Storia dei bambini di Lingfield
salvati dall’inferno della Shoah

“Bisogna lasciare la morte nei loro giochi”: quale situazione potrebbe suggerire una frase del genere, parlando di bambini? La dice Anna Freud, la figlia di Sigmund e psicanalista dell’infanzia, all’amica e collega Alice Goldberger. Siamo in un giorno dell’immediato dopoguerra e le due si confrontano su quanto sta succedendo a Lingfield. È una specie di ossimoro, questa frase. Ma è una specie di ossimoro Lingfield stessa: è un paradiso creato in un cottage nel Surrey che dal 1945, per alcuni anni, ospita venticinque bambini ebrei scampati all’inferno, chi ad Auschwitz e a Terezin, chi a un sottotetto o a un armadio in cui è vissuto per mesi al buio, solo e recluso, chi a un convento dove ha dovuto imparare a rispondere a un nome diverso dal proprio, recitare incomprensibili preghiere e fingere d’essere un piccolo cattolico. Lingfield è un luogo fiabesco, con le sue distese verdi, i giochi che si accumulano nelle stanze e il bendidio che sforna una cuoca amorevole.

Ma le favole che lì prendono la scena assomigliano il più delle volte ai passaggi più foschi di quelle più nere dei Grimm. Titti Marrone in un libro che prende il titolo in prestito da Cormac McCarthy – “Se solo il mio cuore fosse pietra” (Feltrinelli, pagine 240, euro 17,50) – ricostruisce la vicenda vera dei piccoli accolti nella casa di campagna messa a disposizione da sir Benjamin Drage. Erano una parte dei 732 bambini sopravvissuti alla Shoah e rimasti soli che a guerra finita il Jewish Refugee Committee ottenne fossero ospitati in Gran Bretagna e, dopo una primissima accoglienza al Lake District, distribuiti in vari centri. Giornalista e scrittrice, Titti Marrone in “Meglio non sapere” (2003) aveva ricostruito la vicenda delle sorelle Tatiana e Andra Bucci, bambine ad Auschwitz, le più giovani italiane sopravvissute al lager, e di Sergio De Simone, il loro cuginetto invece ucciso dai nazisti. E’ a Lingfield che le piccole fiumane erano approdate nel ’45. Ed è lì che “Se solo il mio cuore fosse pietra” ritorna per ricostruire, appunto, la vicenda collettiva che vi si svolse.

E’ un libro molto coraggioso e bello, questo di Titti Marrone. Se ricorriamo a una terminologia cinematografica e televisiva, viene da definirlo un “docu-drama”. La storia è vera ed è ricostruita con la debita ricerca d’archivio. Ma è resa sulla pagina con empatia romanzesca. Di necessità, perché quello che successe nel cottage del Surrey (e poi in una successiva residenza londinese) fu un’impresa davvero ai confini tra conscio e inconscio, tra veglia e sogno: con le armi della psicanalisi – la “scienza” che Freud non voleva fosse definita “ebraica” – Alice Golberger e la sua squadra di assistenti, guidati dietro le quinte da Anna, figlia di Sigmund, cercarono di riportare a un’esistenza vivibile quei bambini ebrei che avevano vissuto da svegli per anni il più inimmaginabile degli incubi. Con la psicanalisi e con tutto l’amore necessario, fa capire Titti Marrone.

In apertura i piccoli protagonisti sono elencati così: da Terezìn arrivano i primi sei, detti “i bambini del cucchiaio”, Judith Coehen, circa 4 anni austriaca, la bambina dai passi ciechi; Jack Spiegel tra i 3 e i 4 anni, austriaco, il bambino che ha paura del bus; Leah Rovelski, 4 anni berlinese, la bambina dagli occhi strabici; Berl Baruch, tra i 4 e i 5 anni, il piccolo che tortura gli animali; Bella Rosenthal, tra i 4 e i 5 anni, la leader prepotente; Gadi Jacobsem, tra i 4 e i 5 anni, il bambino dell’insonnia al contrario… E poi ancora da Auschwitz, dall’orfanatrofio e dal convento c’è la bambina che mangia fiori e quella che disegna sogni, la piccola che vuole cancellare i numeri e quello degli scherzi crudeli, quella dei peccati inventati e quella con il fratello sulle spalle. Di loro, arrivati in Inghilterra, non si sapeva niente, per qualcuno il nome, ma non per tutti: il bambino “con il diavolo sotto il letto” ribattezzato Denny doveva essere nato a Terezin e non aver visto altro che il lager. Bisognava dargli un’età, nome e cognome, un’origine. “Se solo il mio cuore fosse pietra” fotografa i piccoli di Lingfield in questo presente, inchiodati al loro dramma, poi li accompagna nella ricerca dei genitori veri o di cittadini disposti ad adottarli, nella crescita e nello sbocco nella vita adulta. Per alcuni, tutto sommato non pochi e non poche, vera: interessi, studi, lavoro, affetti, figli. Un miracolo? E’ uscito, il libro, in gennaio per il Giorno della Memoria. Dopo il 27 gennaio per strada sono arrivati un milione e mezzo di bambini ucraini sfollati, per una quota soli. Ci sarà anche per loro un inferno? A fine guerra ci vorrà per guarirli un paradiso come Lingfield?

Titti Marrone

Se solo il mio cuore fosse pietra

Feltrinelli