“Suicidi” di oligarchi e raffica di incendi: cosa succede a Mosca

Post hoc propter hoc, dicevano i latini. Dopo di questo? A causa di questo. Non è certo una bizzarra coincidenza che ultimamente oligarchi russi di alto o medio spessore lascino in modo violento questa valle di lacrime oppure che strutture strategiche per la Russia cadano preda di incendi. In piena guerra d’aggressione. Sono spie di una crisi endogena esasperata dall’avventura militare in Ucraina, emergenze, guarda caso, poco o nulla commentate dai cip cip complici dell’apparato “informativo” locale e del resto di non facile lettura in generale. Quella scorsa è stata una settimana di fuoco che ricorda un’atmosfera da Chicago anni Venti o forse, per meglio dire, la San Pietroburgo dei primi anni di effervescenza post-sovietica, quella del sindaco Sobčak e della sua ombra, il tenente colonnello Vladimir Putin.

Lunedì 18 aprile la polizia trova cadavere Vladislav Avayev nella sua casa di Mosca, accanto i corpi della moglie e della figlia appena adolescente. Una strage. Avayev? Ex presidente della Gazprombank, ex vicedirettore dipartimento alla tesoreria del Cremlino, ultimamente socio in affari della figlia di Nikolaj Volobuyev, vicecapo della Rostec, colossale holding di Stato con spiccate attività nel settore della difesa e salotto industriale di casa per Putin, i suoi amici e i suoi parenti. Martedì è la volta di Sergey Protosenya: morto impiccato nella sua villa di Lloret de Mar sulla Costa Brava, morte la moglie e la figlia di tredici anni. Protosenya? Vicepresidente della Novatek idrocarburi, di cui è comproprietario Gennadij Timchenko, amico intimo di Putin. Detto che la Novatek pare sia  stata esonerata dall’obbligo di vendere il suo petrolio in rubli, è da segnalare il buon conto in banca di Protosenya, 400 milioni di dollari, la valuta sterco del demonio occidentale adorata dall’enclave dello Zar. Ma i soldi non danno la felicità, colto da un momento di nervosismo Protosenya ha massacrato a colpi d’ascia moglie e figlia e si è appeso. Questa la versione ufficiale, una fotocopia del rapporto reso dalla polizia di Mosca per Avayev: doppio omicidio seguito da suicidio, un’altra grave crisi di coppia.

Quattro roghi in cinque giorni

L’incendio a Tver

Mercoledì passa tranquillo, giovedì mattina a Tver, 150 chilometri da Mosca, scoppia un incendio nell’Istituto centrale di ricerca delle forze aerospaziali. Nel tardo pomeriggio dello stesso giorno un altro incendio, a Kineshma, 400 chilometri dalla capitale, dove le fiamme devastano l’impianto chimico Dmitrievsky, il più grande produttore di solventi industriali in Russia e nell’Europa orientale: sette morti e molti feriti. Venerdì un grosso incendio si sviluppa nel polo industriale di Korolev, regione moscovita, pesanti danni agli stabilimenti di produzione d’energia e componentistica aerospaziali. Tutti e tre luoghi in cui la sorveglianza, della polizia e dell’esercito, dovrebbe essere quanto meno non minore di quella adottata per i dissenzienti e i redattori di giornali e tv. E invece, sabotaggi di complessa lettura. Mentre forse è più decifrabile il rogo del 25 aprile in due depositi di carburante della Rosneft a Bryansk, nel Sud Ovest della Russia, a 150 chilometri dalla frontiera ucraina: la relativa vicinanza al confine potrebbe far pensare a un’azione ritorsiva di Kiev, “opportunamente” assistita, segno di un inasprimento ulteriore del conflitto.

Morti misteriose

Omicidi-suicidi, altrettanto “misteriosi” attacchi a gangli sensibili del sistema politico-industriale-militare russo (e la conquista dello spazio nella nuova narrazione imperiale putiniana ha un ruolo centrale). Dove nasce questa corrente di destabilizzazione? Ci sono in atto complotti? Oppure sono regolamenti di conti? Indici di crepe nell’establishment? Dissenso silenziato, oppositori politici in carcere o al cimitero in compagnia delle decine e decine di giornalisti eliminati, dalla Politkovskaja a Paul Khlebnikov, ong assimilate ad agenti del nemico occidentale, manco più uno straccio di terrorista ceceno da dare in pasto agli umori peggiori di un’opinione pubblica eterodiretta: la propaganda tace, non ci sono colpe da affibbiare all’esterno, i tombini da cui sale il fango sono in Russia. All’inizio di quest’anno muore nel bagno di casa, nella regione di San Pietroburgo, il capo del servizio trasporti di Gazprom,

Leonid Schulman

Leonid Shulman. Un cappio al collo è risolutivo anche per Aleksandr Tyuliakov, vicedirettore del centro pagamenti di Gazprom. Il big game dell’energia è da sempre al cuore della Russia post sovietica, negli anni ruggenti di svendita eltsiniana del patrimonio collettivo gente di mano lesta, già ben allenata a lavorare tra le pieghe del sistema sovietico, acquisiva per un tozzo di pane il petrolio, lo rivendeva all’estero lucrando cifre immense e quindi riconosceva una bella mazzetta ai funzionari corrotti. Una cogestione armoniosa, con meccanismi oliatissimi mai  dismessi, spregiudicata grazie alla cooperazione fattiva della Organizacija, la mafia russa, che poi sono tante mafie, come quella sanpietroburghese di Tambov, collegata, secondo l’inchiesta spagnola “Troika”, ad alte cariche dello Stato russo. Molto se non tutto l’aveva capito un patriota vero, Aleksandr Litvinenko, ex agente dei servizi russi avvelenato dal polonio. Troppo aveva capito di quella Russia rampante che Wikileaks ha definito “uno stato mafioso virtuale”, in cui distinguere attività amministrative di Stato da intraprese mafiose è impossibile. Alexey Navalny – ora “seppellito” in carcere da un giudice al quale il governo aveva chiesto un favore che non si poteva rifiutare – non aveva mai smesso di indagare sulla corruzione e sui legami tra mafija e entourage putiniano.

Essere oligarca oggi in Russia, si sia o meno di ascendenza Fsb (servizi segreti), significa quasi sempre esser legato da patti scellerati, in primo luogo con la propria coscienza. Chi a patti non voleva scendere, vedi Michail  Chodorkovskij quando guidava la Iukos, la sua compagnia petrolifera, è finito in galera ed è stato spogliato dei suoi averi. Le sue colpe? Finanziare l’opposizione democratica, offendendo così lo zar e, peggio ancora, accettare per la Iukos il sistema internazionale di auditing (revisione e verifica della contabilità) e operare secondo la pratica finanziaria internazionale, “in chiaro”. Che pratica commerciale è, ad esempio, pretendere un pagamento in rubli per un gas contrattato in dollari? Banditesca? Una cosa del genere, sì. E frutto di un pluridecennale esercizio di galleggiamento su fondi neri, di slalom tra le zone grigie dell’economia, degli appalti, del complesso militare-industriale.

E allora, perché suicidi a raffica che puzzano di esecuzione mafiosa? Perché gli incendi? Poco più di un mese fa, era il 18 marzo, l’agenzia Adnkronos riferiva quanto scritto da una presunta talpa dell’Fsb, in una lettera inviata a Vladimir Osechkin, attivista dei diritti umani in esilio: le forze dell’esercito russo non sono sufficienti per una conquista dell’Ucraina intera e c’è la possibilità che si verifichino atti di terrorismo per distrarre l’attenzione dalla poco soddisfacente “operazione militare speciale” oppure, all’opposto, per “giustificare una permanenza molto più lunga delle truppe russe sul territorio ucraino”. Un’ipotesi molto discutibile, se analizzata oggi e visti gli obiettivi sabotati, che farebbe sconfinare così gli apparati nell’autolesionismo: a quel punto sarebbe convenuto di più creare allarme distruggendo un paio di condomini, come fecero, con ogni probabilità, i servizi russi per “facilitare” l’odio anti-ceceno in vista della seconda guerra nel Caucaso settentrionale. Più suggestiva la tesi che propende per attacchi di hackers capaci di agire a distanza sul termostato delle caldaie causando cortocircuiti.

Diseguaglianze crescenti

Ma lo scenario offre dell’altro. Sullo sfondo di una crisi economica destinata ad acuirsi con le sanzioni, con una povertà assoluta in diminuzione ma una povertà relativa in aumento, con l’87% della ricchezza del Paese in mano al 10% della popolazione, la guerra in Ucraina potrebbe portare a una situazione sempre meno gestibile. Altro che riscossa del Russkij Mir, il mondo russo, secondo le linee neo-staliniane di Putin. Non si può così escludere che il protrarsi della guerra stia dando fastidio a gruppi di potere che già sono stati danneggiati dal conflitto, conglomerati politico-mafiosi, contrabbandieri su scala mondiale che non vedono di buon occhio la chiusura dei porti e il blocco dei traffici sul Mar Nero (ne ha scritto Roberto Saviano sul Corriere della Sera). Gli incendi e i “suicidi” potrebbero essere avvertimenti. Non bonari: fateci fare i nostri affari, altrimenti… E perché escludere che la guerra, con la più che possibile acquisizione del Donbass o di parte di esso, una regione ricchissima in materie prime e terre rare, abbia sollecitato qualche scossa di assestamento nel sistema di potere (palese e meno nominabile) russo? Le dichiarazioni del Cremlino o da lì fatte filtrare, parlano, poi, ogni giorno una lingua diversa: “ci interessa Mariupol e basta”, “vogliamo arrivare in Transnistria”. Un altro segno di discussioni, di tensioni sulla rotta da tenere tra chi vuole più guerra e chi meno, tra realisti e neo-imperialisti, dove gioca un grosso ruolo la paura di far saltare il tavolo sociale ed economico (coi relativi mega interessi politici e di tasca) in un Paese già discretamente sofferente.