Vaccini anti Covid “bene comune”. Si può sospendere il brevetto

Ad ottobre 2020 India e Sud Africa hanno avanzato richiesta alla WTO (World Trade Organisation) affinché sospenda i diritti di proprietà intellettuale relativi a Covid-19. Solo in questo modo, hanno detto i richiedenti, si potrà ottenere che ad accedere a vaccini, farmaci e altre tecnologie necessarie a tenere sotto controllo la pandemia non siano solo i Paesi ricchi.
Ai primi due richiedenti si sono poi aggiunti Swaziland, Kenya, Mozambico, Pakistan e Bolivia. Da ottobre, dice Medici senza frontiere, circa 100 paesi hanno accolto o sostenuto completamente la proposta “ma alcuni – tra cui i paesi dell’Unione Europea, Australia, Brasile, Canada, Giappone, Norvegia, Svizzera, Regno Unito e Stati Uniti – negano il supporto necessario per raggiungere il consenso”.

La raccolta di firme: No profit on pandemic

Foto di Katja Fuhlert da Pixabay

Intanto una raccolta di firme partita il 30 novembre in Europa ha raggiunto finora circa 40.000 adesioni. No profit on pandemic è il messaggio che i firmatari hanno scelto di far arrivare a Bruxelles tramite il diritto di iniziativa, uno strumento che permette di presentare dal basso una proposta alla Commissione Europea.

I firmatari chiedono “In linea con le promesse fatte dalla presidente della Commissione europea di rendere i vaccini un bene comune universale, l’Unione europea deve anteporre la salute pubblica al profitto privato. Vogliamo che i vaccini e i trattamenti contro le pandemie diventino un bene pubblico mondiale, liberamente accessibile a tutti”.
Nel caso dei vaccini contro Covid-19 potremmo in effetti trovarci nella situazione in cui non solo alcuni non avranno il vaccino perché non potranno comprarlo, ma non lo avranno perché le priorità vengono decise dalle aziende farmaceutiche in base agli investimenti dei Paesi che hanno finanziato la ricerca. Chi ha messo più soldi avrà le dosi disponibili.

La Dichiarazione di Doha del 2001

La possibilità di sospendere i brevetti si appella all’accordo TRIPS, l’accordo sugli aspetti dei diritti di proprietà intellettuale attinenti al commercio. L’accordo, entrato in vigore nel 1995 tra gli stati membri della WTO, stabilisce le norme minime per la protezione dei diritti di proprietà intellettuale, tuttavia offre ai governi la flessibilità per modulare la protezione al fine di raggiungere obiettivi sociali. In particolare consente ai governi di prevedere eccezioni in caso di emergenze nazionali.

Questa flessibilità è stata rafforzata nel 2001 dalla Dichiarazione di Doha su TRIPS e sanità pubblica. La dichiarazione, che rispondeva alle preoccupazioni per la pandemia di Aids, dice che i TRIPS “possono e devono essere interpretati e attuati” per sostenere il “diritto di proteggere la salute pubblica [e] promuovere l’accesso ai medicinali per tutti”.
Nel frattempo, la situazione è diventata critica anche per i Paesi ricchi: la settimana scorsa Pfizer ha comunicato all’Italia e a tutti gli altri paesi europei che tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio sarebbero state consegnate meno dosi di vaccino rispetto a quelle previste. L’8 per cento in meno, per la precisione, secondo quanto scritto dall’agenzia Ap.

Un ritardo temporaneo per permettere di attuare interventi di potenziamento nello stabilimento di Puurs in Belgio che fornisce le dosi al di fuori degli Stati Uniti. Dal 25 gennaio – dice l’azienda – si riprenderà a consegnare normalmente.

Dosi o fiale per l’Italia?

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Qui si apre una prima questione che riguarda l’Italia. Il commissario Arcuri infatti nella conferenza stampa di giovedì scorso ha fatto sapere che arriveranno “da Pfizer il 20% di fiale in meno anche la prossima settimana”. C’è chi ha fatto notare che parlare di fiale o di dosi non è la stessa cosa. Se si parla di fiale, considerando che ormai da ogni fiala si possono ricavare 6 dosi e non più 5 come all’inizio, secondo anche quanto detto dall’AIFA, questo non si tradurrebbe in automatico in una minore consegna di vaccini.

Potrebbe voler dire invece che Pfizer, che quella sesta dose sicuramente non vuole regalarla, ha stabilito il nuovo numero di fiale da consegnare in base alle dosi ricavate. In sostanza, finora ci avrebbe consegnato il 20% di dosi in più di quanto pattuito perché da ogni fiala ne abbiamo estratte 6 invece che 5.
Ma lasciando la questione italiana, c’è un altro problema più profondo e più universale: se l’industria farmaceutica non ce la fa a tenere i ritmi di produzione previsti, cosa si può fare per rispettare i tempi dei programmi di vaccinazione? La domanda non è peregrina visto che sabato scorso anche AstraZeneca ha comunicato che le consegne subiranno dei ritardi a causa di un problema che si è verificato sulle linee produttive.

Secondo l’agenzia di stampa Reuters l’azienda potrebbe ridurre le consegne del suo vaccino del 60% nel primo trimestre dell’anno. Tutto questo prima ancora che il vaccino in questione sia approvato dall’EMA, visto che la decisione è attesa per fine gennaio.

Come aumentare la produzione dei vaccini?

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Insomma, ora che anche i paesi ricchi del mondo potrebbero trovarsi in una situazione se non di carenza, comunque di ritardi sulla tabella di marcia, la domanda su cosa si può fare per aumentare la produzione diventa naturalmente la questione centrale del dibattito.
In tempi di disperazione sono state sperimentate diverse strade per velocizzare le campagne vaccinali. Dividere le dosi, dilazionare la seconda inoculazione, impiegare squadre di vaccinazione itineranti, sono tutte strategie adottate nel passato, con i vaccini per la febbre gialla, la polio, il morbillo, il colera, Ebola. Ma molti di questi vaccini erano più facili da somministrare perché ad esempio si possono assumere oralmente o perché si conservano in normali frigoriferi.

I vaccini a RNA con cui abbiamo a che fare oggi, come quello di Pfizer o di Moderna, sono molto più fragili: ad esempio sono difficili da realizzare in impianti che non siano all’avanguardia e devono essere conservati a temperature molto più basse di quelle raggiunte dai normali refrigeratori. Inoltre ancora poco si sa su quanta immunità conferiscono per poter pensare di diluire le dosi.

Sospendere i brevetti per consentire la produzione di vaccini

Qualcuno comunque ha pensato anche a questo. In Gran Bretagna a dicembre scorso, di fronte a un’impennata dei contagi e una carenza di vaccini, il responsabile della sanità ha detto che avrebbero usato tutti i vaccini a disposizione, fornendo una protezione modesta a quanti più britannici possibile, la seconda dose sarebbe stata ritardata fino a 12 settimane e avrebbe potuto essere anche di un altro vaccino. La decisione sarebbe stata presa sulla base del fatto che le prime 600.000 vaccinazioni in Israele avevano mostrato che una sola dose già riduceva il rischio di infezione del 50%.

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Tuttavia, alcuni virologi inglesi sono inorriditi di fronte a questa prospettiva, sostenendo che somministrare una singola dose potrebbe portare a ceppi del virus resistenti al vaccino. La stessa posizione è stata assunta dalla Food and Drug Administration degli Stati Uniti.

L’altra strada che qualcuno ha indicato è quella di cui parlavamo all’inizio: sospendere il brevetto sui vaccini anti Covid-19 permetterebbe di farli produrre anche ad altre aziende, aumentando così la disponibilità. Si pensi a quello che avvenne con i farmaci contro l’Aids: all’inizio del nuovo millennio alcune compagnie farmaceutiche soprattutto indiane iniziarono a produrre anche non avendo la licenza da chi deteneva il brevetto. Questo ha consentito a milioni di persone, soprattutto del sud del mondo, di avere accesso ai farmaci antiretrovirali, abbattendo la mortalità e i contagi.

Le voci contro

La proposta di cancellare i brevetti ha comunque già sollevato molte voci contrarie da parte di chi sostiene che la ricerca farmaceutica è rischiosa e molto costosa e solo un sistema che si basi sulla proprietà intellettuale e sull’attesa di un profitto possa sostenerla. Naturalmente senza prendere in considerazione il fatto che in realtà l’industria farmaceutica da molto tempo non si è limitata a rientrare delle spese con un ragionevole margine di guadagno, ma è stato uno dei settori a più alta redditività con utili molto al di sopra di un guadagno equo per un bene primario come quello che riguarda la salute
In ogni caso, anche se si intraprendesse la strada della sospensione di brevetti, la complessità e la fragilità di questi nuovi vaccini potrebbe rivelarsi un ostacolo a una produzione allargata.