Concessione spiagge
per il governo
non c’è più scappatoia

Come bilanciare le preoccupazioni dei 30 mila titolari di concessioni per stabilimenti balneari italiani con gli interessi dei 9 milioni di turisti che ogni estate affollano le nostre spiagge e che, come consumatori, sono interessati ad avere servizi competitivi ed efficienti? L’interrogativo, cui dovrà dare una risposta Mario Draghi, torna d’attualità dopo due attese sentenze dei giudici del Consiglio di Stato che hanno confermato l’illegittimità della proroga automatica delle concessioni balneari in essere e hanno anticipato la fine del regime in atto al 31 dicembre 2023,, dieci anni prima rispetto a quanto previsto dalla legge 145 del 2018. Il ‘penultimatum’ del massimo organo della giustizia amministrativa questa volta non lascia scappatoie visto che – hanno spiegato i giudici di Palazzo Spada – dal 2024 “non ci sarà alcuna possibilità di proroga ulteriore, neanche per via legislativa, e il settore sarà comunque aperto alle regole della concorrenza”.

Tale pronunciamento certo non agevola la faticosa opera di mediazione che il governo italiano, con il ministro Enzo Amendola, stava imbastendo con l’Unione Europea per trovare un compromesso che non penalizzi troppo gli operatori del settore. All’esecutivo non resterà dunque che adeguare alla sentenza la normativa, sulla quale peraltro già pendeva una procedura d’infrazione della Commissione Ue per violazione della direttiva Bolkestein.

La vita della “Direttiva sui Servizi”, questo il nome corretto del provvedimento comunitario, ha incontrato ostacoli nel nostro Paese (e non solo) sin dall’inizio. La direttiva mira a regolamentare la libera circolazione dei servizi e dei loro fornitori tra gli stati membri dell’Unione e, in Italia, è stata recepita nel 2010. Ma la sua applicazione è stata rinviata di anno in anno, con l’ultimo slittamento che venne deliberato nel 2018, con la legge di Bilancio 2019 dal governo gialloverde guidato da Giuseppe Conte, che prorogò al 2034 la durata delle concessioni demaniali e marittime.

Va detto che quando l’allora commissario Frits Bolkestein varò la direttiva nel 2004 le proteste non riguardarono solo il Belpaese. Vale la pena di ricordare i timori francesi per la figura dell’ “idraulico” polacco, simbolo dei timori per le sorti del settore artigianale transalpino. In Italia, oltre ai gestori delle concessioni balneari le proteste contro la Direttiva si concentrarono tra gli ambulanti. La Direttiva infatti stabilisce che tutte le concessioni pubbliche (riguardanti non solo le spiagge, ma gli impianti sportivi comunali, i mercati coperti, o le strade occupate dagli ambulanti) possano essere affidate ai privati solo per periodi determinati di tempo, al termine del quale le concessioni devono essere rimesse pubblicamente a gara. Una logica difficilmente oppugnabile se l’obiettivo preminente è quello della difesa del consumatore.

“I giudici di Palazzo Spada – ha commentato il giurista Marcello Clarich su Mf – dimostrano flessibilità posticipando al 2023 gli effetti delle due sentenze per consentire al Parlamento di legiferare e alle stazioni appaltanti di esperire le procedure di gara”. Anche se “si può discutere se due anni, cioè due intere stagioni balneari, costituiscano un punto di equilibrio” tra le proteste delle associazioni di categoria, che continuano a protestare, e il Governo, visto che lo Stato Italiano è sotto procedura d’infrazione da parte di Bruxelles da quasi un anno.