Sinistra, non guardare
indietro: per tempi
nuovi idee nuove

L’articolo di Aldo Garzia (Non è solo per errori soggettivi se la sinistra non ritrova la strada), pubblicato qui su Strisciarossa lo scorso 10 agosto, ha il merito di proporre questioni di fondo della cultura di sinistra, non solo con intelligenza ma con la capacità di sfidare pregiudizi consolidati e stratificati nel tempo, mettendo in circolo, come oggi si deve fare, i diversi fili che hanno tracciato una storia complessa (quella appunto della sinistra italiana), alimentata spesso più di divisioni e anatemi che di fecondo dialogo. Come afferma l’autore (e io condivido questa sua posizione), «siamo tornati al punto di partenza». Quando si torna «al punto di partenza», occorre andare «oltre la congiuntura politica», non bastano più i risentimenti e le nostalgie, «le categorie del harakiri e del tradimento», ma è necessario ricominciare a pensare i problemi più radicali, quelli che veramente decidono l’orientamento e il destino di una parte politica. Su questa base comune deve iniziare oggi la discussione.

La questione nazionale

Il primo aspetto riguarda il tema della «arretratezza italiana». Garzia ricorda il saggio incompiuto di Leopardi del 1824 sui «costumi degl’Italiani» e acutamente vi avvicina la diagnosi impietosa di Piero Gobetti sul fascismo come «autobiografia della nazione», che, come si sa, cominciò a essere svolta nella “Rivoluzione liberale” dall’articolo del 23 novembre 1922 sull’Elogio della ghigliottina. Garzia costruisce, così, una singolare “genealogia”, che unisce Leopardi, Gobetti, Gramsci, Togliatti, fino (come vedremo) a un famoso editoriale di Pasolini sul “Corriere della sera” del 1974. È esatta questa ricostruzione? E, soprattutto, può rappresentare oggi un «punto di partenza» utile per ripensare il tema della tradizione nazionale? È opportuno ricordare che il movimento operaio italiano incontrò concretamente il problema della nazione nell’epoca del congresso di Lione e che il risultato più maturo di quella prima meditazione fu il saggio (concluso e non, come si è a lungo ritenuto, incompiuto) che Gramsci lasciò, al momento dell’arresto, sulla questione meridionale: saggio che conteneva una tesi sconvolgente, cioè l’idea che il partito nato a Livorno nel 1921 dovesse compiere il processo di unificazione nazionale, costruire lo Stato nazionale italiano, sanando quella ferita aperta tra il Nord e il Sud del paese che la rivoluzione borghese (il Risorgimento e il post-Risorgimento) non aveva saputo affrontare e sciogliere. Intorno a questa idea – non del Risorgimento come rivoluzione “fallita”, ma come processo “passivo”, limitato e incompiuto – si sviluppò il nucleo principale dei quaderni e, possiamo aggiungere, la successiva riflessione di Togliatti, fino alla novità sostanziale del discorso su Giolitti del 1950. Gramsci aveva interpretato la storia italiana nei termini, derivati da Vincenzo Cuoco, di una “rivoluzione passiva”: ma una “rivoluzione passiva”, vale sottolineare, è pur sempre una “rivoluzione”, un processo profondo di modernizzazione, che presuppone la forza esplosiva e “attiva” di un’altra rivoluzione, che nel caso specifico era stata quella francese dell’89. Alle spalle di questo rapporto con la nazione vi erano, oltre Leopardi e Gobetti, non solo le novità del meridionalismo, ma anche i vari Spaventa, De Sanctis, Labriola, e in certa misura Croce e Omodeo. Per questo, d’altronde, Togliatti poté intendere la Resistenza come una vera svolta nella storia italiana, non tanto nella formula del “secondo Risorgimento” (di cui anzi limitò in varie occasioni il significato), ma nella visione di un movimento unitario di massa, destinato a mutare il corso della storia italiana. Le speranze caddero, come si sa, nel 1947, ma questa è un’altra vicenda.

Un “Paese nel Paese”?

Qui vengo al secondo punto della mia discussione, che riguarda l’editoriale del 1974 di Pasolini. Sarebbe lungo il discorso se allargassimo la considerazione, come si dovrebbe, al Pasolini editorialista del “Corriere”, ai tempi della direzione di Piero Ottone; allo sguardo acuto che, senza dubbio, egli seppe gettare sulle contraddizioni del neocapitalismo, sul rapporto fra sviluppo e progresso, sui temi del “vecchio” e del “nuovo” fascismo e così via. Una critica del conformismo, una attenzione alle nuove povertà ed esclusioni che pure non gli impedì di distinguersi dalla gran parte degli intellettuali del momento e di riconoscere le ragioni della politica di Berlinguer. Tuttavia in quell’articolo ricordato da Garzia (Cos’è questo golpe? Io so) emergeva la parte meno limpida della sua riflessione (il compromesso storico, scriveva, è «una “alleanza” tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati l’uno nell’altro»), nella persuasione o nella speranza che il Pci fosse «un paese pulito in un paese sporco, un paese onesto in un paese disonesto, un paese intelligente in un paese idiota, un paese colto in un paese ignorante, un paese umanistico in un paese consumistico». Era, bisogna pur dirlo, una illusione, e una illusione che la sinistra avrebbe pagato a duro prezzo negli anni seguenti: i comunisti erano il paese, la nazione, nel bene e nel male, e non “un paese nel paese”, se non altro perché (caso unico nella storia di uno Stato in un regime capitalistico) avevano scritto e votato una Costituzione democratica, cosa che non era riuscita neanche ai fratelli francesi. Erano essi, insieme ad altre forze, i costruttori di quella democrazia che ora sembrava declinare. E siamo ricondotti, come si vede, al discorso di prima, cioè al rapporto che il movimento operaio ha stabilito con la storia nazionale. Questo vorrei ricordare a Garzia: se anche la crisi della Repubblica rientrasse, al pari del fascismo, nel paradigma dell’«autobiografia della nazione», noi di sinistra saremmo parte e protagonisti in quella «autobiografia», non ne saremmo soggetti esterni o indifferenti, come ancora credeva Pasolini.

Ripensare la tradizione

Garzia conclude la sua riflessione mettendo l’uno contro l’altro «il paese della sinistra così originale», cioè la grande tradizione di cultura del movimento operaio, e il Pd, divenuto «negli ultimi dieci anni la parodia del Partito democratico degli Stati Uniti». È difficile, anche qui, dargli del tutto torto. Non so se è esatto il riferimento ai democratici americani (che francamente lascerei ai loro problemi), ma certamente dopo l’89 e in tutte le vicende che sono seguite al drammatico XX Congresso del Pci (1991) la sinistra italiana ha via via perduto una stella polare della propria storia, cioè l’idea che la politica ha sempre una genesi nei gruppi sociali, che un discorso di critica e di trasformazione nasce dalla capacità di elaborare una combinazione originale tra la sfera internazionale e quella delle forze reali di una nazione. Su questo terreno il cedimento culturale è stato largo: si è partiti dall’idea che la sinistra fosse il luogo astratto dell’idea di eguaglianza, si è finiti con il sostituire una vaga metafisica dei diritti all’analisi realistica dei soggetti, dimenticando che la costruzione dei grandi diritti della democrazia, del lavoro, delle donne, è sempre stata il risultato di lotte e di movimenti profondi della società civile. È mancata, soprattutto, la funzione degli intellettuali. Di fronte alle trasformazioni dell’economia, della vita sociale, della tecnologia, del costume, della cultura, non si trattava certo di “tornare a Marx”, secondo un antico e abusato cliché, ma al contrario di sviluppare un più forte revisionismo, cioè un pensiero adeguato ai nuovi tempi, rinnovando le categorie fondamentali dell’analisi sociale, a cominciare da quelle di capitalismo, di classi, di Stato e così via. Gli intellettuali di sinistra hanno spesso scelto la strada più facile, non di ripensare seriamente ma di abbandonare quelle categorie.

Idee nuove per tempi nuovi

La critica degli ultimi trenta anni deve perciò essere radicale. Deve chiamare in causa le ragioni più profonde del nostro disimpegno. Nessuno di noi può tirarsene fuori con una sufficienza fuori luogo. È una intera generazione (alla quale io e Garzia apparteniamo) che deve fare i conti con se stessa. Ma si sbaglierebbe se si confondesse questa necessaria autocritica con forme improprie di nostalgia. Gli anni tra il 1989 e il 1991 hanno tagliato in due la nostra storia (personale e pubblica) e hanno trasformato completamente il mondo. La caduta del muro di Berlino, la sconfitta di Gorbaciov, la fine del bipolarismo, hanno rappresentato eventi di enorme portata. Nessuna tradizione “nazionale”, per quanto ricca e originale, avrebbe potuto passare indenne per una simile rivoluzione dei tempi, senza alterare le proprie forme politiche e senza subire il contraccolpo degli avvenimenti. Ogni partito, e in modo particolarissimo quello comunista, è costituito (sottolineo: costituito) da un ordine mondiale e dalla sua capacità di elaborarlo in forme originali. Oggi la sfida che la sinistra ha di fronte è quella della globalizzazione e della fine degli Stati nazionali. È una sfida senza precedenti e chiede, anche, nuove figure della soggettività politica, capaci di superare i limiti di antiche e parziali ideologie.

In questo mondo nuovo, come scrive Garzia, noi portiamo il pensiero e la tradizione di una «sinistra così originale», legata ai nomi di Gobetti e Gramsci, di Togliatti e Di Vittorio, del «gruppo del Manifesto», di Morandi, Panzieri e tutti gli altri che egli giustamente ricorda. Abbiamo il compito di custodire questo largo patrimonio di cultura, ma con la consapevolezza che tempi nuovi chiedono idee nuove.