Sinistra, la sfida tra istinto di conservazione
e grande politica

E’ interessante l’intervista che Bersani ha rilasciato venerdì scorso a Repubblica. E lo dico con piacere, perché pur riconoscendone la dignità mi sono trovato in dissenso con lui quando è uscito dal Pd e ha fondato Articolo 1. Mi sembrò una scelta sbagliata per gli stessi motivi che mi spingono ora ad apprezzare quello che ha detto.

Pierluigin BersaniRiepilogo il suo ragionamento: bisogna mettere mano a una nuova forza di sinistra, plurale, larga, che vada oltre i vecchi confini, compresi quelli nei quali è rinserrato il Pd. Non servono i vecchi attrezzi, dice Bersani. D’accordo, il mondo sta cambiando in modo radicale, nelle cose, nella realtà. Ma – e qui sta il problema – c’è una distanza profonda tra le trasformazioni in atto e la coscienza che se ne ha. La crisi della sinistra, in Italia e fuori, nasce anche qui: dalla scarsa consapevolezza di ciò che è accaduto e sta accadendo. Quando va bene, le trasformazioni sono note, non conosciute.

Vecchi attrezzi e mondi nuovi

In termini sintetici: stiamo uscendo da un mondo durato, con molte trasformazioni interne, per secoli, e stiamo entrando in un altro. Tutti i nostri parametri di riferimento – culturali, religiosi, etici, sociali – sono in discussione, e non riescono a reggere l’urto delle trasformazioni.

Un mondo nuovo sta nascendo, e non è difficile comprenderne sia cause che effetti. Cambia la composizione demografica dell’Italia e dell’Europa; è in crisi il rapporto tra cristianesimo ed identità europea – qualcosa di enorme, su cui non si riflette; la contraddizione tra capitale e lavoro non può più essere l’asse di una politica di sinistra, per l’irrompere di questioni che toccano, in modo diretto, il destino della specie nella sua generalità, a cominciare ovviamente dal nodo ineludibile per tutti dell’ambiente, di cui occorrerebbe mettere in risalto tutte le conseguenze; mutano i comportamenti a livello individuale, e lo stesso concetto di coppia e di famiglia; si trasformano le forme di conoscenza sia del passato che del presente, ad opera della rivoluzione informatica e delle nuove tecnologie e della intelligenza artificiale, con una trasformazione dello stesso concetto di lavoro e del rapporto tra tempo di vita e tempo di lavoro; muta il nostro rapporto con la vita e con la morte…

Eventi enormi, di cui si ha scarsa consapevolezza: come stare seduti su un vulcano e non saperlo. Ed è su questo punto, che attiene alla “coscienza” – prima che all’ “essere reale” – che bisogna lavorare.

L’altezza della politica

Pensare in una situazione come questa di poter ricorrere a vecchi attrezzi, o a vecchi artifici è, oltre che stupido, irresponsabile. E altrettanto irresponsabile è pensare di potersi misurare con tutto questo pensando di poter ricorrere alla piccola politica, per quanto in buona fede. I vecchi attori sono finiti, le vecchie scene sono decrepite. Come il cavaliere di Ariosto: continua a cavalcare ed è morto.

Irrompe una nuova vita, a tutti i livelli, e cerca nuove modalità in cui organizzarsi e costituirsi. Ci vogliono, per questo, idee all’altezza delle trasformazioni in atto. E’ indispensabile una grande politica, oltre le vecchie barriere; occorre una coscienza collettiva di quello che accade.
E a sinistra è necessario un soggetto nuovo capace di capire anzitutto quello che sta succedendo, e di rappresentare il nuovo che irrompe, cambiando tutto quello che c’è da cambiare a livello di gruppi dirigenti, di organizzazione, interrogandosi sullo stesso concetto di rappresentanza, sul rapporto tra ciò che si trasforma e nuove modalità della rappresentanza politica e sociale: questo è oggi il problema dei problemi.

A suo tempo, l’hanno capito Grillo e Casaleggio, ed è questo il loro merito più importante, questa è l’intuizione che ha consentito loro di costruire un movimento che ha persuaso più del 30% degli italiani alle ultime elezioni politiche.

Quella esperienza, oggi in via di consunzione, è stata fondamentale nella recente storia dell’Italia – un dato che ormai appare chiaro, anche sul piano storico. E dovrebbe essere oggetto di riflessione e di studio, per quello che ci può dire in negativo – non si esce dalla crisi con la democrazia diretta – e in positivo – le forme tradizionali della rappresentanza non sono più sufficienti, occorre andare oltre.

Riformisti radicali

Questa è la sfida nel nostro tempo, e riguarda tutte le forze del cambiamento, che possono vincerla solo se si riuniscono in forme e modi nuovi, senza pregiudizi restando come ostriche attaccate a un passato finito senza appello.

O si capisce quello che sta accadendo o non si ha futuro. E questo richiede in primo luogo intelligenza, capacità di capire e strumenti adeguati per capire. Occorre un lavoro sistematico, e non può essere affidato a un gruppo di intellettuali. Anzi, oggi è necessaria – oserei dire: vitale – la convergenza e l’intreccio di varie competenze, dalla politica alla filosofia alle scienze… Occorre mettere in moto un cervello collettivo, costruendo istituzioni, strumenti che ne consentano il lavoro per dare concretezza a quello che dice Bersani.

C’è un altro punto su cui ha ragione, e su cui varrebbe la pena di riflettere. Pensare oggi a politiche di centro è una strategia senza avvenire. Risponde solo a un istinto di conservazione, rinchiuso in vecchie fortezze, che si spaccia per riformismo. Certo, nel nostro paese il centro è stato anche la base di politiche moderate orientate in senso progressivo. È accaduto negli anni in cui si è trovato un compromesso positivo tra capitale e lavoro.

Oggi non è così. La radicalità dei cambiamenti, la profondità del risentimento, l’esigenza di politiche all’altezza del tempo, richiedono altre scelte. Oggi si può essere riformisti solo a patto di essere radicali. Pensare di cambiare tutto senza cambiare niente è diventato impossibile, porterebbe l’Italia a una decadenza definitiva, ci getterebbe fuori dalla storia. Non sarebbe la prima volta.