Bologna, le candidature
non sono più
una partita di curling

Per un anno il dibattito sui candidati sindaco di Bologna è andato avanti col fascino e l’appeal di una partita di curling. Un vincitore annunciato. Le solite polemichette sugli schemi di gioco. La depressione pandemica. L’incertezza sulle primarie e le elezioni vere. Sugli spalti poco pubblico e piuttosto annoiato. Poi è arrivato lui, il Lo Renz d’Arabia, col suo inconfondibile stile e apriti cielo. Uno due tre casino. Un altro bel “staisereno” a Letta. Il panico nel Pd. Giochi riaperti. Tutto di nuovo in discussione. Divertimento assicurato. Altro che curling.

Il delfino e gli altri

Un anno fa, dicevamo. Sul lato sinistro del Palaghiaccio, in pole position, il predestinato del Pd: l’assessore alla cultura Matteo Lepore, un passato in Legacoop, vicino alla sinistra tradizionale con legami che vanno dall’Arci ai centri sociali, dalle Cucine Popolari di Roberto Morgantini alle Sardine. Da anni studia da sindaco ed è il delfino di Virginio Merola. Sul versante destro, invece, tutti fermi, infreddoliti, in attesa di sapere quale sarà la formazione e il miglior candidato… alla sconfitta.

Matteo Lepore

Negli spogliatoi, a scaldarsi solo le riserve: gli assessori moderati del Pd Alberto Aitini e Marco Lombardo, l’avvocato Lgtb e dei diritti civili Caty La Torre, l’ex segretario Cisl Achille Alberani che ci prova da una vita, solo per restare nel campo del centrosinistra. “Semplici bastardi”, come ebbe a definirli l’estate scorsa il sindaco Merola. Un modo per dire che non c’era bisogno di cercare i “migliori”, o peggio ancora un “papa straniero” (Cofferati basta e avanza). Il candidato alla sua successione poteva benissimo essere scelto dal basso, tra le persone “cresciute a pane e politica nella società e nei quartieri”. Come i suoi “ragazzi” di giunta.

Una visione contrastata però da una parte degli iscritti Pd che fanno riferimento all’ex segretario della federazione, Francesco Critelli – passato a suo tempo, in un amen, con Renzi per sbarcare in Parlamento – e dai due parlamentari che negli ultimi anni si sono spartiti il controllo dei circoli bolognesi del Pd: Andrea De Maria e Gianluca Beneamati. Il primo schierato con Cuperlo e Zingaretti e a favore di una “soluzione unitaria” senza passare dalle primarie, il secondo espressione della parte cattolica e più moderata del partito. Risultato: la consultazione tra i “dirigenti” (ben 230, un numero che stride con la carestia di tesserati: 37mila nel 2019 in tutta l’Emilia-Romagna) ha visto prevalere Aitini su Lepore.

Primarie sì, no, boh

A completare questa discussione tutta interna al Pd, sei mesi di tira e molla su primarie sì primarie no, primarie del Pd o primarie di coalizione, candidato unitario e niente primarie. Mentre nei soliti “salotti” cittadini si continuava a sfogliare la margherita dei nomi dei possibili migliori, da Romano Prodi al rettore dell’Università Francesco Ubertini, dal patron dell’Ima – la multinazionale del packaging – Alberto Vacchi, all’europarlamentare ed ex vice presidente della Regione, Elisabetta Gualmini. La sola, quest’ultima, che sia stata veramente sollecitata e tentata di accettare, per poi rinunciare e tenersi stretto il seggio di Bruxelles quando ha capito che la strada per lei a Bologna sarebbe stata tutt’altro che spianata.

A interrompere melina e caminetti, nel novembre scorso, sono arrivate le Sardine, che alle regionali del gennaio 2020 ebbero un ruolo fondamentale per fermare l’offensiva di Salvini e far vincere il presidente uscente Stefano Bonaccini, e che a Bologna, se si presentassero alle comunali, sono stimate dai sondaggisti al 6-7%. “Siccome nel Pd non hanno trovato un nome che metta d’accordo tutti – denunciarono – si sta cercando di costruire a tavolino la candidatura a sindaco di De Maria. Conosciamo i trucchetti della vecchia politica. Basta con questo teatrino. Invece di aprire le porte ai fantasmi del palcoscenico si facciano le primarie di coalizione”. De Maria, in realtà, non ha mai detto di volersi candidare, ma la presa di posizione delle Sardine ha comunque scompaginato i giochi e rafforzato Lepore, favorevole ai gazebo e in vantaggio nei sondaggi riservati su tutti gli altri possibili candidati, Gualmini compresa.

A quel punto, siamo a febbraio, Merola rompe gli indugi e candida il suo delfino: “Spero di consegnare la campanella di sindaco a Lepore e confido che non ci sia bisogno delle primarie”, dice. A sostegno arriva anche l’endorsement di Bonaccini, che si aggiunge a quelli dei segretari nazionali del Pd, prima Zingaretti poi Letta. Per restare alla metafora del curling, pare che ora la pista sia bella liscia, con Merola intento a levigarla per fare arrivare meglio la biglia con manico del candidato all’obiettivo finale. Anche se le riserve, soprattutto Aitini, l’assessore “sceriffo” alla sicurezza sostenuto dai riformisti ex renziani, ancora non si ritirano e chiedono le primarie. Ma vabbè. Ammesso e non concesso che si facciano, Lepore ha la vittoria in pugno.

La prospettiva a cui si lavora è quella di una maggioranza di centrosinistra allargata ai Cinquestelle, con i quali, dopo l’esperienza del governo Conte, il Pd sta definendo l’accordo. Uno scenario che sembra destinato ad allontanare dalla coalizione Italia Viva, vista la chiusura di Renzi agli stellati, e anche Bologna Civica, la lista di centro capeggiata dal leader dei commercianti, Giancarlo Tonelli. “Con il Pd spostato a sinistra e alleato dei grillini non trattiamo”, dichiara Tonelli. Poi apre all’alleanza con la destra lanciando come candidato sindaco il casiniano Gianluca Galletti, ex ministro dell’Ambiente. Il quale, però, viene mollato da Pier Ferdinando Casini: “Se va con la destra le nostre strade si dividono”.

Renzi spariglia

Poi, nei giorni scorsi, il colpo di scena. Letta incontra (per ultimo) Renzi che subito lo ripaga della cortesia da par suo. Siamo nei giorni in cui nel Pd è esplosa la questione femminile e il nuovo segretario ha di fatto imposto la nomina di due donne capigruppo alla Camera e al Senato. Un colpo da maestro per liberarsi dei renziani che ancora controllano i gruppi parlamentari, in particolare al Senato. Poche ore dopo il faccia a faccia col segretario Pd, il leader di Italia Viva lancia la candidatura a sindaco di Bologna di Isabella Conti, prima cittadina di San Lazzaro di Savena, apprezzata amministratrice del comune della cintura bolognese (al secondo mandato è stata eletta con l’81% dei voti), ma anche simbolo del renzismo e nemica giurata di una parte rilevante del gruppo dirigente del Pd per via di una spinosa questione urbanistica.

All’inizio del suo primo mandato si contrappose a un mega progetto di edificazione (noto come “colata di Idice”) che vedeva come protagonisti le Coop e alcuni grandi costruttori. Una vicenda che ha avuto pesanti risvolti politici e anche giudiziari. La neo sindaca bocciò il progetto e poi denunciò di essere stata minacciata dai costruttori e da esponenti del Pd. Il processo è finito in niente. I giudici hanno stabilito che se pressioni ci sono state non hanno avuto rilevanza penale e hanno chiesto l’archiviazione. Chi si era sentito diffamato dalla denuncia ha chiesto corposi risarcimenti danni alla Conti, ma anche in questo caso i giudici hanno archiviato. E’ rimasto però uno strascico velenoso nei rapporti tra la sindaca e diversi dirigenti delle Coop e del Pd.

“Visto che c’è una questione femminile”, ha detto Renzi a Letta, “andiamo insieme a chiedere alla Conti di candidarsi a Bologna”. Il Pd subito sbanda. Lei non lo esclude, anzi. Si prende qualche settimana di tempo per riflettere. Dice che deciderà il 25 aprile, giorno della Liberazione, da cosa, in questo caso, non si sa. Ma sembra già lanciata verso la corsa ai gazebo delle primarie di coalizione. “Ho rischiato la mia casa e la stabilità della mia famiglia per essermi opposta alla colata di cemento di Idice e ai poteri forti. Chi è più coraggioso e indipendente di me?”, scrive in un lungo post su Facebook che ricorda un po’ la regina cattiva nella favola di Cenerentola: “Specchio, specchio delle mie brame…”.

Però è stata rieletta da appena due anni sindaca di San Lazzaro, quindi ha un patto amministrativo da rispettare con i cittadini. Dovrebbe essere l’abc in politica: uno chiede i voti per un incarico pubblico, se viene eletto continua a svolgere quell’incarico fino al termine “con disciplina e onore”, come dice la Costituzione. Ma ultimamente la regola è molto ballerina e si moltiplicano i casi di salto “castale” da una poltrona all’altra. La Conti non sembra insensibile al tema. Tuttavia sostiene che, in fondo, facendo il sindaco di Bologna si occuperebbe degli stessi problemi dell’area metropolitana, quindi anche della sua città, di cui si occupa ora. Ma a pesare è soprattutto il suo marchio renziano.

Isabella Conti

Difficile pensare, dopo quel che è successo col governo Conte, che un candidato sindaco di Italia Viva possa avere chances di successo a sinistra. Tanto più a Bologna dove si sta cercando di costruire una coalizione con dentro i Cinquestelle. Il confronto con Massimo Bugani, plenipotenziario del movimento a Bologna, sembrava in dirittura d’arrivo fino a ieri e Italia Viva, contraria all’alleanza, tagliata fuori.

Conti e la lista civica

La candidatura di Conti potrebbe rimettere tutto in discussione. Lei ne è consapevole e cerca di smarcarsi. Scrive: “Sono stata la spina nel fianco del Pd, sono la spina nel fianco di Renzi. Non sono renziana, sono Isabelliana”. Nei social c’è chi ironizza parlando di “politica dell’ombelico”. Lei però continua a tessere la tela della candidata civica, indipendente, senza vincoli di partito. E su questo Renzi le avrebbe garantito piena libertà di manovra. Così ricorda la sua militanza nella sinistra giovanile e nel Pd, apre ai Cinquestelle (“a Bologna i loro elettori sono di centrosinistra, con Bugani ci conosciamo, è un cittadino di San Lazzaro, abbiamo fatto battaglie comuni contro il consumo di suolo”) e alle Sardine (“siamo andati in piazza assieme per Zaki e il Black lives matter”), cerca soprattutto di aprire una breccia nel Pd ipotizzando di poter correre ai gazebo in ticket con Aitini, l’altro sfidante di Lepore. L’obiettivo finale sarebbe quello di costruire una lista civica come fece alle elezioni del 2019 a San Lazzaro, drenando buona parte dei consensi dem (la sua lista prese il 56%, il Pd il 16%).

Lo spettro del 1999

Il Pd avverte il rischio spaccatura e cerca di correre ai ripari. La prodiana Sandra Zampa, che è entrata nella segreteria di Letta, sollecita l’apertura del tavolo della coalizione da cui potrebbe arrivare uno stop a Italia Viva. Mentre la presidente nazionale del partito, la sindaca di Marzabotto Valentina Cuppi, definisce la candidatura Conti “calata dall’alto” e accusa Renzi di utilizzare la questione femminile “in maniera strumentale”. Ovvero, solo per convenienza personale e per creare zizzania nel Pd. E anche il candidato sindaco in pectore, Lepore, che evidentemente fiuta il pericolo, la butta sulla politica nazionale: “Bologna non finirà tra i trofei di Renzi”.

Ma tra i democratici ci sarebbero molti moderati pronti a sostenere la corsa della Conti. Dice ad esempio Elisabetta Gualmini: “Far passare Isabella Conti come una candidata calata o imposta dall’alto è un tentativo, oltre che triste, anche strategicamente sbagliato. Con i voti che ha preso nel suo comune, sembra molto calata dal basso. Se deciderà di partecipare alle primarie di coalizione sarà una sfida bella e entusiasmante, di quelle che solo il centro-sinistra sa mettere in campo”. Anche Giuseppe Paruolo apre alla Conti. Parla di “attacchi pretestuosi” contro di lei da parte del Pd e accusa Lepore, lui sì, dice, “candidato calato dall’alto, troppo vicino ai mondi economici e mai in campo per una battaglia contro i poteri forti”. Questo mentre la lista centrista Bologna Civica dice che Conti ” è una novità importante” e sembra tornare a guardare all’alleanza col centrosinistra. Per la serie, di qua o di là che differenza fa?

Infine c’è l’incognita su cosa farà la sinistra-sinistra di Coalizione Civica e della Coraggiosa di Elly Schlein e Vasco Errani. In questo casino, l’altro dem, Marco Lombardo, si ritira dalla corsa ed evoca lo spettro del 1999, quando le divisioni all’interno dei Ds portarono per la prima volta nella storia di Bologna alla sconfitta della sinistra e alla vittoria di Giorgio Guazzaloca sostenuto dalla destra. La prossima settimana si dovrebbero sciogliere i nodi sulla candidatura Conti e sui gazebo sì o no. Se si andrà a primarie di coalizione, la scadenza dovrebbe essere tra metà maggio e metà giugno. Le elezioni vere, invece, si terranno in una data compresa tra il 15 settembre e il 15 ottobre.