Sinistra,
c’è ancora un muro
da sfondare

La sinistra vince e la destra perde. Questa è la sintesi indubbia del risultato per il primo turno. Può essere il segnale di un cambiamento di fase? Sì, con molti condizionali. Di certo il post-pandemia apre uno scenario nuovo, ma il consolidamento di una tendenza non è affatto scontato. I fattori che determinano il risultato sono più d’uno.

Perde la destra sovranista, certo. Avrà avuto un qualche effetto sull’elettorato, per spostamenti di voto e crescita delle astensioni, la sequela di enormità contraddette da fatti decisivi (e dal buonsenso) che hanno distinto l’accoppiata Salvini-Meloni. Volevano l’uscita dall’euro, ma l’Europa è stata più che mai la salvezza dell’Italia. I 222 miliardi del Pnrr ottenuti, su 750 stanziati, dicono tutto. Hanno minato credibilità e stabilità del paese. Sono passati solo due anni le performance in spiaggia al Papeete e oggi c’è Draghi alla guida del governo: ciò marca una certa differenza. Non sono mancati gli scandali: i 49 milioni di euro sottratti allo Stato dalla Lega, poi graziata con il rimborso a 76 anni… Le mani in pasta in torbidi affari, la Russia, Savoini. Assai discutibili alleanze nel Mezzogiorno, proiettate al Nord. Una cinica disinvoltura, con tanto di attacco all’autonomia della magistratura, che riecheggia il peggio della storia politica della Repubblica e ha fiancheggiato apertamente le tendenze autoritarie delle democrature a la Orbán.

All’inizio della pandemia Salvini minimizzava: ha molto faticato a mettersi la mascherina, come Trump e Bolsonaro. E oggi, in competizione con la Meloni, ha dato sponda ai no-vax contro il green pass. Ma invece gli italiani hanno fatto il contrario. Insomma, una serie impressionante di disastri e fallimenti politici, che devono sempre essere ricordati e segnare una leadership insostenibile. Ha fatto bene Enrico Letta a dirlo, rispondendo al tentativo di scaricare l’insuccesso sui candidati scelti da Salvini e Meloni. Da aggiungere e far pesare, poi, il negazionismo verso la crisi climatica, con tanto d’irrisione e aggressione di Greta sui social, che i nostri sovranisti hanno professato fino a quando hanno potuto. Senza fare sconti, va detto agli italiani cosa sarebbe stata l’Italia e cosa sarebbe, oggi e domani, con questa destra di Salvini e Meloni al comando.

Vince una sinistra che ha saputo fare larghe alleanze. Certo, anche con il M5s: i casi di Napoli e Bologna sono assai significativi. Non è andato perduto il lavoro fatto da Zingaretti. Le difficoltà di un partito esploso nel 2013 e nel 2018, che ha saputo raccogliere un consenso dato dalla crisi verticale della politica, ma che non ha saputo radicarsi nei territori, erano prevedibili. Ma sarebbe un errore fondamentale non dare sponda al tentativo che fa Giuseppe Conte di una chiara ricollocazione a sinistra del movimento. Come si vede, per l’inaffidabilità della Lega, anche da questa saldatura dipenderà la stabilità necessaria per garantire il successo dell’impresa avviata per la realizzazione del Pnrr.

Vince una sinistra che ha scelto, spesso, i candidati giusti. Nelle grandi e medie città il Pd può schierare una classe dirigente forte, fatta di sindaci che hanno conquistato consenso sul campo, con la fatica della prossimità e con una buona capacità d’innovazione: un valore che non può essere ancora confinato a livello locale. Ma per contare questo valore deve essere parte della rigenerazione di un partito e di un campo di alleanze, animatori di programmi ambiziosi, di svolta.

In ultimo, ma non certo ultimi per importanza, i dati dell’astensionismo e il computo dei voti assoluti, dicono che l’impresa del consolidamento di un primato della sinistra è tutt’altro che compiuta. C’è ancora un muro da sfondare. C’è una parte della società che si sente esclusa, da integrare, che dichiara sfiducia. Non va data per persa. Oggi non vota o continua a votare a destra, per chiusure culturali, contro i propri interessi, come dicono alcune prime rilevazioni. C’è una parte essenziale del lavoro dipendente da rappresentare, rispondendo risolutamente a fatti che gridano giustizia, in dialogo con il sindacato: in Toscana ne conosciamo. Ciò in alleanza con le sensibilità e gli interessi di ceti urbani, di un ceto medio insidiato e anche impoverito. Contro tutte le rendite.

Ci sono campi d’impegno nuovi, che hanno bisogno d’intelligenza collettiva e di passione civile e politica, come quello per la transizione ecologica. Papa Francesco ha fatto un drammatico appello ai giovani, nell’ultima tappa del percorso di Economy of Francesco: «voi siete forse l’ultima generazione che ci può salvare, non esagero». Insomma, per affermare la sua leadership e fare le alleanze necessarie, per preparare il dopo-Draghi, la sinistra deve fare la sinistra, deve avere un profilo insieme radicale e affidabile, volto al futuro, deve ricreare partecipazione senza chiusure di ceto politico, cambiando il partito maggiore. Dopo la pandemia, come ci dicono i successi di Biden e della SPD di Olaf Scholz, c’è una forte richiesta di protezione sociale e, magari ancora inespressa, compressa dagli individualismi egoisti o imitativi, di uguaglianza, di giustizia sociale. Cambiano i paradigmi imposti dal neoliberismo. Spesso si rovesciano e rispecchiano finalmente la realtà. Non si deve avere paura a dirlo e ad agire di conseguenza, con la velocità e la chiarezza necessarie.

 

*Marco Filippeschi è Presidente dell’associazione CittàEUROPA, ex sindaco di Pisa dal 2008 al 2018