Londra città chiusa
agli immigrati, la Brexit
taglia il mondo fuori

Alla fine l’hanno chiusa davvero, la frontiera dei sogni. Tre anni e mezzo dopo un contestatissimo referendum vinto di misura dagli euroscettici, il governo conservatore guidato da chi in quella campagna referendaria seminava bugie sull’immigrazione dall’Unione Europea (di cui si provava a fare credere avrebbe presto fatto parte la Turchia), ha presentato le sue linee guida per le politiche sull’immigrazione post-Brexit. Un sistema a punti, operativo a partire dal 1 Gennaio 2021 per rimpiazzare la libertà di movimento di cui godono i cittadini europei all’interno di quella Unione da cui il governo di Londra ha scelto di uscire.

Dicono sia stato inizialmente proposto (ma mai attuato) da Tony Blair, e che sia ispirato al modello australiano, un riferimento vagamente sinistro ad un paese in cui gli immigrati britannici hanno soppiantato e sterminato gli autoctoni, prima di legiferare su chi voleva arrivare dopo di loro.

Lavoro e lingua inglese

Nel nuovo regime potranno trasferirsi legalmente in Gran Bretagna soltanto i fortunati privilegiati in grado di totalizzare 70 punti di questo nuovo sistema presentato dalla ministra dell’Interno Priti Pratel, che ha ammesso in un’intervista come le sue nuove regole avrebbero impedito l’arrivo perfino dei suoi genitori indiani. In particolare potranno fare domanda di visto di lavoro soltanto coloro in possesso di un’offerta di lavoro appropriata alle proprie competenze e in grado di provare la propria conoscenza dell’inglese.

Questi requisiti garantiranno 50 dei 70 punti necessari ad ottenere il visto. I restanti 20 possono essere ottenuti sulla base di titoli di studio d’eccellenza (un PhD ne vale fino a 20 se in materie scientifiche, quelli umanistici valgono la metà), con un significativo salario di partenza (20 punti oltre le 25600 sterline annuali, 10 sopra le 23000) o qualora si voglia lavorare in un settore con carenze di manodopera, certificato dal Migration Advisory Committee (MAC), che al momento ne prevede solo nell’agricoltura e nell’assistenza sanitaria (qui).

Anche gli studenti ricadranno nel nuovo regime a punti. A partire da Gennaio 2021 dovranno anche loro fare una domanda di visto che verrà accolta soltanto in presenza di un’offerta presso un’università o una scuola, un’appropriata conoscenza dell’inglese e la capacità di provare di potersi sostenere duranti gli studi in Gran Bretagna. Esentati da un’offerta di lavoro o di studio solo gli iperqualificati “talenti globali” riconosciuti tali dal governo, una strada impraticabile per la stragrande maggioranza di chi emigra.

Ambiente ostile

Come ampiamente prevedibile, non c’è nessun beneficio per i migranti extraeuropei. Il governo conservatore si limita a livellare verso il basso le politiche per l’immigrazione, eliminando completamente una via d’accesso legale alla Gran Bretagna per l’immigrazione poco qualificata, che non ci sarà né per gli europei, né per tutti gli altri. Un sistema che vuole esplicitamente chiudere la porta in faccia ai tanti lavoratori free lance, agli artisti, ai musicisti alla ricerca di lavoro e ai tantissimi ragazze e ragazzi italiani, polacchi, rumeni, spagnoli, greci, portoghesi e di tanti altri paesi europei partiti per Londra in questi quattro decenni di appartenenza alla UE semplicemente alla ricerca di fortuna, magari anche solo per un breve periodo o per imparare la lingua mentre lavoravano a un pub.

Boris Johnson

Si tratta del 70% degli immigrati europei arrivati dal 2004 secondo le stime dello stesso Migration Advisory Committee. In questo giorno tristissimo non possiamo non pensare a loro. Finisce la libertà di movimento attraverso la manica. Al suo posto, il grigio tran tran degli uffici responsabili della realizzazione di quello che Theresa May chiamava “ambiente ostile” (per gli immigrati) e la burocrazia in bianco e nero degli ufficiali di frontiera che avranno il potere di bloccare chi non ha un visto sul passaporto (che dal Gennaio 2021 la carta d’identità non basterà più).

Posti di lavoro vacanti

Protestano i datori di lavoro e protestano i sindacati per una grande stretta migratoria di cui non sussistono motivazioni economiche. Un coro di critiche dalla Camera di Commercio che chiede una “radicale semplificazione del sistema” ai sindacati che chiedono l’abolizione delle soglie salariali d’accesso. Oltre ad agricoltura e sistema sanitario, su cui il governo pianifica di concedere eccezioni, sono molti i settori in cui la stretta migratoria rischia di avere conseguenze pesanti. Dal settore della cura a quello dei trasporti, dal turismo all’industria alimentare alla ristorazione, sono moltissimi i settori che rischiano di finire “in ginocchio” per le carenze di badanti, autisti di camion, tour operator, addetti specializzati e camerieri. Posti di lavoro che non possono essere sostituiti da lavoratori britannici, in un paese con un tasso di disoccupazione (3,8%) e un tasso di inattività (20.5%) molti bassi e che sono relativamente ancora più bassi in quelle parti con un’economica vibrante dove l’immigrazione europea affluisce.

Del resto non è vero che in Gran Bretagna l’immigrazione europea abbia abbassato i salari. La maggior parte degli studi non mostra nessun effetto sui salari, a nessun livello, in nessuna regione. Nella maggior parte dei casi è vero il contrario, con un’immigrazione giovane ed istruita che vuole lavorare e contribuisce più della popolazione indigena alle finanze pubbliche, ha più probabilità dei nativi di intraprendere un business e assumere, di espandere la domanda di prodotti o servizi in un altro paese, di contribuire ad innovare e ad aumentare la produttività. Soltanto un paio di studi mostrano lievissime riduzioni dei salari in presenza di elevati flussi di migranti poco qualificati (riduzioni di meno del 2% degli aumenti salariali in 10 anni in settori con un aumento del 10% di lavoratori migranti), riduzioni in ogni caso drasticamente inferiori a quelle dovute, negli stessi anni, all’impatto della crisi finanziaria del 2008. Ma, si sa, è più facile dare la colpa ai migranti che al finanzcapitalismo.

Spinta xenofoba

Vale la pena ricordare il perché di tutto questo. Nonostante negli ultimi tre anni e mezzo in Gran Bretagna si sia parlato poco di immigrazione, dietro questa nuova politica e nascosta sotto l’algida locuzione “riprendere controllo dei confini” c’è la stessa spinta xenofoba e razzista che è stato il motore principale della campagna referendaria per la Brexit. Un referendum ricordiamolo, vinto con i voti della Gran Bretagna delle “contee”, tendenzialmente anziana, benestante e nostalgica del bel tempo che fu, quando l’impero di sua maestà non aveva remore ad importare manodopera a buon mercato. Il cuore nero della Brexit è l’eco del discorso sui fiumi di sangue del leader conservatore xenofobo Enoch Powell che si sostanzia nella stretta sull’emigrazione che sarà con ogni probabilità l’unico concreto risultato che i brexiters potranno raccontare di avere raggiunto.

Non esiste un piano per il rilancio dell’economia britannica fuori dal mercato unico europeo, non esiste una strategia geopolitica che possa aumentare l’influenza di un’isola di medie dimensioni in un’epoca in cui non conta più la potenza della tua flotta che crede di stare tagliando fuori gli europei quando in realtà sta imprigionando se stessa.

Eppure nasce sconfitto questo piano. Non c’è mai stata, nemmeno il 23 Giugno del 2016, una maggioranza a favore dell’abolizione della libertà di movimento, se si considera che una quota non insignificante di voti per il leave arrivarono in comunità martoriate dall’austerity imposta dai governi Cameron che credettero alla balla della campagna del Leave sui 350 milioni settimanali versati all’UE che sarebbero stati usati per rifinanziare del sistema sanitario nazionale (che non sopravviverebbe un giorno senza le migliaia di infermiere e medici europei, dato la cronica carenza di formazione medica britannica). E non c’è più, almeno dalle europee di Maggio 2019 una maggioranza di elettori a favore della Brexit, in qualunque forma (come raccontato proprio su Strisciarossa). Anche solo per questo, possiamo scommetterci già ora: “Londra città chiusa” è un progetto senza futuro. Verrà il giorno in cui una nuova generazione troverà la strada per riportare l’Inghilterra in Europa.