Una vita per l’emancipazione
nel cinema e non solo nel cinema

“L’Unità”, 15 aprile 1964: “II fatto nuovo dell’Oscar 1964 è dato anche, oltre che dal terzo successo felliniano con Otto e mezzo (i due precedenti erano stati La strada e Le notti di Cabiria), dalla vittoria di un attore negro — fatto senza precedenti — nella categoria degli attori protagonisti. Sydney Poitier, il protestante che aiuta le suore cattoliche a costruire una chiesa in Lilies of the field (Gigli di campo), vede così coronata con il massimo alloro una carriera intensa e meritevole”.

Una firma farlocca e un nome sbagliato

Sì, avete letto bene: “negro”. Su “l’Unità”, il giornale del PCI. In un articolo firmato “Bob Thomas”, sicuramente un nome falso inventato lì per lì per fingere di avere un servizio “dagli Stati Uniti”, quando i pezzi sugli Oscar erano invece confezionati in redazione. Così andava il mondo, e non c’è da stupirsene: il politically correct era di là da venire e l’uso del termine “nero” per tradurre l’aggettivo “black”, con cui gli afroamericani orgogliosamente chiamavano se stessi negli anni ’60, si sarebbe diffuso solo dopo. Tra l’altro “Bob Thomas” scrive anche “Sydney”, con due “y”, mentre l’attore scomparso ieri a quasi 95 anni si chiamava Sidney. La grafia con la doppia “y” era invece rivendicata da un altro grande di Hollywood, Sydney Pollack, che Poitier avrebbe tenuto a battesimo l’anno dopo: La vita corre sul filo (1965) è l’esordio al cinema del regista di La mia Africa e di Tootsie, ed è invece l’ennesimo titolo importante in una carriera, quella di Poitier appunto, che inizia addirittura nel 1950. Uomo bianco tu vivrai (Joseph Mankiewicz, 1950) dice già tutto: Poitier è un chirurgo afroamericano, il primo a lavorare – fra mille pregiudizi – nell’ospedale della contea; gli capitano sotto i ferri due malviventi feriti in una rapina, e lui riesce a salvarne soltanto uno (interpretato da Richard Widmark), un razzista mostruoso che preferirebbe crepare piuttosto che essere curato da un “negro”. Nel ’50 un soggetto del genere era pura dinamite, eppure passò, forse perché Mankiewicz era un regista e uno sceneggiatore già onusto di Oscar. Da lì, nacque la leggenda di Sidney Poitier. Che però veniva da lontano. È bello e giusto ricordarlo oggi, soprattutto in Italia: Poitier era un figlio dello ius soli. I suoi genitori vivevano alle Bahamas, allora colonia britannica, quindi erano tecnicamente sudditi di Sua Maestà. Ma Sidney nacque un po’ prima del previsto il 20 febbraio 1927 a Miami, Florida, dove la famiglia trascorreva un weekend. Questo gli garantì, automaticamente, la cittadinanza statunitense. Ma nulla di più: quando si trasferì prima a Miami, poi a New York all’età di 16 anni, fece letteralmente la fame prima di trovare i primissimi ruoli in teatro. Per altro non abbandonò mai la cittadinanza delle Bahamas, e per il suo piccolo paese – divenuto indipendente nel 1973 – fu ambasciatore in Giappone (dal 1997 al 2007) e presso l’Unesco. È probabilmente uno dei pochissimi uomini a essere stato nominato cavaliere del Regno Unito (un’onorificenza che Elisabetta II gli concesse nel 1974) e ad aver ricevuto la “Medal of Freedom” dal presidente USA Barack Obama, nel 2009, in una cerimonia in cui c’erano anche Desmond Tutu, il nativo americano Joe Medicine Crow e la leggendaria Billie Jean King, la tennista militante per i diritti LGBT.
Tutto questo per dire che Sidney Poitier è stato molto più di un attore. È stato un esponente politico e un simbolo. Perché è stato il primo: il primo attore afroamericano a vincere l’Oscar (prima di lui solo la mitica Hattie McDaniel, per un ruolo di schiava in Via col vento) e il primo a divenire un divo in film di serie A, prodotti dalla grande industria. Perché sarebbe bene ricordare che un cinema parallelo, prodotto e realizzati da neri per i neri – quindi di fatto segregato –, esisteva negli USA fin dai tempi del muto. E fra gli anni ’60 e ’70 sarebbe esploso il fenomeno della Blaxploitation, i film di genere con protagonisti afroamericani, divi del calibro di Pam Grier o Richard Roundtree, il famoso Shaft.

Sydney era bello

In Italia conosciamo pochissimo quel cinema, ma conosciamo bene Sidney Poitier (quasi sempre doppiato da Pino Locchi, la stessa indimenticabile voce di 007). Perché Poitier percorse un’altra via. Chiamato a soli 23 anni dalla Hollywood che contava, si ritagliò – o gli ritagliarono, che poi è lo stesso – il ruolo di unico divo afroamericano degli anni ’50 e’60. E funzionò, ebbe un grande successo. I motivi sono almeno due. Il primo – banalissimo, ma stiamo parlando di spettacolo, non di fisica quantistica – è che Sidney era bello, maledettamente bello: almeno quanto l’altro afroamericano (anch’egli del 1927) che stava sfondando nella musica e anche nel cinema, Harry Belafonte. Il secondo è che era solo. Interpretava quasi sempre il cliché dell’unico nero che doveva trovare la sua strada in un mondo di bianchi. Pensate ai suoi ruoli iconici, Indovina chi viene a cena o La calda notte dell’ispettore Tibbs: è sempre un personaggio che deve farsi accettare, per la sua intelligenza o la sua competenza, e ci riesce… perché è Sidney Poitier, l’unico nero che il pubblico bianco dell’epoca avrebbe fatto entrare in casa propria.

Questo non significa assolutamente che Poitier fosse un “negro da cortile”, per usare la famosa, bruciante definizione di Malcolm X per gli afroamericani che si adeguavano allo stile di vita bianco. Nel cinema americano, Poitier fece inizialmente ciò che gli veniva offerto, ma anche grazie ai registi liberal con i quali lavorò iniziò un lavoro straordinario verso una possibile integrazione. Certo, era più Martin Luther King che Malcolm X: e forse non è un caso che non accettò un ruolo nel film che Spike Lee dedicò al leader musulmano. Ma negli anni in cui era, appunto, “l’unico nero in città” (intendendo, come “città”, Hollywood), ha tenuto la barra dritta con talento e dignità. E ha fatto le proprie battaglie civili senza paura. C’è una bellissima foto che ritrae lui, Belafonte, Burt Lancaster e Charlton Heston sotto la statua di Lincoln, a Washington: è il giorno della marcia per i diritti civili, il 28 agosto 1963, quando Martin Luther King pronunciò il suo famoso discorso
“I have a dream”. Poitier non aveva ancora vinto l’Oscar (lo vinse, come abbiamo visto, pochi mesi dopo) ma era già una star. È emozionante vederlo accanto a Belafonte e a un convinto radical come Lancaster, ed è istruttivo vedere con loro Heston, che negli anni ’60 era un kennedyano di ferro e poi sarebbe divenuto il principale sostenitore della libera vendita di armi da fuoco. Le persone cambiano. Ma Sidney Poitier non è mai cambiato, è sempre rimasto un grande attore e un uomo di saldi principi. Se oggi nel cinema americano ci sono divi afroamericani universalmente accettati e apprezzati come Denzel Washington, Samuel Jackson, Morgan Freeman e Eddie Murphy, è merito suo.