Spagna: la destra di Vox fa il boom, ma tocca di nuovo a Sanchez

La situazione postelettorale in Spagna rischia di produrre ancora più incertezza e instabilità come affermano non pochi osservatori commentando il voto del 10 Novembre? E’ assai probabile ma non è detto.

Va intanto chiarito il segnale più preoccupante del risultato elettorale ovvero il trionfo di Vox, il partito di estrema destra nato recentemente che ha più che raddoppiato i suoi seggi, diventando il terzo partito spagnolo. Come e perché è successo? Lo smottamento di una parte importante della destra verso posizioni ultra nazionaliste e non democratiche è avvenuto senza praticamente intaccare il bacino di voti rimasti fedeli al Partito socialista e a Unidas Podemos. Altro fatto su cui riflettere:  le forze indipendentiste catalane e basche hanno confermato il loro consenso mentre la destra è ora assente dal panorama locale. La destra nazionalista spagnola (Pp, Cs e Vox) è scomparsa dalla Catalogna e dal Paese basco. Un dato che peserà eccome nello sviluppo del quadro politico e sul quale occorre approfondire il senso più profondo. Come spiegare, ad esempio, il fatto che in Catalogna, dopo più di due anni di aperto e durissimo conflitto tra Barcellona e Madrid, l’unico partito rimasti in piedi pur non essendo separatista sia proprio il Psc (Partito socialista catalano) che a differenza del Psoe, di cui pure fa parte, difende da tempo la necessità del dialogo politico per “normalizzare” in senso federalista la crisi catalana. La quale, per altro, in mancanza di tale dialogo, rischia di radicalizzarsi ulteriormente come dimostra il relativo successo della Cup, la piccola componente “anticapitalista” del separatismo, per la prima volta rappresentata  nel parlamento spagnolo.

Vox ha saputo, unico partito, capitalizzare la crisi catalana. Ma ha fatto di più e sta qui la differenza con il Partito Popolare che su questa cruciale questione ha mantenuto un tono fermo ma non totalmente chiuso alla dialettica politica. Vox ha saldato l’odio al separatismo con altri “valori” della destra autoritaria spagnola, ha messo nello stesso frullatore, come ribadito su El Periodico, il populismo alla Trump, quello europeo (quello italiano di Salvini in modo particolare) e quello tradizionale spagnolo (ultranazionalismo conservatore, concezione unitaria e centralista della patria…). È così riuscito, almeno per il momento, a rappresentare un post-franchismo oltranzista, ma più adatto ad interpretare quanto confusamente si sta agitando nella pancia della popolazione. Ora Vox può condizionare il Partito Popolare che teme la concorrenza alla sua destra e deve decidere se prendere nettamente le distanze o fare in qualche modo propri i “valori” rappresentati dal nuovo partito di estrema destra.

Tocca in primo luogo a Sanchez, ridimensionato ma non sconfitto, fare la prima mossa. Il Partito Socialista, ha mantenuto le sue posizioni e si ritrova nella stessa situazione che lo aveva spinto a decidere le elezioni del 10 Novembre. Con chi allearsi? Con il Pp oppure con Unidas Podemos? Detto diversamente: una Spagna governata (sarebbe la prima volta in democrazia) da una coalizione di sinistra, come chiede Iglesias, il leader di Unidas Podemos, con l’appoggio di un settore dell’indipendentismo catalano e basco; oppure governata da un esecutivo di centro sinistra (accordo Psoe-Pp)? Per il momento la prima ipotesi, malgrado la nota “antipatia” di Sanchez nei riguardi di Iglesias, sembra, almeno a sentire le prime dichiarazioni, quella scelta dal leader socialista. I popolari, d’altra parte, hanno nuovamente escluso, incalzati da Vox, un accordo di governo con i socialisti. Quindi un governo progressista, aperto al dialogo con i partiti secessionisti catalani? Molto dipenderà da Sanchez, ma anche dagli equilibri interni del Partito Socialista. Che sono per ora favorevoli all’attuale leader. Ma sul futuro nessuno è disposto a scommettere viste le esperienze passate e recenti.