Signori, il mercato (come la politica)
non si governa coi pater noster

La cura per le malattie della democrazia è più democrazia, scriveva nel 1923 il filosofo americano John Dewey. Ma la cura per le malattie del mercato è più mercato? Dopo un decennio di crac economici e di scandali finanziari, la domanda è di quelle che scottano. Ricordo che un anno fa, in un intervento alla Luiss, l’amministratore delegato di Fca è tornato sulla questione. Rivolgendosi agli studenti della “Rotman European Trading Competition”, gara universitaria internazionale di simulazione finanziaria, Sergio Marchionne ha affermato che “esiste un limite oltre il quale il profitto diventa cupidigia”, e che “perseguire il mero profitto, scollegato da qualsiasi responsabilità morale, non soltanto ci sottrae la nostra umanità, ma mette anche a repentaglio la nostra prosperità a lungo termine”.

La prosa di Marchionne sembra evocare quella di Max Weber sulla “auri sacra fames”, sull’irresistibile impulso a ricercare il guadagno pecuniario più alto possibile. Tuttavia, Weber non poteva prevedere che il sentimento universale della “cupiditas” avrebbe assunto, cento anni dopo, la forma sofisticata del conflitto di interessi. Nel suo significato non volgare e non propagandistico il conflitto di interessi rispecchia, in un rapporto contrattuale di qualunque fattispecie, il vantaggio di cui gode uno dei due contraenti. Quando esso, da fisiologico e controllato dalle leggi, diventa epidemico rompendo gli argini del diritto, ne soffre non tanto la purezza del libero mercato (che non è mai esistita), ma la sua credibilità e il suo stesso funzionamento. E, non sorretto da opportune regolamentazioni e abbandonato a se stesso, il mercato non obbedisce affatto a meccanismi virtuosi, ma tende a incoraggiare manipolazioni e comportamenti fraudolenti (Guido Rossi, “Il conflitto epidemico”, Adelphi, 2003).

Il dilagare di condotte illecite o spregiudicate da parte di manager, azionisti e banchieri ha quindi radici di natura strutturale, di fronte a cui la cosiddetta etica degli affari si è rivelata impotente. La “business ethics” prende corpo come disciplina autonoma circa quarant’anni fa, animata da una visione riconciliatoria tra capitalismo e morale in cui l’impresa diviene titolare di una responsabilità sociale. Alla prova dei fatti, tale ambizione è incappata inesorabilmente nel “dilemma del prigioniero”. Perché chi intende uniformare la missione aziendale a un codice etico rischia di trovarsi in una posizione sfavorevole nei confronti del concorrente sleale, ed è perciò indotto razionalmente a non osservarlo. In realtà, dovrebbe essere il diritto, e non la morale, a dettare le regole del gioco e a impedire, al contrario, il “gioco delle regole”.

Beninteso, il mercato (come la politica) non si governa coi pater noster, e nel tempo presente certamente non c’è più posto per la frugale etica calvinista dell’imprenditore weberiano. Lo stesso Keynes pensava che sul conto in banca si potessero sfogare in modo innocuo gli istinti più aggressivi dell’individuo. Nelle sue opere più tarde, è però proprio Weber a sottolineare il legame inscindibile tra Stato di diritto e sviluppo capitalistico, mettendo in evidenza come quest’ultimo dipenda da un sistema di norme trasparenti ed efficaci, da una magistratura autorevole e da una burocrazia pubblica efficiente. Per qualcuno forse sarà la scoperta dell’ombrello, solo che in Italia si fa ancora molta fatica perfino ad aprirlo.