Spin Time, i poveri come
non li avete mai visti

“Sapesse Contessa, che cosa mi ha detto / un caro parente dell’occupazione / che quella gentaglia richiusa là dentro / di libero amore, facea professione…”. Il libero amore non fa più paura a nessuno, oggi si parla di droga, invece, e festini. La diffidenza contro le occupazioni, che Paolo Pietrangeli ha cantato così efficacemente quaranta anni fa, c’è ancora.

Pochi hanno la voglia di passare la frontiera della portineria delle case occupate, presidiata sempre da occupanti a turno. Pochi hanno voglia di entrare quando ci sono iniziative aperte.
Per questo tutti, malpensanti e benpensanti, farebbero bene a vedere “Spin Time. Che fatica la democrazia!” di Sabina Guzzanti. Non è solo un documentario, né una fiction, o un docufilm. Ma nello scorrere della pellicola la recitazione e la verità sono mescolate e insieme vere,  evidenti. Nulla, qui, è una finzione, persino il recitare.

Via di santa Croce in Gerusalemme, Roma

Il protagonista non è, come molti hanno detto, quel palazzo di uffici dismessi, quei 17 mila metri quadrati in via Santa Croce in Gerusalemme, Esquilino, Roma, che sono diventati la casa di 180 famiglie. Ora quel palazzo ha una nuova vita, e vivace, se è vero che i bambini che lo abitano non vorrebbero più la casa “normale” che non hanno mai avuto. Ma un palazzo è un palazzo, non recita a soggetto.

I protagonisti, invece, qui sono tanti. Innanzitutto la comunità di persone che sono diventati gli abitanti. E il conflitto, i conflitti, che vivono ogni giorno.

Poi il gesto “incredibile” del cardinale Konrad Krajewski, tesoriere di Papa Bergoglio, che nel 2019 è sceso da una scala a pioli dentro un tombino per riattaccare la luce staccata dall’Acea, e poi si è reso disponibile a pagare la bolletta di 300.000 euro. Una vicenda che compare anche in “Come un gatto in tangenziale. Ritorno a Coccia di morto”.

Infine, ma invece bisognava citarlo tra i primi protagonisti, l’insopprimibile bisogno di casa in una città piena di appartamenti vuoti ma tenuti così dagli immobiliaristi per speculare, indisponibili anche ai bandi del Comune di Roma. E un patrimonio abitativo pubblico spesso non gestito e abbandonato, nessuno che controlli se gli assegnatari ancora hanno necessità di assistenza alloggiativa, nessuno che sovrintenda ai cambi e ai nuovi ingressi.

Il ruolo del “Teatro dell’oppresso”

Non basta. Cuore di questo insolito film è anche una forte presenza del “Teatro dell’oppresso” di Christina Zoniou, docente presso l’Università del Peloponneso e visiting professor presso l’Università di Roma. Christina chiama sul palco i litiganti e suggerisce un’azione teatrale che sa creare incontro e scontro, e dai conflitti governati dall’azione scenica fa nascere comprensione e una nuova visione.
Ce ne è bisogno. Nei sette piani del palazzo c’è la battaglia tra “quelli di sopra”, gli occupanti, e “quelli di sotto”, i ragazzi che animano le serate di concerti e culture, e editano la rivista d’avanguardia Scomodo.

Non vengono mai alle nostre iniziative, si lamentano i creativi. Fanno chiasso e casino, e non chiudono il portone, si lamentano gli altri. Ci ha pensato il Covid a sistemare le cose con la chiusura forzata ma, c’è da giurarci, il conflitto riprenderà non appena sarà possibile organizzare concerti e incontri.

Battaglie e conflitti

C’è la battaglia tra il comitato di gestione – che tiene i conti in ordine, le spese e le quote degli inquilini, e governa la pulizia delle zone comuni – e l’assemblea, tra alleanze etniche e piccole furbizie. C’è il tentativo di coinvolgere più donne, così da portare nel comitato anche un punto di vista meno efficentista e più efficace.

C’è la riunione di Action, l’organizzazione di lotta per la casa che ha avviato questa impresa, che tiene i contatti con Comune e Regione, che affianca la vita di questo piccolo alveare umano.

C’è la presenza discreta dei due leader dell’occupazione, quelli che tessono i rapporti con il quartiere, con le scuole e le associazioni come Matemu, il presidente di Spin Time Paolo Perrini e l’ex consigliere comunale Andrea Alzetta, detto Tarzan. Sono loro a raccogliere miriadi di esperienze diverse, ognuna con le sue storie, i suoi desideri, i suoi dolori, le sue sconfitte. E a sostenere questo esperimento politico e sociale, la democrazia partecipata.

I poveri non si vedono, e non se ne parla

Per Sabina Guzzanti lo slogan per descrivere questo film potrebbe essere: “i poveri come non li avete mai visti”. Già, perché i poveri non si vedono mai. Anche durante questa campagna elettorale, non se ne parla mai. Ma che cosa vuol dire parlare di periferie, di precarietà lavorativa, di giovani e del loro futuro, se non si vede di quanti poveri siano fatte?
E’ che la povertà imbarazza chi non è povero, e vive nello spreco. Bisogna fare gesti eccezionali, occupare una casa per esempio, per rendere evidente il fatto che i poveri ci sono. E vivono in mezzo a noi.
E’ “normale” essere poveri. E’ “normale” essere socialmente deboli. Lo stigma sociale su chi non può pagare un affitto di mercato, travestito da inopinata passione per la legalità, è fortissimo.

Meglio distogliere lo sguardo, far finta di non vedere. O sparlare.
Una forma di segregazione molto moderna: un tempo ci si aiutava, tra poveri e anche tra meno poveri. Lo facevano i comunisti, e anche i cattolici diversi. Oggi, altro che andare in borgata a fare doposcuola: le parrocchie che hanno il coraggio di accettare le proposte del Papa, di questo Papa, anche a Roma sono poche.
Anche per ciò sarebbe bene che, oltre a chi non conosce questo tipo di realtà, tutti i candidati alla carica di sindaco vedessero questo film. E ne facessero tesoro, invece di dedicarsi al decoro urbano e alla malamovida: temi cari alla media borghesia che di solito non producono che barriere, staccionate, divieti e politiche di destra.