Sui migranti l’Italia sbaglia tutto, il piano della Commissione Ue

Il ministro dell’Interno italiano è “soddisfatto”. Questo, almeno, ha dichiarato Matteo Piantedosi alle agenzie dopo aver letto il piano in 20 punti che la Commissione europea ha messo nero su bianco per definire i criteri che dovranno, in futuro, regolare il flusso dei migranti verso l’Europa attraverso il Mediterraneo, i salvataggi in mare e la distribuzione dei profughi tra i vari paesi. Insomma, tutto quello che è stato oggetto, negli ultimi giorni, di una bagarre nella quale il governo italiano ha fatto una pessima figura ingaggiando una improvvida guerra con la Francia ma dal quale – va detto anche questo – le istituzioni di Bruxelles e le cancellerie europee (Parigi in testa) non è che siano uscite proprio bene. Il piano sarà messo sul tavolo dei ministri dell’Interno e della Giustizia nella riunione del Consiglio già convocata per venerdì prossimo proprio per trovare un’intesa, almeno provvisoria, che eviti la lotta di tutti contro tutti in una materia delicatissima, che tocca la qualità stessa dei princìpi dell’Unione europea come l’emigrazione. Presentando le sue linee guida, il vicepresidente della Commissione Margaritis Schinas, che come commissario ha la delega dell’immigrazione, ha richiamato la necessità di trovare soluzioni strutturali a un problema che non è più, se lo è mai stato, di carattere emergenziale. “Non possiamo – ha detto – gestire la migrazione caso per caso, barca per barca”.

Cooperazione, non cinismo

Parole sacrosante, anche se le proposte della Commissione sono per ora più che altro una base di discussione. La quale contiene però alcuni punti fermi che a leggerli viene proprio da chiedersi di che cosa abbia a dichiararsi “soddisfatto” il ministro italiano. Si tratta infatti di esplicite sconfessioni dell’atteggiamento tenuto da lui, dal suo manovratore mica tanto occulto Salvini e da tutto il governo Meloni nella politica del pugno duro esibita con le navi delle ONG a Catania. In particolare, il piano ricorda che “assicurare assistenza a qualsiasi persona trovata in mare in situazione di difficoltà fino allo sbarco in un porto sicuro, a prescindere dalle circostanze che hanno portato le persone in tale situazione, è un obbligo legale per gli Stati Ue”. Per essere proprio chiari chiari, questo significa che le persone salvate da un possibile naufragio debbono essere portate in porto e sbarcate subito e che non ha alcun valore ogni pretesa di contestazione sulla zona SAR in cui si è manifestato il pericolo né su come e perché le loro imbarcazioni fossero finite in difficoltà proprio dove si trovavano, con tanti saluti alle accuse alle ONG di averle traghettate nelle sembianze di “taxi del mare” o di averle attratte col fantomatico pool factor.  Quanto alla assurda pretesa avanzata nei giorni caldi dello scontro secondo la quale dei profughi dovrebbe farsi carico lo stato la cui bandiera è battuta dalle navi che li raccolgono, il documento della Commissione è altrettanto chiaro: occorre “una cooperazione più stretta tra gli stati costieri e quelli la cui bandiera è battuta dalle imbarcazioni”. Una “cooperazione”, appunto, che ha per scopo quello di “facilitare un miglior coordinamento”, non certo l’assurdità di traversate di giorni e settimane in mare aperto per portare migranti esausti, malati, feriti dalle torture nei lager libici, bambini e donne incinte in Norvegia, ad Amburgo o chissà dove. Scenari che solo il cinismo d’un ministro abituato a pensare agli esseri umani come “carichi residui” poteva concepire.

Vediamo ora quali sono gli aspetti principali del piano che la Commissione sottoporrà ai ministri venerdì. Il documento è diviso in tre grossi capitoli.

Percorsi legali

Il primo riguarda le partenze dei migranti, che deve avvenire sulla base di una “collaborazione con i paesi partner e le organizzazioni internazionali”. Si tratterà di rafforzare le capacità dei paesi costieri del nord Africa di “garantire una migliore gestione” da un lato delle loro frontiere meridionali e dall’altro della migrazione verso l’Europa attraverso il Mediterraneo, rafforzando la lotta ai trafficanti di uomini e “intensificando i percorsi legali verso l’Unione europea” in collaborazione con l’Unhcr (l’agenzia per i rifugiati dell’ONU) e l’OIM, l’organizzazione mondiale delle migrazioni.  Politiche dei visti, insomma, e corridoi umanitari che consentano a chi cerca pace e protezione di raggiungere l’Europa legalmente e in sicurezza. Altro che “blocchi navali” della Meloni d’antan, poi per il pudore imposto dalla carica di governo convertite e riciclate in improbabilissime imposizioni di hub sul territorio degli stati nordafricani…

Il secondo pilastro vuole creare le condizioni per “un approccio più coordinato alla ricerca e al salvataggio” dei migranti in difficoltà”. Il piano propone “misure per rafforzare la cooperazione tra gli stati membri e tutti gli attori coinvolti nelle attività di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo centrale”. È del tutto ovvio che fra “tutti gli attori”, anche se il piano non le cita espressamente, sono comprese le navi delle ONG. La cooperazione dovrà far capo a un “Gruppo di contatto europeo per la ricerca e il salvataggio” che si avvarrà delle informazioni ricevute dalle attività di vigilanza di Frontex e degli stati costieri. Il piano prevede anche l’avvio di colloqui con l’Organizzazione marittima internazionale “sulla necessità di un quadro specifico e di linee guida per le navi, con particolare attenzione alle attività di ricerca e salvataggio”. Linee guida, non condotte obbligatorie da imporre alle navi delle ONG secondo i metodi inaugurati a suo tempo dall’allora ministro dell’Interno Minniti e oggetto di tentativi di imporle con la forza e a colpi di multe, blocchi e sequestri dagli eredi Salvini e Piantedosi.

Il terzo capitolo riguarda il problema che è stato il casus belli della guerra scatenata dal governo Meloni con la Francia: la distribuzione dei migranti sbarcati in Italia. Problema che andrebbe affrontato facendolo precedere sempre da una premessa: per quanto si possa pensare che esistano squilibri nella loro collocazione nei diversi paesi, i migranti che arrivano in Europa attraverso il nostro paese sono quella che in matematica viene definita una quantité négligeable, una massa tanto piccola da essere quali immisurabile. Si calcola che alla fine dell’anno toccheremo, per tutto il 2022, le centomila persone. Si tratta dello zerovirgolazerovirgolazero e chissà quanti altri zeri della popolazione italiana e chissà quanti altri zeri andrebbero ancora giunti dopo la virgola mettendoli in relazione ai quasi 300 milioni e più abitanti dell’Unione europea. Il fatto che la loro sistemazione abbia finito per diventare un problema che scatena risse e quasi guerre è uno dei segni più tristi della decadenza dei valori nella nostra parte del mondo. E anche della cecità verso il futuro, quando gli spostamenti di grandi masse di persone che ora consideriamo un’emergenza sarà una normalità infinitamente più problematica.

Detto questo torniamo alla miseria dei tempi presenti e vediamo che cosa propone la Commissione europea. È vero che un problema di redistribuzione dei migranti esiste e, pur essendo l’Italia molto indietro agli altri grandi paesi in fatto di presenza di stranieri in rapporto alla popolazione e di numero di richiedenti asilo, il governo di Roma ha qualche ragione nel lamentarsi di come non funziona la spartizione (brutto termine trattandosi di esseri umani) subito dopo gli sbarchi. L’ultimo tentativo di risolverlo, l’accordo tra 17 paesi a Lussemburgo il 22 giugno scorso siglato per l’Italia dalla ministra Lamorgese è stato larghissimamente disatteso. Anche perché, facciamo notare en passant, Emmanuel Macron come ritorsione nella guerra scoppiata con l’Italia, non si è preso (altra brutta espressione da usare) tremila e cinquecento profughi che gli toccavano (idem come sopra).

Indicazioni vaghe

Le indicazioni della Commissione su questo aspetto del problema sono colpevolmente vaghe. Anche perché partono da una piccola, ipocrita, rivendicazione di un risultato che non esiste. È quando si sostiene che “la Dichiarazione di solidarietà” di Lussemburgo”, la quale “prevede un meccanismo volontario e temporaneo per un anno”, farebbe “da ponte verso il futuro sistema permanente previsto dal Patto”. È difficile pensare che una cosa che non esiste, un meccanismo che non ha mai funzionato, possa fare da ponte verso checchessia. E quindi c’è da essere scettici sulle prospettive future, che nel documento vengono condite con la salsa delle buone intenzioni: “fornire un sostegno rapido agli stati membri che ricevono gli arrivi via mare”, “migliorare la flessibilità”, “snellire i processi e attuare il finanziamento di misure alternative di solidarietà”. Soldi, insomma, al posto di solidarietà e collaborazione sincera tra gli stati di quella che dovrebbe essere una comunità. Anche qui, che cosa avrà da essere soddisfatto il ministro Piantedosi?