Sinistra,
chi tradisce chi?

La categoria del tradimento è una di quelle patologie gravi che affligge la sinistra da sempre. Di esempi, come sappiamo, è piena la storia del Novecento. Al cospetto, le dispute odierne tra i discepoli della Leopolda e i nostalgici della Ditta non meriterebbero più che un’alzata di spalle. E per questo fa un po’ malinconicamente sorridere che Renzi l’altro giorno abbia festeggiato il decennale del Pd osservando, en passant, che chi è andato via, ha tradito se stesso e la propria storia. Ma davvero?

E se invece, più laicamente, chi se ne va, o chi è sul punto di farlo, non è d’accordo con un po’ di cose, e dunque decide, coerentemente, di mettersi da parte, proprio per essere d’accordo con se stesso e con la propria coscienza?

Dico per dire, se uno sul tema delle immigrazioni planetarie coltivasse un pensiero un po’ più strutturato sotto il profilo politico e filosofico di quello contenuto nella parola d’ordine “aiutiamoli a casa loro”?

E se uno fosse ragionevolmente e pacatamente convinto che il Job Act (con la sua visione in tema di licenziamenti, contratti flessibili, voucher, ecc.) non abbia realmente aggredito il nodo del lavoro, nei suoi giusti termini di diritti e dignità?

Se uno fosse stufo di aspettare da anni uno straccio di legge sul fine vita e chiedesse un intervento deciso in tal senso? O pensasse che il balletto sullo ius soli può bastare. O fosse convinto che la legge elettorale è un coacervo di maggioritario e proporzionale, che sembra fatta apposta per scoraggiare gli elettori e consegnarne le residue velleità decisorie nelle mani di un gruppo di politici di professione?

O se, infine, uno avesse una lettura del pianeta e dei suoi mali un po’ differente? Per esempio, l’altro giorno mi è capitato di leggere sul Foglio una pagina di riflessioni sotto al titolo Manifesto per la nuova sinistra di governo, un cui passaggio mi ha molto colpito: “il pianeta, nel suo complesso, è molto meno diseguale di vent’anni fa. Tutti i dati in possesso ci dicono che le disuguaglianze tra i paesi e tra i continenti sono crollate, così come le differenze di reddito globalmente considerate”.

L’Agenzia dell’ONU World Food Program, ci informa che circa 800 milioni di abitanti del nostro pianeta, di cui 150 milioni di bambini sotto i 5 anni, soffrono per mancanza di cibo (fame quantitativa), e circa 2 miliardi soffrono di fame qualitativa (ossia di mancanza di varietà di cibo e quindi carenza di vitamine, proteine, minerali).

Come tutti gli osservatori accorti non mancano di segnalare, esiste una geometrica coincidenza tra le aree che registrano condizioni di povertà e malnutrizione e quelle in cui più alto è l’analfabetismo. Analfabeti e sottonutriti al mondo sono più o meno gli stessi: 800 milioni.

Si aggiunga che, contrariamente a quanto ho letto sul Foglio, sembrerebbe che la forbice economica Nord–Sud, a tutte le latitudini, non deflette. E curiosamente questo riguarda anche l’Italia, come un recentissimo studio della Cgia di Mestre, si incarica di dimostrare. Naturalmente, se si ragiona unicamente in termini di PIL è possibile lasciarsi andare a conclusioni di segno opposto. Secondo le stime del Fondo Monetario, il PIL dei 45 paesi dell’Africa subsahariana crescerà cumulativamente del 26,3 per cento tra il 2015 e il 2020, tre volte più dell’area Euro. Tuttavia quelle stesse economie sono cresciute, nell’ultimo decennio, al ritmo del 5% annuo, senza che ciò abbia mutato significativamente i numeri della povertà, dell’analfabetismo e dell’insicurezza sociale delle porzioni più povere di popolazione, o determinato un proporzionale aumento dell’occupazione.

Dunque, un decennio di crescita che non solo non ha concorso a risolvere il problema della povertà di massa che affligge la regione subsahariana, ma che anzi, secondo la Banca mondiale, mantiene la diseguaglianza “a livelli inaccettabilmente alti” e il suo tasso di riduzione, ancorché percepibile dalle statistiche pubblicate, inaccettabilmente lento (cfr. al riguardo Banca Mondiale, Rapporto 2016. Poverty e Shared Prosperity. Taking on Inequality).

Pur senza nascondere i progressi compiuti negli ultimi 30 anni a livello planetario, bisognerebbe tuttavia sottrarsi alla retorica dell’oltranzismo filoatlantico. Leggo ancora dal Foglio: “l’arrivo dei capitali occidentali nelle aree arretrate del mondo ha fatto uscire dalla povertà più di un miliardo di persone”.

La Banca Mondiale è assai più prudente. Dal suo Rapporto 2016 emerge che i crescenti livelli di disuguaglianza all’interno dei singoli paesi mettono in pericolo i pur innegabili risultati raggiunti dall’umanità nel suo complesso negli ultimi decenni. Dunque, prima di celebrare acriticamente questi successi, la sinistra di governo dovrebbe interrogarsi sulle ragioni per cui questi progressi vanno a braccetto con irrisolti squilibri nella ripartizione del surplus di reddito globale. In altri termini, occorre interrogarsi sul fatto che mentre i redditi del 10% più povero al mondo è aumentano mediamente di appena 3 dollari l’anno nel periodo di riferimento, l’1% più ricco ha beneficiato di un incremento annuo medio 182 volte superiore.
E allora, è proprio sulla visione che bisogna intendersi. E non c’è niente di meglio del giudizio su come vanno le cose sul pianeta terra, per aiutarci a capire dove vogliamo andare e se possiamo farlo assieme. Mi piace pensare che se ci si divide non è per questione di tradimenti o di poltrone, ma semplicemente, banalmente, perché non si va d’accordo sulla visione e sui programmi che devono sostenerla. Immagino che dentro un partito ci si possa dividere su singoli aspetti del programma. Ma se non si condivide l’ispirazione di fondo e la linea di marcia, serenamente ci si separa, come accade nelle migliori famiglie. Nessuno tradisce nessuno.
Capisco che a rivendicare i diritti del lavoro, a parlare di testamento biologico e di ius soli, o addirittura a provare a vedere le cose anche con gli occhi e le ragioni dei profughi e dei disperati della terra, si rischi di perdere le elezioni. L’esempio austriaco, l’ennesimo, è lì a ricordarcelo. Però non sottovaluterei che c’è una decina di milioni di italiani e più, che da molto tempo non va a votare, stanca e delusa dalle ricette esistenti.
Sono altresì convinto che diversamente ragionando, e illudendoci di inseguire la destra nelle sue soluzioni vecchie e semplicistiche, la sinistra perda se stessa, e anche la speranza di dare le carte e disegnare il futuro in prima persona, forte della sua progettualità, della sua visione, dei suoi valori. Naturalmente il meglio sarebbe non perdere se stessa e vincere le elezioni. Io tifo incoscientemente per questa opzione.