Sovranisti svedesi contro sovranisti italiani e affonda il decreto Piantedosi

C’è sempre qualcuno più sovranista di te. È l’amara verità con la quale il governo italiano deve fare i conti dopo l’alzata d’ingegno del decreto sicurezza (sicurezza di chi?) con cui aveva pensato di far valere la sua propria legge contro quelle internazionali in fatto di migrazioni e salvataggi in mare. La Svezia, governata dalla destra con l’apporto essenziale del partito xenofobo dei “democratici” (virgolette quanto mai necessarie), non ha la minima intenzione di far passare la riforma del sistema di distribuzione dei profughi che nelle intenzioni di Meloni e Piantedosi avrebbe dovuto rendere praticabile la stretta agli arrivi per mare nel nostro paese.

La doccia fredda è venuta con un’intervista del rappresentante permanente di Stoccolma rilasciata al Financial Times in occasione dell’inizio del semestre di presidenza del Consiglio UE. Il mio governo – ha detto chiaro e tondo Lars Danielsson – non promuoverà il patto migratorio al quale sta lavorando la Commissione con il suo Action Plan per regolare la materia delle competenze degli stati in materia di asilo per chi arriva in Europa. Non lo farà perché gli Sverige Demokraterna non vogliono e senza il loro appoggio il governo cade. Punto. Se ne occuperà la prossima presidenza, il che significa che prima del 2024 non se ne parla.

Jimmie Åkesson

Il pluriministro Raffaele Fitto, che oltre alle deleghe per il PNRR, le politiche di coesione e il Mezzogiorno ha anche quella agli Affari europei, ha reagito con apparente souplesse. Lo stop svedese – ha sostenuto –  non è una mossa contro l’Italia e non deve essere strumentalizzato “a livello nazionale”. La questione della riforma strutturale del sistema dell’asilo è “molto complessa” e investe interessi nazionali “molto sentiti e diversi”. Per farla, ci vorrà il tempo che ci vorrà.

Il protocollo di Dublino

Peccato che fino a ieri quella riforma venisse considerata necessaria e urgentissima dal governo, che non smetteva di vantarsi per il fatto di aver fatto “finire la pacchia” ed aver “costretto” l’Unione europea ad occuparsene. E in effetti è vero che senza un accordo generale sulla distribuzione dei migranti il cosiddetto decreto sicurezza anti-ONG varato con grande battage nei giorni scorsi non potrebbe funzionare perché l’Italia in virtù del protocollo di Dublino sarebbe costretta a continuare ad ospitare tutti i profughi che approdano sul nostro territorio affidando le speranze di “liberarsene” ai vecchi accordi sulla redistribuzione firmati a suo tempo dall’odiata (oggi) predecessora di Piantedosi Luciana Lamorgese. Le persone ragionevoli ritengono che non si tratti di un problema grave, giacché un paese ricco e civile di 60 milioni di abitanti non dovrebbe avere alcuna difficoltà a sistemare degnamente le poche decine di migliaia di persone che arrivano ogni anno, ma – come è tristemente evidente – tutta la propaganda della destra nostrana batte da anni sulla “insostenibilità” dell’accoglienza di coloro che arrivano dal mare.

Il governo Meloni, insomma, è finito in un cul de sac, tradito da un partito nazionale che milita nello stesso partito europeo di cui proprio Giorgia Meloni è presidente e nello stesso gruppo al parlamento europeo, quello dei Riformatori (sic) e Conservatori. Gli esponenti di Fratelli d’Italia potranno chiederne conto alla prossima riunione del partito al capo dei demokraterna Jimmie Åkesson, ma dovranno prendere atto che vale la dura legge citata all’inizio: chi teorizza il primato dei propri interessi nazionali non può evitare che gli altri facciano lo stesso e che lo scontro degli interessi diventi guerra intestina. D’altronde anche Meloni e i suoi dovrebbero essersene resi conto abbondantemente: non sono i sovranisti del gruppo di Visegrád, l’amico Orbán per primo, quelli che hanno messo tutti i bastoni possibili fra le ruote di ogni tipo di accordo europeo sul superamento del protocollo di Dublino nel segno della solidarietà fra gli stati dell’Unione?

Le “disobbedienze” della Geo Barents

Lo schiaffone di Stoccolma, comunque, è arrivato quando già per altri motivi il cosiddetto decreto sicurezza contro le ONG aveva cominciato ad affondare. In un colpo solo, una delle navi prese di mira dai fulmini di Piantedosi, la Geo Barents di Medici senza frontiere battente bandiera norvegese, ha dimostrato l’impraticabilità dei due principali postulati del decreto: il divieto dei salvataggi multipli e il disbrigo delle pratiche di richieste di asilo già sulla nave. Il capitano ha fatto scendere nel porto di Taranto gli 85 migranti che erano a bordo ed erano stati salvati in due distinte operazioni, quindi senza rispettare la lettera del decreto ma obbedendo alle leggi e alle convenzioni internazionali che obbligano le imbarcazioni a salvare tutti i naufraghi nei quali si imbattono. Un conflitto tra il diritto internazionale e le pretese del governo italiano in cui è evidente che sarebbero le seconde a soccombere. Per evitare di dover applicare alla nave le sanzioni previste dal decreto e dover poi rimangiarsele, il ministero dell’Interno ha sostenuto allora che la Geo Barents non avrebbe violato le nuove norme perché il primo salvataggio sarebbe avvenuto qualche ora prima che esse entrassero in vigore…Un esercizio abbastanza penoso che ha permesso al governo di evitare uno scontro che in tribunale avrebbe certamente perso. Stavolta, ma le prossime?

La nave Geo Barents

Anche per quanto riguarda la possibilità che gli equipaggi delle navi ONG disbrighino in mare le pratiche di asilo in modo da addossare allo stato di bandiera la responsabilità dell’accoglienza, il precedente della Geo Barents dimostra l’assoluta impraticabilità della pretesa. I responsabili di MSF hanno fatto sapere che, come peraltro è consuetudine, hanno informato i profughi del loro diritto a presentare la domanda, ma che nessuno lo ha fatto sulla nave.

Insomma, le contraddizioni in seno alla destra e ai sovranismi l’un contro l’altro armati e le sconcertanti ingenuità giuridiche con cui il governo italiano è andato ancora una volta allo scontro contro il resto dell’Europa e il buon senso sembrerebbero obbligare a un ripensamento su tutta la materia. È quanto viene chiesto da un documento che è stato firmato da tutte le principali ONG impegnate nelle attività di soccorso nel mediterraneo: Emergency, Iuventa, Medici senza frontiere, Mare Liberum, Open Arms, Sea Watch e nel quale si legge che “il decreto è apparentemente rivolto alle Ong di soccorso civile, ma il vero prezzo sarà pagato dalle persone che fuggono attraverso il Mediterraneo centrale e si trovano in situazioni di pericolo”. Le organizzazioni non governative ribadiscono che “nel complesso, il decreto legge italiano contraddice il diritto marittimo internazionale, i diritti umani e il diritto europeo, e dovrebbe quindi suscitare una forte reazione da parte della Commissione europea, del Parlamento europeo, degli Stati membri e delle istituzioni europee”. Se il governo italiano non lo ritirerà immediatamente, le ONG si appellano a tutti i deputati del parlamento italiano perché ne rifiutino la conversione in legge.