La scuola non funziona
se gli educatori sono
costretti al precariato

Premessa: l’assistente educatore è una figura professionale che opera all’interno delle scuole elementari, medie e superiori a sostegno degli alunni disabili perché, nonostante il Ministero della Sanità certifichi che siano necessari per coprire tutti i bisogni un totale di 100 docenti, il Ministero all’Istruzione ne mette a disposizione poco più della metà. Di fronte alla mancanza di circa il 50% dei docenti, per coprire gli studenti disabili, nelle città virtuose come la nostra Reggio Emilia, è l’ente comunale che cerca di metterci una pezza. E’ cosa buona e giusta, ma non tutte le pezze sono uguali.

Un lavoro delicato per 850 euro lordi al mese

Gli educatori, classificati come personale non docente, svolgono senza dubbio una funzione preziosa a supporto dei bambini e dei ragazzi più deboli, ma la responsabilità anche legale nei confronti dei minori resta in carico ai docenti e, anche nel centrosinistra, è assai debole la pressione che si fa sul governo centrale perché aumentino le assunzioni di docenti di sostegno.

La gestione del servizio di integrazione scolastica, a Reggio, è in carico alle Farmacie Comunali Riunite, che hanno affidato questo tipo di attività, attraverso una gara, ad alcune cooperative sociali del territorio che, con gli anni, hanno assunto un ruolo e un’importanza sempre maggiore.

Peccato che il contratto di lavoro che queste cooperative propongono agli educatori, che di fatto sono loro dipendenti, sia assai più scadente e precario rispetto a quello di un docente di sostegno regolarmente assunto dallo Stato con concorso pubblico.

Per prima cosa, lo stipendio: 850 euro lordi al mese, quasi la metà di un docente italiano, che pure è tra i meno pagati di Europa.

Anche così, in questi anni, si è abbassato il costo del lavoro scolastico: non facendo, anche nel centrosinistra, una lotta seria per avere concorsi e maggior assunzioni statali, ma promuovendo l’utilizzo di cooperative educative ed educatori. Solo nella nostra città sono centinaia che affiancano i bambini disabili. A tutto questo, negli ultimi giorni dello scorso anno, si è aggiunta una notizia, in gran parte passata in silenzio dai media. Eccola: se un alunno dovesse essere assente per più di un giorno, le ore di lavoro previste per l’assistente educatore non verrebbero pagate. Quando è noto che l’educatore, come il docente di sostegno, sono assegnati a una classe con bambini disabili, non a un bambino disabile.

A Reggio Emilia si pensa al lavoro a chiamata

La proposta elaborata dalle Farmacie comunali riunite ricorda il lavoro a chiamata tipico delle scuole private. E pare rientrata in extremis e rimandata al prossimo anno. Resta grave, anche solo come proposta. E lesiva sia della figura professionale degli educatori, sia degli studenti disabili e delle loro famiglie.

Sappiamo come l’attuale assessore alla cultura Annalisa Rabitti, tra l’altro ex capo delle Fcr, abbia posto con determinazione il tema della fragilità e della disabilità al centro dell’azione della nuova giunta. Proprio per questo ci auguriamo che, oltre alla mobilitazione suggestiva di Notte di luce e della diffusione in rete del bel video realizzato, possa aiutare a scongiurare un peggioramento della situazione di studenti disabili e degli educatori che se ne occupano in prima persona.

Ma è davvero utile la commistione tra scuola pubblica e coop private?

Con l’avvicinarsi delle elezioni regionali, in cui si è parlato anche di regionalizzazione della scuola in Emilia-Romagna, forse, è arrivato il momento di interrogarsi seriamente, anche nella nostra Regione, anche a Reggio Emilia, anche come Comune, su quanto la commistione tra scuola pubblica e cooperative educative private locali pagate dai Comuni faccia veramente bene alla scuola pubblica, ai nostri figli e ai nostri studenti, disabili e non; o non faccia bene.

E quanto invece potrebbe essere più efficace e chiara, anche per l’opinione pubblica, una posizione più critica e determinata nei confronti delle falle del sistema educativo pubblico statale, senza ricorrere necessariamente al privato locale, che rischia di portare, proprio da sinistra, – cioè proprio da chi dice di difendere di più la scuola pubblica, – una sua forma crescente di privatizzazione/esternalizzazione/precarizzazione che ha come obiettivo, ormai si è visto, dietro l’idea stessa di regionalizzazione oggi alla moda, il drastico abbassamento del costo del lavoro docente.