Stradella, nella Città del libro
dove il computer detta i tempi
e si lavora come schiavi 4.0

IL LIBRO – Viaggiando su un vagone semi vuoto delle Ferrovie Nord lombarde diretto a Stradella in una giornata d’inverno uggiosa e malaticcia, immagino la Città del Libro come una versione postmoderna della labirintica biblioteca benedettina nella quale Umberto Eco ambientò il Nome della rosa. Un dedalo di corridoi tutti uguali circondati da scaffali alti diversi metri, freddi come il metallo di cui sono composti e carichi di prossime uscite editoriali, stagionati long seller e volumi invenduti condannati alla custodia eterna o destinati al macero. Un luogo che è l’antitesi della babele borgesiana nella quale non esistono due testi uguali e dove l’unica cosa che conta è il contenuto e non il contenitore, ciò che il libro dice e non se abbia le pieghe agli angoli o qualche difetto di stampa. Un gigantesco, asettico deposito dove la serialità la fa da padrona e l’oggetto si prende la sua rivincita sul testo, quasi a voler affermare che non esiste un metodo di conservazione più sicuro della carta. (…)

La cittadina dell’Oltrepò pavese verso la quale misto dirigendo rappresenta il limite meridionale estremo della cosiddetta regione logistica milanese, un’area che da Novara sale verso Malpensa e Lentate sul Seveso, si abbassa verso Orio al Serio e Rivolta d’Adda per poi puntare su Piacenza e tagliare la Pianura Padana fino a quella Vigevano che non è più la stessa degli “scarpari” descritti da Lucio Mastronardi agli inizi del boom economico degli anni Sessanta, troppo occupati a inseguire il denaro e a farsi le scarpe tra loro per curarsi di una crescita anche culturale. Il confine immaginario passerebbe, sul suo lato meridionale, appunto per Stradella, seguendo il percorso della via Emilia, ideale linea del Rubicone logistico padano (…).

Alcune mappe più dettagliate la ritraggono come una sorta di stella a cinque punte asimmetrica con gli estremi a Como, Bergamo, Novara, Pavia e Piacenza. Ampliando lo sguardo, potrebbe somigliare a una corona posta sul capo dello Stivale, simbolo di un’economia un tempo fondata sull’agricoltura, modernizzata con le fabbriche e che ridimensionata e a tratti dismessa la produzione industriale, oggi punta tutte le sue carte sul deposito e sul trasporto di merci fabbricate chissà dove. All’interno di questo ovale o stella sgraziata che dir si voglia ogni anno si muovono merci per 140 milioni di euro, tra le 18.000 aziende e i 170.000 lavoratori che contribuiscono per un terzo al fatturato italiano del settore, si riproducono alienazione e sfruttamento, non diversamente che in una miniera di carbone degli anni Cinquanta o in uno scantinato della delocalizzazione produttiva nell’Oriente estremo di casa nostra, sia esso una Chinatown toscana o uno slum di bangladesi vesuviani (…).

I numeri della Città del Libro sono più impressionanti di quelli di qualsiasi grande libreria pubblica o privata nel mondo. Ogni anno vi entrano ed escono 90 milioni di libri, più della metà di quelli letti in Italia, una cifra che equivale a 400.000 tonnellate di carta stampata. Ogni giorno, gli ampi spazi del più grande magazzino editoriale d’Italia si riempiono di 60.000 copie delle cosiddette rese, vale a dire i testi invenduti rimandati indietro dalle librerie, nonché di altre migliaia di novità editoriali pronte a inondare l’asfittico e allo stesso tempo bulimico mercato dell’editoria libraria, dove la legge della domanda e dell’offerta non conosce proporzionalità, visto che il 40% della popolazione che legge almeno un libro all’anno ha la possibilità di perdersi tra più di 85.000 pubblicazioni di ogni genere. La gran parte di queste è ospitata nel deposito di Stradella, in un incessante movimento di entrata e uscita, partenze e arrivi, carico e scarico da tir e furgoni.

Sono le regole della concentrazione distributiva a spingere le società di distribuzione a cercare di diminuire i costi e allo stesso tempo rendere più rapidi i tempi di consegna. È grazie a questa continua corsa ad arrivare prima che, in qualsiasi parte d’Italia si risieda, è possibile vedersi recapitare comodamente a casa un libro entro le ventiquattro ore dall’ordine via internet, mentre in qualunque libreria si entri i tempi di attesa, nel caso il libro non sia a disposizione, sono sempre di alcuni giorni. Il bibliotecario di questo moderno sistema di catalogazione, ricerca e smistamento viene chiamato picker, con un linguaggio che arriva direttamente dall’America delle grandi piattaforme logistiche. In buona sostanza, è l’addetto alla preparazione degli ordini, il che vuol dire che deve cercare il testo indicato tra gli scaffali, prelevarlo e consegnarlo a un altro lavoratore perché sia impacchettato. Non c’è bisogno che sappia dove si trova un libro perché a indicargli la posizione con un margine di errore che rasenta lo zero è un computer portatile che porta sempre con sé. Non ha neppure il tempo di leggere per intero il titolo perché, se lo facesse, rallenterebbe fino a mandarla in tilt l’intera catena di montaggio di questa fabbrica 4.0, quella dell’industria cosiddetta intelligente nella quale l’organizzazione del lavoro è legata a un misto tecnologico di robotica e programmazione digitale. Figuriamoci se volesse soffermarsi sulla quarta di copertina o addirittura, mosso da un’insaziabile curiosità, provare a leggere l’incipit o un intero capitolo. Hai voglia a sostenere, come un giorno fece il regista Bernardo Bertolucci in una querelle lettera-rio-cinematografica d’altri tempi con lo scrittore Alberto Moravia, che “i facchini devono parlare come i filosofi” quando la filosofia ti passa tra le mani e non puoi nemmeno sfogliarla. Qui dentro non si può aprire bocca neppure per utilizzare la lingua come si è abituati a fare a casa propria o al bar, come sarebbe piaciuto invece a Pier Paolo Pasolini.

In questo moderno tempio della distribuzione culturale siamo agli antipodi della fabbrica “a misura d’uomo” immaginata e realizzata da Adriano Olivetti in un altro tempo e un’altra Italia, non ci sono un Ottiero Ottieri o un Paolo Volponi a dirigere e organizzare il personale al livello della loro statura intellettuale, come avveniva negli anni Sessanta a Ivrea. La lettura e ogni forma di cultura sono bandite dalla rigida scansione del tempo di lavoro e a comandare, per conto del padrone, è un algoritmo che, con fredda e geometrica precisione, regola i ritmi di lavoro senza bisogno neppure che l’addetto conosca con esattezza millimetrica la collocazione di un volume, come saprebbe invece un consumato bibliotecario dell’età analogica. A detenere ogni sapere è un cervello elettronico ed è lui che pensa per tutti. Il lavoratore non va educato e le braccia umane devono solo eseguire, condannando sé stesse a essere vittime della propria produttività, visto che le intelligenze artificiali, modellandosi sui dati che ricevono, alzano l’asticella in misura proporzionale alla velocità di preparazione degli ordini. Più i lavoratori andranno veloci, minori saranno i tempi registrati dal programma, che aggiornerà le prestazioni a quelle dell’ultimo record o alla media dei ritmi tenuti dall’intera squadra di lavoratori, come ha dimostrato un’inchiesta sugli schiavi dell’algoritmo che ha fatto scalpore nella Cina che si professa ancora comunista. In questo modo, il moderno stakanovista è condannato a rincorrere sempre di più sé stesso e a superarsi senza volerlo, senza che stavolta ci sia neppure un Gian Maria Volonté a ricordargli che non sempre la classe operaia va in paradiso.

 

 

Per gentile concessione dell’editore

pubblichiamo un brano del libro di

 

Angelo Mastrandrea

“L’ultimo miglio”

Manni Editore