Successo dei Verdi,
non basta una spruzzata
di ecologismo a sinistra

Il grande successo ottenuto dai Verdi europei nelle elezioni del 26 maggio – secondo partito in Germania, terzo in Francia, oltre il 10% in molti altri paesi dell’Unione – ha tante radici: alcune più recenti, il boom mediatico della mobilitazione giovanile per salvare il clima simboleggiata da Greta Thunberg, altre più profonde, l’aggravarsi oggettivo dei problemi ambientali e la loro crescente influenza negativa sulla salute e la vita personale di ognuno. Ma nasce anche da un processo squisitamente politico: il radicale cambiamento di profilo culturale e di discorso pubblico che ha attraversato i partiti Verdi in quasi tutta Europa.

Qui è una delle spiegazioni del perché l’onda verde non è arrivata al di qua delle Alpi, qui il motivo principale per cui dissento da quanto scrive su queste pagine Enza Plotino (qui), auspicando che nasca “un punto di vista che utilizzi il paradigma ecologista e il paradigma di classe per interpretare la realtà e agire un radicale cambiamento del mondo”.

Riformismo green

Questo, più che il futuro, è il passato, perché i Verdi quasi dappertutto in Europa sono nati dal seno della sinistra “antagonista” degli ultimi decenni del secolo scorso, mettendone sì in discussione visioni e certezze – a cominciare dall’idea della crescita economica come fenomeno lineare e illimitato – ma mutuandone il linguaggio di ribellione sociale e in molti casi l’ambizione anticapitalistica.

Successo dei Verdi in EuropaDa allora, sono passati trent’anni, è cambiato il mondo e sono cambiati, con il mondo, anche i Verdi europei, il cui progetto si è progressivamente identificato con un riformismo “green” che non rinuncia alla propria ispirazione originaria, ideologicamente “sovversiva”, ma la declina secondo i mutamenti sociali, economici, culturali che negli ultimi decenni hanno trasformato il perimetro e il senso dell’agire ecologista.

Oggi la sinistra novecentesca è in crisi verticale dovunque: quella “moderata” è ormai indistinguibile dall’establishment, quella “radicale” ripete stancamente analisi e ricette del tutto anacronistiche. E oggi, d’altra parte, essere ecologisti non significa più contrapporsi a uno sviluppo economico considerato nemico dell’ambiente, vuol dire impegnarsi per una “conversione” economica indispensabile sia per fermare i cambiamenti climatici e gli altri grandi problemi ambientali sia per dare prospettiva, solidità al concetto stesso di sviluppo.

Valori Verdi

Sviluppo verdeCerto, restano “di sinistra” molti dei riferimenti ideali, valoriali dei gruppi dirigenti Verdi, dall’europeismo all’attenzione ai diritti civili, e resta nei Verdi – anzi cresce – la consapevolezza che miglioramento ambientale ed equità sociale siano le due gambe inseparabili di un credibile progetto “progressista”.

Ma se in buona parte d’Europa i Verdi crescono continuamente nei consensi, se governano con successo regioni e città importanti, è perché si rivolgono a un elettorato socialmente e politicamente molto più vasto e articolato di quello che tradizionalmente sceglieva la sinistra (che è sempre più esiguo).

Allora, torno a quanto scrive Enza Plotino, se una lezione dobbiamo trarre come ecologisti italiani dall’onda verde rivelatasi nel voto europeo del 26 maggio, è di mettere in campo anche a casa nostra una proposta “green” rinnovata, contemporanea: come dimostrano numerosi esempi del passato recente, insistere in improvvisati cartelli elettorali che tengano insieme frammenti di sinistra e “spruzzate” di verde è la via più sicura perché questo non accada.