Stato, regioni e urbanistica.
Verso un’Italia di repubblichette

Cinquant’anni fa per la prima volta si votarono i consigli regionali, e si insediarono le relative giunte. Istituiti nel 1948 dalla Costituzione, i poteri regionali sono rimasti in un limbo per più di un ventennio. L’anniversario, che avrebbe dovuto ispirare bilanci e analisi su questa istituzione minacciata da una pretesa riforma (poi bloccata dall’epidemia di Covid-19), la famosa autonomia differenziata, è passato per lo più sotto silenzio.
Sarà che le regioni durante la pandemia hanno dato il peggio, chiedendo a fasi alterne più chiusure e più aperture, a seconda di questa o quella lobby da accontentare. O forse che il loro rapporto con lo stato centrale è stato più un braccio di ferro che un’interlocuzione dialettica.

Sarà che il protagonismo delle regioni a guida leghista – ma non solo, anche alcune regioni di centrosinistra hanno seguito quel cattivo esempio – ha cercato di scardinare le regole di buon senso e buon governo, ed è incerto quello che accadrà nella discussione sul Recovery Fund.
E invece sarebbe ora di studiare quanto il “modello lombardo” abbia inciso sulla crisi segnata dalla pandemia in quella regione, visto che la privatizzazione del servizio pubblico e il foraggiamento del privato l’ha lasciata drammaticamente impreparata all’emergenza sanitaria. E quanto abbia inciso sull’impoverimento della popolazione, il precariato, il declino del welfare.

Territorio senza governo

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Foto di mostafa meraji da Pixabay

A colmare il vuoto di analisi, almeno in parte, il recente volume a cura di Giancarlo Storto, “Territorio senza governo. Tra stato e regioni: a cinquant’anni dall’istituzione delle Regioni”, editore DeriveApprodi, 236 pgg, 20 euro.

Un lavoro a più mani in cui il coordinatore ha chiamato al capezzale di stato e regioni sedici osservatori privilegiati, tra cui Ada Becchi, Vezio De Lucia, Alessandro Dal Piaz, Mauro Baioni, Laura Travaglini, Immacolata Apreda.
Non di sanità si parla: il tema è il governo del territorio, il cui degrado deriva dal fatto che stato e regioni a pari merito hanno abdicato dal compito di “esercitare compiutamente le funzioni costituzionalmente di loro competenza”.

Drammatica assenza di piani regolatori e standard urbanistici

Eppure era proprio nell’incontro tra stato e regioni che si sarebbero dovute incontrare le politiche di urbanistica, tutela ambientale e ecologica, della difesa del suolo, di organizzazione del territorio su scala nazionale, per l’Italia un settore delicato e vitale. E invece, se le regioni del nord hanno strumenti e standard urbanistici, moltissimi comuni meridionali non hanno ancora un piano regolatore.

Le zone agricole sono spesso pensate come aree disponibili a tutti gli usi. E se fa eccezione virtuosa la legge regionale Toscana sulla tutela integrale, nel Sud è quasi scomparso lo spazio agricolo occupato alla rinfusa da costruzioni legali e illegali. Con il risultato che i paesaggi agricoli resistono al nord e in qualche regione del centro, dal Lazio in giù sono erosi, divorati dalle superfetazioni. Situazione su cui hanno pesantemente inciso anche i ripetuti condoni.

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Foto di anarosadebastiani da Pixabay

L’edilizia pubblica

Il primo settore in cui è vistoso il fallimento delle istituzioni è l’edilizia pubblica. La domanda non è affatto in declino, purtroppo per l’impoverimento di larghe fette sociali e per l’aumento delle disuguaglianze sociali.

Ma, se da una parte le risorse investite in nuovi appartamenti sono quasi inesistenti, dall’altra il patrimonio pubblico è lasciato senza manutenzioni, quando non impoverito dalla sciagurata vendita agli assegnatari. Proprio per, è esplicito, liberarsi del compito di gestirlo, manutenerlo e riadeguarlo. Poiché lo stato ha devoluto alle regioni lo stock abitativo, ma nessun finanziamento: rubinetto chiuso.

Così lo stato rinuncia alla programmazione e alla tutela

Non solo. In diversi interventi del volume si fotografa la rinuncia alla programmazione da parte dello stato, che ha portato all’assenza di tutela controllo o surroga sui piani urbanistici regionali. L’estemporaneità degli interventi dopo i terremoti per dimenticarsi qualche mese dopo appena della prevenzione sismica.

Il consumo del territorio e l’oblio degli standard urbanistici, in cambio delle corsie privilegiate a pretesi interventi rigenerativi. La babele dell’urbanistica regionale, che usa invece della pianificazione gli istituti della perequazione e della compensazione che, insieme all’invenzione dei diritti pianificatori, danno ossigeno e vigore alla rendita fondiaria. E dunque all’interesse dei privati.

Per invertire la tendenza, propone Vezio De Lucia, basterebbe una norma che azzeri il consumo di suolo nel territorio non urbanizzato. Circondando con una linea rossa i centri storici e l’ampiamento degli ultimi settant’anni. Una sorta di invalicabile cinta muraria virtuale che consenta, all’interno, riqualificazione restauro risanamento. Ma che lo vieti all’esterno. Utopia? Forse no.

L’incubo dell’autonomia differenziata

Un durissimo attacco all’autonomia differenziata – ora non se ne parla più, ma c’è da giurare che risorgerà una volta tramontata l’emergenza Covid-19 – è firmato dal costituzionalista Massimo Villone.

Dai cedimenti del Pd alla Lega con i preaccordi del 2018 in cui “si rompe l’architettura solidaristica della Costituzione e si manda in soffitta il principio che i cittadini della Repubblica siano tutti uguali, in ogni luogo”. Al governo gialloverde, in cui la questione delle autonomie viene saldamente impugnata dalla Lega e si ipotizza la piena regionalizzazione delle potestà legislative su scuola e sanità, strade porti e ferrovie, ambiente territorio soprintendenze culturali, tutela del lavoro retribuzioni previdenza.

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Foto di mostafa meraji da Pixabay

Una tendenza che il governo giallorosso non ha invertito. Per ora bloccata dal Covid-19 e dalla penosa figura delle amministrazioni regionali in generale, e dei nodi venuti al pettine in Lombardia, ma favorita dalla diminuzione di potere del Parlamento.

E non solo per il taglio dei parlamentari, ma anche perché il governo ha gestito l’emergenza in modo troppo centralistico. Evitando però di utilizzare i poteri sostitutivi che l’articolo 120 della costituzione, comma 2, avrebbe potuto garantirgli.

L’Italia delle repubblichette

Commenta Villone: il governo, “con ciò ha sostanzialmente azzerato la norma. Se non nel corso di una pandemia, quando mai si potrà applicare? Nella conferenza stato regioni la preminenza delle regioni del nord è indiscussa, e non sono certo regioni virtuose per la salvaguardia dell’ambiente e territorio. Nella governance multilivello del paese il livello regionale (a trazione leghista) si rafforza, quello nazionale si indebolisce. Il protagonismo delle regioni non si dissolverà, soprattutto in vista delle risorse Ue”.
Concludendo amaramente: “E’ possibile che stiamo assistendo alla scrittura da parte di una mano invisibile di una nuova Costituzione, per un’Italia di repubblichette”.