Simone Biles si ritira dalle Olimpiadi:
anche i migliori possono perdersi

La ginnasta Simone Biles, elfo nero dal nobile volto delle Great Plains, le grandi pianure del Midwest, dopo mille voli in assenza di gravità è atterrata malamente sulla terra dalle parti di Tokyo. Aveva appena eseguito, questa onnipossente ragazza abbonata all’oro, un doppio avvitamento di quelli che perfino il miglior animatore della Pixar avrebbe difficoltà a disegnare, ottenendo un voto basso. E il sistema, anzi, il cuore del sistema annidato da qualche parte nella sua testa, ha fatto crash: “Non ho più fiducia in me stessa come prima. Non so se è una questione di età”. E si è ritirata dai Giochi. A ventiquattro anni, il botolo divino di 143 cm e 47 chili, la macchina perfetta capace di giocarsi la spina (unica donna al mondo) in uno “Yurchenko con doppia carpiatura” alla tavola del volteggio e nel “doppio salto all’indietro con triplo avvitamento” a corpo libero, è scesa dall’empireo e si è staccata idealmente dal body il simbolo della capretta, che in inglese suona “goat” e sta per “Greatest of all Time”. Per fregiarsi del titolo di Grandissima Persona Umana, con medaglia di platino alla Verità.

I demoni di Simone Biles

Simone è nata a Columbus, Ohio, l’hanno cresciuta i nonni perché ci sono strade che portano in alto ma pure destini – potenti come correnti di tempesta se hai la pelle scura – che vorrebbero trascinarti di sotto, ha saputo archiviare le molestie subite da un medico e per sette anni è stata la ginnasta numero 1 al mondo. Alla fine è successo. E ha consegnato allo stesso mondo parole come soffi di fuoco sullo sport apicale del Terzo Millennio che sempre più fabbrica strumenti di guerra atletica per far aumentare la pila dei dollari e lustrare il prestigio nazionale e li macina, questi strumenti santi e umani di nervi, muscoli, ossa resi cyborg programmabili, in competizioni estreme. Gli esercizi che solo lei è stata capace di eseguire si fa fatica anche solo a immaginarli. Anni di ripetizioni, di asticelle che si alzano, il training di un corpo che affinandosi sempre di più ti lima l’animella, te la prosciuga, se solo la trascuri un poco. La medaglia più bella è la sua: “Sento che non mi sto divertendo più. So che questi sono i Giochi, volevo farli, ma in realtà sto partecipando per gli altri, più che per me. Mi fa male nel profondo pensare che far ciò che amo mi sia stato portato via. Non appena salgo in pedana siamo solo io e la mia testa. E lì ci sono demoni con cui devo confrontarmi”. Li guarderà in faccia uno a uno ‘sti diavoletti e se li metterà in saccoccia, sicuro. Comunque e sempre, forza Simone. Si unirà di certo agli auguri la nostra Vanessa Ferrari, che senza la piccola maestosa farfalla di Columbus sente ancor più profumo di podio. Vanessa sa cos’è la sofferenza d’atleta. E forza anche a lei.

“Non sono capace di reggere questa pressione”

Quanto poi agli scettici che nelle Olimpiadi – con robuste ragioni – vedono appena un Barnum a favore di media e sponsor (tanto più in Giochi senza pubblico come questi), si può consigliar loro di riflettere su ciò che comporta difendere dei colori nazionali davanti a una platea planetaria. Onore? Autostima? Responsabilità? Amor di patria? Occasione di riscatto e di un nuovo, superiore status? Una risposta in lacrime l’ha data la tennista Naomi Ōsaka, ventitré anni, strepitosa tennista seconda nella classifica della Women’s Tennis Association dopo l’australiana Ashleigh Barty. Naomi, figlia di un haitiano e di una giapponese di Hokkaidō, cresciuta negli Usa, forse alle Olimpiadi non doveva proprio andarci. Già al Roland Garros certi umori scuri stavano venendo a galla e al primo match è crollata davanti alla ceca Marketa Vondrousova, non una carneade ma insomma. Può darsi pure che non volesse andarci, si dà il caso che al Giappone, in cerca di un’immagine meno tradizionalista e vieta, serviva sfoggiare una virata modernizzante grazie a una “diversa” dal colore d’ambra e allora non solo scendi sul court ma pure accendi il braciere olimpico in nome e per conto del Sol Levante. I capataz nipponici hanno preso malissimo la figuraccia di Naomi, tennista che i tornei ai quattro angoli della terra hanno reso multimilionaria. Peggio di uno schiaffo all’imperatore Naruhito. “Non sono stata capace di reggere questa pressione”, ha “confidato” in mondovisione, un altro outing da medaglia.

Anche ai migliori capita di perdersi

Siamo uomini, mica cavalli, creature di cieca generosità che si fanno scoppiare il cuore, noi sappiamo fermarci prima dell’ultimo miglio. Alle Olimpiadi, per un motivo o per l’altro, rappresenti qualcosa che va oltre di te, puoi aver vinto sette finali WTA su undici e poi pianti lo zoccolo e ciao. L’equilibrio alchemico e medicalizzato (tra apporti proteici, vitamine dicibili e indicibili, allenamenti, etc) di un atleta al vertice, talvolta si crepa e ci racconta come anche il più levigato, muscoloso, talentato esemplare della razza umana non sempre è un esempio di salute in senso classico. Ma va oltre la Natura e i suoi piani armonici, dove capita di perdersi. E questo non è scetticismo, solo realismo.

I podi olimpici grondano di sudore, pianti di disperazione, stizza, gioia suprema, qualunque sia la disciplina in cui ti cimenti fra le 37 ospitate a Tokyo. Sempre di più, a caccia di platee televisive giovani e trendissime, si sono aperte, via via, le porte al badminton (ci giocavamo in spiaggia e si chiamava volano), al surf, allo skateboard, all’arrampicata nelle tre prove che comprendono lead (prova a difficoltà crescente), boulder (salite brevi senza imbragatura) e speed, che si spiega da sola. Son rimaste fuori il bowling e lo squash, non certo per decenza, in attesa di veder candidati il quidditch, lo sport più fake del mondo ispirato a Harry Potter, il gioco delle pulci, lo speleo estremo senza bussola, il braccio di ferro e la divorata rapida d’anguria. Intanto grazie al taekwondo, arte marziale coreana, ci siamo portati a casa un bell’oro con Vito Dell’Aquila, quindi facciamo poco gli spiritosi, e salutiamo con sollievo e dovuti dubbi la confermata presenza a Tokyo del sollevamento pesi, messo in forse dal dilagare del doping e di rodati sistemi corruttivi. Non manca, dopo diverse, sciagurate voci contrarie, la lotta greco-romana. Proprio così, in una manifestazione che si chiama Olimpiadi, si è corso il rischio di godere del gran beach Volley e rugby a sette (mancanza di spazio?), ma non la lotta greco-romana. Come andare in pizzeria e scoprire che è finita la mozzarella. I più fortunati, vista una programmazione tv surreale, qualche bel match con classiche avvinghiate, magari tra il turco Riza Kayaalp e lo statuario cubano Mijain Lopez Nunez, se lo potranno gustare.