Spd, Verdi e liberali
le contraddizioni del dopo Merkel

La politica tedesca è ancora nella fase post-elettorale in cui ci si chiede quale sarà la coalizione di governo. La Spd ha recuperato una (storicamente rara) maggioranza relativa, ma alcuni notano che in passato (ad esempio Schmidt per la Spd) ha anche governato il secondo partito relegando il primo all’opposizione. Se però riteniamo che Scholz e la Spd abbiano forti chances di guidare una coalizione rossa verde e gialla (Liberale) è proprio pensando al passato, oltre che alle presenti condizioni di contorno. Oggi rispetto al passato si verificano per il blocco democristiano tedesco addirittura tre condizioni negative simultanee: manca la guida politica (un Adenauer, un Kohl o una Merkel) e in più è anche secondo partito, non primo come nel 1976-80. La terza condizione negativa è che manca un indirizzo politico, in due sensi: innanzi tutto la destra interna di Merz (e non solo) si era mostrata battagliera negli ultimi congressi e competizioni per la leadership.

Sono tra quegli osservatori che ritengono questo fatto non transitorio, anzi destinato a porre in discussione l’assetto socio-politico-elettorale su cui si è retta Angela Merkel: un centrismo abbastanza liberal-progressista-umanitario, asfittico in politica economica ma non conservatore come un tempo. Basato sui ceti soddisfatti della società tedesca (più ampi che altrove vista la centralità economica del paese) esso si riconosceva proprio in una Merkel prudente e senza visioni (quindi affidabile nel conservare quelli che nella mente tedesca erano considerati i fondamenti del benessere) ma capace di non chiudersi nel passato e, in occasione di emergenze, di agire (il meno possibile) se proprio non se ne poteva fare a meno. Ci sono andati di mezzo parecchi greci e italiani, nonché parecchi tedeschi delle periferie, ma questo è stato sufficiente.

Angela Merkel con Armin Laschet

Ma la prova negativa di Laschet significa che la trasmissione alla Cdu-Csu di questa cultura politica non è riuscita appieno. Dunque si farà valere la destra di Merz, con una diversa idea di centro-destra, che recuperi per esempio i voti di una AfD in sostanza stabile (ha perso solo 450mila voti, di cui solo 60mila sono andati al blocco democristiano).  Perciò appare inevitabile l’attacco al perdente Laschet da parte della destra del partito. Il che indebolisce molto la possibilità di proporre la Cdu-Csu alla guida di un governo. Questo si riflette nei dati: il 32% delle giovani generazioni e il 50% di quelle più anziane vuole Scholz come cancelliere, contro solo il 21 e 31% per Laschet. E potremmo citare altri dati a conferma.

Insomma (e veniamo ora alla Spd) buona parte di quel “centro soddisfatto vagamente progressista” ha cambiato riferimento. La Spd come vedremo ha guadagnato sia dal centro sia dalla sinistra, ma c’è ragione di credere che anche i voti provenienti dalla Cdu-Csu (oltre 1.300 mila voti) richiedano un cambiamento. Sia chiaro: un cambiamento alla Scholz, di leggera discontinuità, ma importante per comprendere identità ed esaurimento della fase Merkel. Gli anni e specie il Covid hanno evidenziato che il suo è stato il governo della sottoutilizzazione sistematica del potenziale tedesco di spesa, cioè un’esperienza esemplarmente ordo-liberale nonostante le aperture sui nuovi diritti, l’umanitarismo (ambiguo) sull’immigrazione ed un europeismo praticato (ma germanicamente anemico, se non statico). Insomma, a Scholz pare giungere una delega non già al nuovo merkelismo, ma a una prudente innovazione: utilizzare di più e meglio il potenziale tedesco di modernizzazione. Ad aggiungersi a questo la crescita verde, dietro cui vi è una più ampia domanda ambientalista, che palesemente (lo dice il recupero Spd sui verdi in campagna elettorale) si chiede anche alla Spd di interpretare, magari in modo più solidamente socio-economico.

La legge sul clima

Il Plenum del Bundestag

Da ricordare che la corte costituzionale in aprile ha bocciato la legge sulla protezione del clima (Klimaschutzgesetz) prodotta dal governo Merkel, chiedendone una capace di ottenere, già entro il 2030, una riduzione delle emissioni a effetto serra non più del 55 ma del 65% rispetto al 1990. Con neutralità climatica entro il 2045 non più entro il 2050. Ecco alcune delle ragioni della prudente discontinuità (non certo un keynesismo alla Biden), cui aggiungiamo altri elementi: la parziale resurrezione socialdemocratica (a livelli ancora modesti) ha anche una spinta “di sinistra” o comunque dichiaratamente sociale. Secondo i dati il 40% degli elettori Spd chiede Welfare (contro solo il 28% del corpo elettorale totale). Solo per il 6% è prioritaria la stabilità finanziaria. Infatti 590mila voti sono stati recuperati dalla Linke, e 320mila dal non voto. Oggi inoltre la Spd è primo partito nell’est al 24,2 (la Cdu solo il terzo al 16,9), con nuove e vittoriose leadership come quella di Manuela Schwesig in Pomerania, che ha recuperato voti ai nazionalpopulisti di AfD (in totale la Spd ne ha recuperati 210mila a quel partito).

Inoltre mai dimenticare che diversamente da Italia e Francia esistono ancora in Germania partiti degni di questo nome, che ne esiste uno di maggioranza relativa radicato nella storia del socialismo e (nonostante la flessione della Linke) esiste anche una sinistra “radicale” non limitata a gruppuscoli e siglette elettorali. Perciò conterà che l’ultimo congresso della Spd non lo ha vinto il moderato Scholz, ma la sinistra interna di Norbert Walter Borjans e Saskia Esken. Per giunta il leader dei giovani Jusos, Kevin Kühnert, decisamente un socialista, ha portato 48 deputati in parlamento.

Un governo a tre

E adesso veniamo alle (complesse) soluzioni coalizionali e programmatiche. Un governo a guida Spd dovrà giovarsi dell’alleanza coi Verdi (poco problematica per le molte convergenze anche in politica redistributiva e fiscale) ma anche dei liberali Fdp. Questi ultimi rappresentano un’indubbia contraddizione con la necessità di espansione (anche prudente) relativa alla spesa, al “freno al debito”, al pareggio di bilancio eccetera.

Scholz, Baerbock e Lindner a confronto

Al contempo però molti analisti e addetti ai lavori convergono nel dire che, dopo aver fatto saltare le trattative fra Cdu-CSU e liberali nel 2017 (tanto che poi si rifece la Große Koalition) il leader Fdp Lindner non potrà di nuovo mandare tutto all’aria. Certo, potrà fare giochi negoziali ai danni della Spd perché non è numericamente esclusa la coalizione “Giamaica” con Cdu-CSU e Verdi (dei quali esiste una natura liberale, al governo regionale in qualche Land, e attivabile mediante l’ottimo rapporto personale fra Lindner e il leader maschio dei Verdi, Robert Habeck).

Insomma, il prezzo da pagare per la Spd sarà salato. Individuiamo quindi alcune possibilità: ad esempio il debito per la spesa infrastrutturale si potrebbe “nascondere” nelle compagnie di gestione, a cominciare dalle ferrovie Deutsche Bahn, cui permettere di indebitarsi per spendere molto di più in indispensabile modernizzazione. Quanto alla spesa pubblica vera e propria e ad un eventuale lieve indebitamento dello Stato, esso potrà essere consentito quanto più i liberali lo vedranno finalizzato a partenariati con le imprese e a cospicue commesse pubbliche. Ciò anche nell’innovazione verde, magari ispirata ad esempi vicini, come gli incentivi e l’abbondantissimo credito di iper-vantaggio che hanno caratterizzato l’ascesa dell’eolico danese. Queste pratiche espansive senza forte incremento di debito pubblico potrebbe divenire anche un modello europeo.

Discontinuità

Infine, e qui torniamo all’impatto della sinistra Spd, cruciale è la discontinuità non solo con l’epoca Merkel, ma anche e forse soprattutto con gli anni del socialdemocratico Schröder (1998-2005), causa del più ingente e rapido impoverimento di lavoro e salario del nostro continente, con connessa rovina elettorale della socialdemocrazia (dal 40,9 al 20,5%). Oggi la Spd deve promuovere il cospicuo aumento del salario minimo legale da 9 a 12 euro orari, riforma però efficace e decisiva solo se non rimane isolata. Essa deve divenire parte di un complessivo mutamento: un compromesso col capitalismo per un’innovazione promossa non dalla mera tecnocrazia, ma dall’incentivo rappresentato dal minore sfruttamento. Ciò potrebbe funzionare come tattica coalizionale: si potrebbe proporre la riforma ai liberali (assieme ad altre materie di scambio in parte citate sopra) come un nuovo modo di realizzare la competitività tedesca. Ma ben oltre questo esito tattico, ne potrebbe sortire un recupero socialdemocratico di tipo egemonico, e non solo incertamente elettorale, attrezzato ad eliminare quel 20% di lavoro precario e povero di cui si alimenta il meccanismo ordoliberale dell’economia tedesca.

Inoltre questo prudente post-merkelismo per riuscire, e casomai accentuarsi, abbisogna di fattori condizionanti di fondo molto robusti. Abbiamo già citato la riconosciuta necessità di modernizzazione, cioè correzione delle inerzie del merkelismo, che i flussi elettorali paiono documentare. Ma ancora più essenziale è l’indisponibilità di grandi potenze economiche (USA in testa) ad essere ancora l’alimento export-led dell’equilibrio depressivo cui soprattutto la Germania di Merkel ha condannato l’Europa. Il G20 ha esplicitato che il grande surplus di bilancio tedesco (oltre l’8%) andrà compresso al 3%. Come si vede sono molte, di grande momento e varietà le forze necessarie anche ad un parziale mutamento di corso della Germania. Tuttavia esistono, all’interno come all’esterno. Vedremo se, per tutti e per una reale rinascita della Spd, esse potranno attivarsi in modo proficuo.