Schlein: “Alla sinistra serve una casa comune che parli di futuro”

Per ricostruire la sinistra che manca non è (ancora) tempo di pensare a un partito unico. Serve, prima, cucire una rete, il più possibile larga, tra soggetti politici e sociali che invece ci sono già, anche se frammentati, spesso più nelle sigle che nei contenuti, e poco comunicanti tra loro. Nonostante siano numerosi gli strappi che fino ad ora hanno vanificato gli altrettanto numerosi tentativi, Elly Schlein continua a crederci. Lo ha ribadito nel corso di un incontro pubblico promosso dalla associazione politico-culturale Bagnolo Bene Comune di Bagnolo in Piano, provincia di Reggio Emilia, sui propri canali Facebook e You Tube (la registrazione integrale su https://www.facebook.com/bagnolobenecomune/videos/160895389283935) del quale qui riproponiamo un resoconto.

L’incarico istituzionale di vicepresidente della Regione Emilia Romagna – con deleghe pesanti: contrasto alle diseguaglianze e transizione ecologica, Patto per il clima, welfare, politiche abitative, politiche giovanili, cooperazione internazionale allo sviluppo, relazioni internazionali, rapporti con l’Ue – non impedisce a Elly Schlein di impegnarsi nel ruolo di leader del progetto politico “coraggioso” che lei stessa capeggiò in occasione delle elezioni regionali del gennaio 2020. Con buon successo politico (due consiglieri eletti) e personale (prima tra tutti i candidati, con oltre 22.000 preferenze). Quindi partiamo proprio da Emilia Romagna Coraggiosa chiedendo se ha un futuro, oppure è l’ennesima sigla destinata a sciogliersi in tempi brevi, come a sinistra è accaduto altre volte.

“La lista Coraggiosa nacque in circostanze particolari – risponde Elly Schlein – anche come contributo per respingere l’assalto politico di una destra che è tra le peggiori in Europa. L’idea era, al tempo stesso, quella di condizionare su temi temi qualificanti, soprattutto giustizia sociale e transizione ecologica, la coalizione di centro-sinistra che sosteneva il presidente Stefano Bonaccini. Non era una cosa scontata, venivamo da anni di fratture profonde nel centro-sinistra, i rapporti con il Pd erano spesso difficili. Siamo andati nei territori per chiedere ai cittadini, in particolare a quelli impegnati nelle mobilitazioni sociali: avete voglia di costruire insieme una visione del futuro della regione? I soggetti politici che hanno partecipato a Emilia Romagna Coraggiosa (Articolo Uno, Sinistra Italiana, E’ Viva, Diem 25) hanno condiviso questo sforzo. Il risultato è stato positivo, subito dopo è arrivato il Covid e questo ha reso tutto più difficile. Tuttavia, a settembre, liste analoghe si sono presentate in alcune elezioni comunali (Imola, Faenza, Vignola) e anche in questi casi i risultati sono stati buoni. Non è facile, noi siamo portatori di una diversità, ma io dico che con questo spirito si può e si deve andare avanti”.

Questa “diversità” ha ben tre fronti da presidiare simultaneamente: la battaglia contro la destra, gli equilibri instabili e spesso vaghi del centro-sinistra, l’eterna frammentazione dell’arcipelago della sinistra. Un compito da far tremare i polsi e che, allo stato dell’arte, non induce a grande ottimismo.
Per me la molla era e rimane l’intenzione di dare un segnale a tutto il campo progressista, ecologista, di sinistra. Emilia Romagna Coraggiosa non è nata per essere una sigla in più, non si è mai voluta caratterizzare come partito. Il punto è che esiste un problema per tutto il campo progressista, non ha posto al centro le sfide cruciali che stanno a cuore a molti che si mobilitano al di fuori della politica: le lotte contro lo sfruttamento del precariato, per la parità di genere, contro il razzismo, sul clima e sull’ambiente. Una ragazza e un ragazzo che si mobilitano in quelle piazze, se si vogliono impegnare in politica, dove lo possono fare, mantenendo pienamente la loro passione e il loro protagonismo?

Bella domanda. Però sono io che la giro a te: quale è la risposta?
Gli attuali grandi contenitori politici sono contraddittori, penso al Pd e anche al M5S, non dicono parole chiare su alcune questioni dirimenti. Quanto a noi piccoli, c’è un elemento altrettanto respingente: la frammentazione surreale, dovuta assai più a personalismi che a inconciliabili divergenze programmatiche. Lo dico con rispetto di tutti, compresi coloro che non sono interessati a una prospettiva comune. C’è un affollamento di sigle che nella sostanza dicono le stesse cose: come si fa a spiegare ai ragazzi, e non solo a ragazzi, perché non stanno insieme? Allora, secondo me, dobbiamo mettere in rete tutti quelli che, trasversalmente alle forze politiche e alle forze sociali, condividono nella sostanza una visione del futuro: combattere le disuguaglianze sociali, economiche, territoriali, generazionali, di genere; recuperare un equilibrio con le risorse naturali del pianeta che sono state devastate.

Resta il fatto che in Italia, da tempo, non c’è un partito di dimensioni adeguate che abbia una identità e una visione chiaramente di sinistra, né quella tradizionale socialdemocratica, né quella cosiddetta radicale. È un caso unico nell’Europa occidentale.
È vero. Nei Paesi in cui sono andati in crisi i partiti socialdemocratici sono nati o si sono rafforzati altri soggetti politici. Non nego che ci sia l’esigenza di partiti che portino avanti le battaglie della sinistra. Ma non credo che si possa anteporre l’esito di un percorso al percorso stesso. Dobbiamo sanare e superare barriere di diffidenza che si sono create nel corso degli anni: la principale è la barriera tra rappresentanza politica e mobilitazioni sociali, tra politica e società, poi c’è la barriera tra le forze politiche, anche tra quelle più vicine. Secondo me non si può partire domattina da un partito. Ecco perché parlo di una rete, una casa comune nella quale discutere di alcune battaglie che vogliamo fare insieme, dentro le istituzioni e fuori. Serve anche recuperare una nuova dimensione internazionalista, ecologista e di sinistra. Paradossalmente oggi sono più le forze di destra e nazionaliste a coltivare questa dimensione.

Ti pare che, concretamente, ci siano passi avanti sul percorso che indichi?
Nella mia esperienza personale, girando nei territori, ho conosciuto molte esperienze locali che vanno in questo senso. In questo ultimo anno la pandemia ha reso tutto più difficile, certamente gli incontri on line non sono la stessa cosa della presenza fisica. Ma sono convinta che questo lavoro, che definisco da formichine, debba continuare. Sul piano politico generale, vedo ancora prevalenti gli orticelli separati, che andrebbero superati: non si tratta di invitare gli altri nel proprio orticello, ma di ritrovarsi in un luogo che non sia già di qualcuno, per costruire progetti e iniziative comuni, anche attraverso compromessi alti laddove esistano posizioni in parte diverse. Non è facile, ma non vedo altra strada.

Nel frattempo, come si caratterizza Emilia Romagna Coraggiosa nel governo regionale?
Avevamo divergenze con il Pd, su alcuni temi le abbiamo ancora. Tuttavia, abbiamo preferito stare in partita, misurarci quotidianamente con le diversità. Senza questo, non saremmo stati in grado di portare a casa alcuni importanti risultati. Ne cito alcuni: l’aumento delle risorse per le politiche sociali, l’uso di strumenti nuovi per contrastare le disuguaglianze, la gratuità del trasporto pubblico per i giovani, per ora fino a 19 anni, il patto per il lavoro e per il clima, gli obiettivi della decarbonizzazione nella regione e del 100% di energie rinnovabili entro il 2035. Naturalmente, scrivere obiettivi non significa averli già raggiunti, ma intanto abbiamo tracciato una direzione che è condivisa dall’intero sistema regionale.

Adesso c’è da confrontarsi con il Piano nazionale di ripresa e di resilienza presentato da Draghi in Parlamento. Te ne sei fatta una idea?
Sto leggendo in questi giorni, voglio approfondire bene i diversi temi, valutare luci e ombre, quindi non azzardo giudizi frettolosi. Tra l’altro ci sono stati cambiamenti rispetto alla bozza che era circolata nei giorni precedenti la presentazione ufficiale. Ho comunque una critica sul metodo. È stato insufficiente il confronto in Parlamento, meno ancora sono stati coinvolti territori, Regioni, Comuni, parti sociali. Qualcosa di più aveva fatto il governo precedente, anche se non abbastanza. Capisco la necessità di tempi rapidi, ma la partecipazione su un piano così importante per il futuro di questo Paese è una cosa fondamentale.