Sogni di gloria congelati: l’aziendalismo della Juventus di Agnelli si arena a Monza

La magna Juventus, appena malmenata in casa dal Benfica in Champions, cade con discreta ignominia allo stadio Brianteo di Monza, naturalmente ribattezzato U-Power Stadium, trafitta da una rete di Christian Gytkjær, attaccante danese con un buon passato nel Lech Poznań. Il tonfo fa rumore. Possibile? Il più alto monte ingaggi netto della Serie A (97,3 milioni di euro) contro una neopromossa, per quanto rinvigorita dal patron Berlusconi? Possibilissimo, nel basket i valori tecnici e quindi finanziari fanno sempre premio, nel calcio no, ci sono significative eccezioni ed è bello pure per questo. Poi, certo, se la squadra più ricca ha mezza squadra – tra cui Chiesa e Locatelli – in infermeria qualcosa si spiega. Ma non tutto. Vediamo.

Quella Superleague invocata che ora appare una beffa

Medice cura te ipsum, vale a dire “medico, cura te stesso”. Il presidente della Juventus Andrea Agnelli nell’aprile del 2021 aveva sfoderato – con altri sventati  sodali, tra cui il capataz del Real Madrid Florentino Pérez – un toccasana a suo dire definitivo per guarire il calcio europeo. Superleague si chiamava, un torneo di club ricchi a numero quasi chiuso che, posponendo i meriti sportivi ai diritti dinastici, di definitivo avrebbe garantito solo un vulnus ai campionati nazionali e alla natura stessa del football.

Andrea Agnelli (Foto di Paolo Giandotti – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

Un vasto programma abortito in un fiat per l’opposizione dell’Uefa di Aleksander Čeferin, un malestro da aggiungere ad altri svarioni dirigenziali benedetti dal presidente bianconero (uno fra tanti: Pirlo, campione a digiuno di panchina, promosso a primo allenatore), peraltro ancora ostinatamente in lotta e impegnato in contenziosi per realizzare il suo sogno, secondo molti più simile a un incubo. Forse, evitando voli continentali, qualche energia o controllo in più poteva dedicarlo terra terra alla gestione sportiva ed economica del club, un saliscendi di risultati e meste figure nate non per caso con l’addio alla maison dell’ad Giuseppe Marotta, ora all’Inter. Tanto per citare nomi e cognomi, prima Fabio Paratici, ora dg del Tottenham, poi Federico Cherubini, attuale football director (così è scritto nei quadri societari) si sono specializzati nell’acquisto di calciatori spompatelli a parametro zero, cioè a scadenza di contratto, e però con contratti babilonesi.

Un incredibile campionario di scelte sbagliate

Da Rabiot a Ramsey, dal rientrante Pogba (subito infortunato) ad Angel Di Maria, acciaccato e senza la forza dei nervi distesi, a vedere il suo fallo di reazione sul monzese Izzo. La Juve di Marotta nel 2016 cedeva per 105 milioni al Manchester United Pogba, dalla stessa squadra arrivato a Torino nel 2012, neanche ventenne, a parametro zero. Un affare. Il brasiliano Arthur dopo due anni dimenticabili è stato ora ceduto al Liverpool con prestito oneroso di 4.5 milioni più diritto di riscatto di 37.5 milioni. Era stato rilevato dal Barcellona per 74 milioni. Un affare? Ingaggi alti, vedettes come Cristiano Ronaldo, un senso di affanno, di continue lussuose toppe per ghermire risultati (tanti e subito), la mission di portare la Juve a un gioco all’europea (Paratici dixit), una mozione che poco significa: ci sono squadre che giocano più chiuse, altre che puntano sul pressing, squadre costruite per il contropiede e altre sul possesso. Insomma, un programma di investimenti ambizioso, ma sorretto da una logica aziendale sportivamente carente.

La formazione della Juventus (foto dal sito del club)
La formazione della Juventus (foto dal sito del club)

Diceva Andrea Agnelli, per lanciare la Superleague: “Il calcio non è più un gioco ma un comparto industriale e serve stabilità. Anche a livello domestico. In Europa la partita che vale di più non è la finale di Champions ma i play-off della prima divisione inglese per accedere alla Premier League: ben 150 milioni. Questa non è stabilità. Servono regole economiche ferree come quelle stabilite nella Superleague”. Prego? La Premier è un modello vincente, dove emiri e fondi iniettano / investono volentieri denaro, ma è pure il vertice di un sistema che il football lo difende in ogni categoria. Ancora Agnelli: “I più giovani vogliono vedere i grandi eventi e sono meno legati agli elementi di campanilismo che hanno segnato le generazioni precedenti, compresa la mia”. Seguivano dettagli della ricerca di mercato commissionata ad hoc: “Il dato più allarmante è che il 40% di coloro che hanno fra i 16 e i 24 anni non ha interesse nel mondo del calcio. Andare a creare una competizione che simuli ciò che fanno sulle piattatorme digitali – come Fifa –  significa andargli incontro e fronteggiare la competizione di Fortnite o Call of Duty che sono i veri centri di attenzione dei ragazzi di oggi, che spenderanno domani”. Accidenti, che orizzonti di gloria. Non occorre aggiungere altro.

E Napoli, Atalanta, Udinese se la ridono

Il calcio ha bisogno di bilanci in ordine, di introiti garantiti, però non di solo business vive. Servono valori, identità e tradizioni da difendere. Dirigenti consapevoli che il merchandising non è il fine ma un mezzo, perché tutelare il calcio come sport è il primo passo fondamentale per risanare il calcio come impresa. Anche nel gioco più amato e vendibile, in questa macchina da profitti non rare volte sequestrata dalla politica (presente Macron che supplica Mbappé di restare al Psg per il bene della Francia? E gli assurdi Mondiali autunnali in Qatar?), non tutto si compra e si programma da un giorno all’altro come una nuova linea di produzione. Nel calcio, in questo mistero senza fine bello, servono amore e destrezza. Quella, per dire, mostrata dal Napoli arruolando Kvaratskhelia, un calciatore georgiano fino a poche settimane fa ignoto ai più,  al momento una delle sorprese più eclatanti della massima serie. E pure il Milan, con la sua linea giovane, con Paolo Maldini e Stefano Pioli, è un caso di successo. A Torino dovrebbero prendere appunti e guardare la classifica: Napoli, Atalanta e Udinese sul podio. Meglio della Superleague.