Sorge l’alba di un nuovo mondo tra crisi sociali e ambientali

Avere un clima favorevole. Nel nostro caso potremmo declinarlo sia nel senso primigenio della definizione – avere un clima ambientale favorevole, appunto -,  e sia nel senso di auspicare di avere un clima sociale favorevole sul tema migranti e flussi migratori legati a politiche di accoglienza e interazione. Ma è così, possiamo con rigore metodologico affermare che l’aria che si respira sia salubre e che l’aria che spira attorno al tema da noi indagato sia dei più favorevoli?

È l’alba di un nuovo mondo quello che appare stagliarsi nel nostro orizzonte prossimo, dove l’inquietudine del futuro ipotecato o compromesso si arrende a favore di un rigenerato modello di sfruttamento capitalistico che nel non limite si ricostituisce. Questo nuovo spazio temporale si manifesta all’interno di una voracità che imprime accelerazioni sulle modalità di consumare il pianeta, le sue risorse e finanche chi lo abita – capace per questo di ridefinire anche le modalità di movimento all’interno di esso, e dove le merci hanno addirittura precedenza sugli uomini, ovvero di sicuro su quella parte di essi destinati a essere corpi a perdere come appaiono esserlo proprio i migranti.

I mutamenti in corso conducono verso nuovi rapporti di forza

Foto di Rachel Claire da Pexels

Il debutto di una nuova era – quella in cui stiamo sopravvivendo – si stratifica dunque su due mutamenti importanti che, come già successo altre volte nei secoli passati, hanno finito per imporre condizioni e rapporti di forza tra gli uomini, proprio come sta accadendo nel nostro tempo. Una ridefinizione del moralmente accettabile che si nutre per esempio della morte di alcuni braccianti migranti come accaduto in uno dei ghetti della Puglia che non desta riprovazione alcuna, se non per pochi attimi, temporalmente identici ad un spot televisivo che reclamizza una qualsiasi mercanzia. Dentro questo nuovo mondo, la parte essenziale – qui si differenzia con le ere economiche precedenti – non sono gli uomini, i popoli, le genti, il genere umano, ma al contrario sono le merci, le produzioni, gli scambi, i flussi finanziari e non quelli naturali delle migrazioni.

Si potrebbe obiettare che il capitalismo si è sempre nutrito della produzione delle merci, ma non si può allo stesso tempo sostenere che il “non limite” del capitalismo attuale – sempre più sofisticato nel generare ricchezza per pochi, e contemporaneamente maggiore povertà per tanti abbia precedenti uguali per le implicazioni globali che vanno sempre più determinandosi. Si capovolge addirittura in questa direzione anche l’essenza delle questioni da affrontare e nel nostro caso, per esempio, la morte di un giovane migrante finito sotto le ruote del camion al quale si era aggrappato per arrivare in Italia viene trattata come l’ennesima vittima del sistema dell’immigrazione clandestina – anziché affrontarla come l’ennesima vittima della mancata libera circolazione degli esseri umani. Tutto questo si incastra, poi, all’interno di due mutamenti epocali ai quali non siamo ancora capaci di attribuire il significato e il senso che meritano: i mutamenti climatici e quelli sociali. La loro preoccupante radicalizzazione ridisegna un nuovo mondo mentre noi agiamo e ci muoviamo nel vecchio modo. I mutamenti climatici dunque, come i cambiamenti sociali che superano i confini degli Stati-nazione da un lato, e la progressiva crescita demografica con conseguenti spostamenti di uomini e donne dentro confini sempre meno geografici, concorrono in questa direzione a ridisegnare i confini del nostro orizzonte prossimo sempre più meticcio, sempre più attento per necessità al concetto di finitudine. Siamo dentro un processo di trasformazione ambientale imponente che ha già determinato un cambiamento dei nostri stili di vita nonostante non ne riconosciamo ancora la reale portata.

Ma la società si muove ancora nel passato

migrantiÈ la contraddizione dei cambiamenti che strutturano altre modalità di vita mentre le società si muovono ancora nel passato. I flussi migratori insieme ai conflitti ambientali proprio per questo vanno meglio indagati e maggiormente resi noti – se necessario anche attraverso modalità di comunicazione più prossime a quanti in maggioranza si nutrono di informazioni di seconda mano. A questi bisogna rivolgersi con una più capillare ostinazione affinché i conflitti ambientali in atto e i processi di migrazione ambientale, nella storia del mondo più volte accaduti, diventino maggiormente chiari come conseguenza anche dei nostri singoli comportamenti ovvero come consumatori ambientali per un verso e di pregiudizi dall’altro, e soprattutto come conseguenza della nostra mancata capacità di indignazione comune. Il riferimento al giovane bracciante gambiano morto nell’incendio nel ghetto di Rignano, ci riporta a prendere atto della oramai desueta forma di lotta civile, indignazione di massa e di piazza dinnanzi a fatti così eclatanti che vedono al permanere del lavoro sfruttato aggiungersi ai caporali della manodopera – i caporali delle progettazioni sociali. Nonostante quest’ultimi, i caporali delle progettazioni sociali che decidono chi lavora come associazione e chi no, gestiscano con fare arrogante risorse pubbliche per oltre 35 milioni di euro per il superamento del disagio abitativo ed il contrasto al caporalato con complicità importanti del terzo settore e del mondo sindacale, prevalentemente basati in Puglia, le condizioni dei braccianti migranti se possibile, sono ulteriormente degradate senza l’indignazione o presa di posizione alcuna, nonostante l’evidente saccheggio di fondi pubblici. Pertanto se sei un bracciante migrante il tuo destino è arsi dal caldo nei campi, ovvero arsi nei ghetti.

Le violazioni dei diritti

Dentro uno scenario così fatto, dove mancano quegli spazi cerniera intimi alla stessa definizione di comunità, gli strappi sociali si manifestano in ripetute violazioni dei diritti umani e ambientali in danno di chi spesso somma alla condizione di discriminato anche quella di profugo ambientale, che ancora – e nelle norme giuridiche, e nel linguaggio comune – appare sempre più come un extraterrestre prima ancora dell’essere percepito come un extracomunitario in maniera prevalente, senza mai riuscire a mettere a tema – per il nostro essere etnocentrici – che nessuno di noi è al contrario al riparo dall’essere divorato dalle trasformazioni ambientali che ci circondano. Nonostante queste evidenze, palesi, facilmente riconoscibili, si procrastina, al contrario, la volontà tutta discriminatoria di radicalizzare lo scontro e di inneggiare addirittura al rischio radicalizzazione dei migranti – anziché tenere d’occhio e contrastare i fenomeni di radicalizzazione del clima che ben più devastanti danni determina. Dietro la psicosi sicurezza, e utilizzando nel migliore dei modi i vantaggi che si possono trarre da attentati di natura criminale compiuti non da migranti di transito, di necessità, ma quasi sempre da stranieri lungo soggiornanti in maniera residuale o da cittadini europei di origine straniera [seconde generazioni] quasi sempre si parte per decontestualizzare le origini delle migrazioni implicandole in pseudo guerre di religione che contribuiscono ancora di più nella psicosi generale a derubricare l’accoglienza come un vincolo etico o morale per scambiarlo con un obbligo nazionalista da adempiere contro ogni infedele che va al contrario respinto.