Slapp, uno schiaffo alla libertà. Si mobilitano giornalisti e ambientalisti

Cinquecentomila euro per danno alla reputazione. Così l’intimidazione passa per le aule dei tribunali. L’abuso delle querele per diffamazione, sia nel processo civile che penale, non ha nulla a che vedere con la giustizia né con il concetto di verità. No, la verità non è affatto un requisito. Anche una causa basata su fatti inconsistenti e certamente destinata alla sconfitta svolge la sua funzione con efficacia.

Perché il vero obiettivo di questo tipo di denuncia non è neppure quello di vincere la causa intentata, è quello di tacitare le voci critiche, distogliendole dal loro lavoro, caricandole di attività finalizzate al processo e dei relativi costi, mentre l’impresa querelante si limita a delegare tutto agli avvocati, con un solo obiettivo: tirarla per le lunghe. Se la causa dopo anni e anni di controversie sarà perduta, nessuno se ne accorgerà, ma intanto uno scomodo giornalista o un attivista ambientale è stato paralizzato per anni o perfino per decenni.
Un simile utilizzo della querela per diffamazione non comporta solo un chiaro abuso dello strumento processuale, ma una diretta minaccia alla libertà di espressione.

Uno schiaffo alla libertà

Foto di Danya Gutan da Pexels

Questa tattica ha un nome: Slapp, una parola che in inglese significa “schiaffo” ma è anche l’acronimo di “strategic lawsuit against public participation” ossia causa legale strategica per contrastare la partecipazione pubblica.

Una Slapp si distingue dalle altre querele perché non si basa sulla verifica delle prove, ma sulla disparità di potere, facendo intravvedere al querelato il rischio di perdere tutti i sui beni, e costringendolo a anni o decenni di inferno processuale, indipendentemente dalla verità dei fatti in questione.

  • E’ accaduto all’attivista ambientale Valérie Murat che si batte contro i pesticidi perché probabilmente hanno ucciso suo padre, un vignaiolo di Bordeaux: 125.000 euro di danni e l’ordine di ritirare da internet i risultati delle analisi di laboratorio.
  • E’ accaduto all’associazione Terra! denunciata da Cartiere Pigna per aver dimostrato (con risultati di laboratorio sull’analisi delle fibre) di usare carta proveniente dalla distruzione delle foreste indonesiane: richiesta di 500.000 euro di danni.
  • E’ accaduto all’associazione ambientalista tedesca Rettet den Reganwald, citata in giudizio dal conglomerato indonesiano-coreano Korindo per aver denunciato la deforestazione in Papua, nell’isola di Nuova Guinea, uno degli ultimi paradisi tropicali rimasti nel pianeta.
  • E’ accaduto alla giornalista maltese Daphne Caruana Galizia, che ha subito 40 processi per il suo giornalismo investigativo, prima di essere stata uccisa da una bomba collocata nella sua auto.
  • E’ accaduto a Karl Bär, dell’Istituto ambientale di Monaco di Baviera, denunciato dalla Provincia di Bolzano per aver allertato il pubblico sugli alti livelli di contaminazione da pesticidi nelle mele dell’Alto Adige (verdetto ancora in sospeso).

E’ questo il bello di un processo per diffamazione: la deforestazione è documentata? La presenza di pesticidi sulle mele o sull’uva è provata? Tutto questo è secondario: quel che conta è che ci sia un danno all’immagine, o meglio ancora, il conseguente danno finanziario, più o meno arbitrariamente dedotto.

CASE: giornalisti, ambientalisti e consumatori insieme

slapp Daphne Caruana GaliziaLa coalizione europea CASE (Coalition Against Slapps in Europe), che unisce associazioni ambientaliste, giornalisti e rappresentati dei consumatori, ha pubblicato una proposta di legge europea per contrastare le Slapp.

Il prossimo 26 marzo, CASE presenterà il progetto assieme alla Vicepresidente della Commissione Valori e trasparenza del Parlamento Europeo, Věra Jourová.

Malgrado la crescente consapevolezza dell’utilizzo abusivo dei processi per diffamazione, questa pratica è tutt’altro che residuale, anzi è in crescita.
Recentemente l’allarme è stato lanciato dalla stessa Commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Dunja Mijatović, che ha denunciato la crescita dell’uso delle cause legali come mero strumento di intimidazione di attivisti e giornalisti.

Una proposta di legge europea

“L’obiettivo di una Slapp – spiega la Commissaria del Consiglio d’Europa – non è quello di vincere la causa, ma di distogliere tempo ed energie come tattica per soffocare critiche legittime. I querelanti sono di solito più interessati al processo in sé che all’esito della causa. L’obiettivo di distrarre o intimidire è spesso raggiunto rendendo il procedimento legale costoso e dispendioso in termini di tempo. E le richieste di risarcimento danni sono spesso esagerate”.

Cause contro il diritto di informare e essere informati

Uno studio di diritto comparato commissionato dal Rappresentante OSCE per la libertà dei media riporta che “le leggi penali sulla diffamazione continuano ad essere applicate con una certa regolarità nella zona OSCE, anche contro i mezzi di comunicazione. Zone più a rischio sono l’Europa meridionale (soprattutto Grecia, Italia, Portogallo e Turchia), l’Europa centrale (specialmente l’Ungheria), l’Asia Centrale e l’Azerbaijan, anche se saltuari arresti di giornalisti continuano ad avvenire in Paesi tipicamente considerati forti difensori della libertà di stampa, quali Danimarca, Germania e Svizzera”.

E’ tempo di porre fine all’utilizzo abusivo della querela per diffamazione che serve solo a proteggere interessi privati ai danni dell’ambiente o i beni pubblici – quando non interessi apertamente criminali. O gli schiaffi alla libertà diventeranno la norma.