“Siccità”, due grandi metafore per un grande film fuori dal concorso a Venezia

Visto che l’unico film italiano premiato a Venezia79 si intitola Bones and All, è il caso di dire che il nostro cinema è uscito dalla Mostra con le ossa rotte. Come volevasi dimostrare: cinque film in concorso, e l’unico che abbia vinto qualcosa è Luca Guadagnino che in sostanza ha fatto un film americano, girato in America, con personaggi americani e attori anglofoni. Gli altri, anche nel caso di film belli come Il signore delle formiche di Gianni Amelio, a letto senza cena.

Si è facilmente dimostrato, a posteriori, che cinque film italiani in concorso sono un’esagerazione. E come spesso capita è rimasto il rimpianto per il cosiddetto “sesto film” – un po’ come il sesto uomo del basket – che non era in competizione e che magari avrebbe fatto meglio dei concorrenti. Parliamo di Siccità, il film di Paolo Virzì che uscirà in sala il 29 settembre, e che vi invitiamo caldamente a vedere.

Un apologo surreale che ricorda “L’ingorgo”

Siccità è un film anomalo per il nostro cinema. È un apologo futuribile, quasi un film di fantascienza distopica. Il cinema italiano, fin dai tempi del neorealismo, è tendenzialmente di impianto realistico. Il nostro genere per eccellenza (un po’ come il western per gli americani e il film di guerra per i russi) è la commedia, che affonda le proprie radici nel costume, nella cronaca, nella vita quotidiana degli italiani. È inusitato che i registi italiani tentino la via dell’apologo surreale, soprattutto è raro che lo facciano registi abituati appunto alla commedia, come Virzì. Ci vengono in mente due esempi. Uno fu L’ingorgo di Luigi Comencini, presentato a Cannes nel 1979: un film bizzarro, nel quale i campioni della commedia all’italiana (Sordi, Tognazzi, Mastroianni, Sandrelli, Ciccio Ingrassia) si ritrovano bloccati in un assembramento di automobili sulla via Appia durante il quale avvengono gli incroci e gli eventi più strani. Talmente insolito – permetteteci un aneddoto – che l’Unità lo recensì in modo contraddittorio. Allora il giornale aveva due edizioni, Roma e Milano, con critici diversi sia per il cinema sia per il teatro: a Milano Sauro Borelli ne parlò con entusiasmo, a Roma David Grieco lo stroncò con una certa veemenza. Comencini, che era un compagno, chiamò la redazione romana non tanto per lamentarsi, quanto per capire come doveva prenderla: cosa pensava, il Partito, del suo film? Erano tempi così.

L’altro esempio, al quale Siccità somiglia abbastanza, è Il Giudizio Universale di Vittorio De Sica. Qui, le maschere della commedia italiana – e soprattutto napoletana, ma ci sono anche Sordi, pure qua, e Franco & Ciccio – devono interagire con qualcosa di letteralmente apocalittico: un bel giorno, dal cielo di Napoli scende sulla città una voce stentorea che annuncia “alle ore 18 comincia il Giudizio Universale”. Ben presto si capisce che la voce non scherza e la gente si prepara al verdetto. Di nuovo, un film corale nella cui calibratissima struttura (lo aveva scritto Cesare Zavattini) si incrociano storie di piccola umanità che danno vita a un grandioso affresco.

Roma e le tante storie diverse che si intersecano

È quanto accade in Siccità: non è in corso l’Apocalisse, ma quasi. All’inizio del film un tg ci informa che a Roma non piove da tre anni. Il Tevere è in secca, e dal suo fondo emergono reperti di una Roma antica che non c’è più. In città l’acqua è razionata, e nei quartieri periferici è distribuita (5 litri a testa al giorno) da camion-tanica difesi dall’esercito. Dovunque proliferano gli scarafaggi o, come si dice a Roma, i bacarozzi: e quando esplode un’epidemia di una misteriosa malattia che induce al sonno mortale, i simpatici insetti sono accusati di esserne i vettori. Molte storie si sviluppano, e sono tutte intersecate l’una con l’altra: un autista strafatto che gira per Roma in cerca di clienti, un serissimo climatologo che viene dal Veneto e che diventa improvvisamente popolare in tv, un ex attore sfigato che si atteggia a influencer dispensando consigli su come risparmiare l’acqua, un detenuto di Rebibbia che evade suo malgrado e si ritrova sperso nella città assetata, una dottoressa che combatte eroicamente in ospedale (contro la nuova pandemia) e a casa (contro un marito imbecille), una famiglia di miliardari che gestisce biecamente un resort vicino al Vaticano dove le piscine vengono spudoratamente riempite, un body-guard che ruba scioccamente un Rolex e tenta di rivenderlo alla persona sbagliata, un commerciante che sogna solo di andare in tv a raccontare le proprie sfighe… e tanti, tanti altri. Affidati ad attori tutti in stato di grazia – o meglio, tutti diretti benissimo da Virzì. Nomi a caso: Silvio Orlando, Monica Bellucci, Valerio Mastandrea, Diego Ribon, Sara Serraiocco, Gabriel Montesi, Paola Tiziana Cruciani, Gianni Di Gregorio, Andrea Renzi, Max Tortora, Claudia Pandolfi, Vinicio Marchioni… e ne dimentichiamo tanti.

Un tour de force narrativo da Leone

Avete capito: Virzì non tenta “la grande metafora”, ma DUE grandi metafore. L’emergenza climatica e l’emergenza sanitaria. E le centra entrambe, anticipando fatti e fatterelli che ci hanno incuriosito o indignato anche in questi giorni, dai Rolex di Francesco Totti ai consigli del professor Parisi per cucinare senza gas. Le centra grazie a una sceneggiatura a orologeria, scritta da lui medesimo assieme a Paolo Giordano, Francesca Archibugi e Francesco Piccolo, e a un montaggio brillante dovuto a Jacopo Quadri. La cosa più azzeccata è il giusto equilibrio di tanti registri: si ride e ci si spaventa, si piange e ci si consola, si vola nel surreale e si ritorna al profumo di realtà “rubata” alla cronaca. Siccità è un tour de force narrativo e stilistico degno del citato De Sica e di modelli americani come Robert Altman (America oggi, più di Nashville) e Paul Thomas Anderson (Magnolia). Se Venezia l’avesse messo in concorso, magari parleremmo di un Leone diverso.