: l’uso spregiudicato e propagandistico della “postura”, per dirlo con il termine (improprio) caro alla retorica meloniana, dello “sbattere i pugni sul tavolo” dell’Europa avendo come “stella polare” (sempre parole sue) gli “interessi nazionali” dell’Italia. Lo stesso atteggiamento che ha portato il suo fedelissimo Guido Crosetto a fare fuoco e fiamme contro Christine Lagarde dopo che la presidente della BCE aveva prospettato il fatto che la politica dei rialzi dei tassi e del ritiro dalle obbligazioni degli stati è destinata a durare, almeno fino a che l’inflazione viaggerà ai livelli attuali. Il ministro della Difesa prestato all’Economia si è presentato a lamentarsi del “regalo di Natale” esibendo un grafico dei “disastri” che le dichiarazioni di madame Lagarde hanno provocato sugli andamenti delle Borse, subito supportato dall’eterno Salvini anch’egli preoccupato per l’economia europea e anch’egli apparentemente ignaro del fatto che tra i compiti del presidente della BCE c’è quello di frenare l’inflazione ma non c’è quello di occuparsi dei cali delle Borse. Anzi.

Insomma, il problema non è tanto la ratifica del MES, che arriverà alla fine come arrivò la resa del soldato giapponese, ma la cultura politica che questo governo esprime quando entra in qualche modo in conflitto con le istituzioni europee. E anche, va detto anche questo, un certo grado di ipocrisia con quelle relazioni vengono gestite. Ancora ieri la presidente del Consiglio e il suo ministro dell’Economia continuavano a vantarsi della “promozione” della manovra economica che è stata, sì, accettata perché non presenta sfondamenti di bilancio, ma è stata duramente contestata dalla Commissione europea sui capitoli più importanti: pensioni, fisco, uso del contante e della moneta elettronica. Giudizi negativi che sono poi quelli che hanno portato ieri la CGIL e la UIL a riempire le piazze di lavoratori scontenti.