Si possono prevedere i terremoti? Forse sì, ma meglio la prevenzione

Due notizie in un paio di giorni inducono alla riflessione sui terremoti che sono uno dei più gravi rischi naturali: il 27 luglio un terremoto di magnitudo 7 gradi nella scala Richter nelle Filippine e, due giorni prima, la notizia (che ho ascoltato in televisione senza trovarne altri riscontri) secondo la quale ricercatori israeliani sulla scorta di precedenti risultati di ricercatori italiani sono arrivati alla possibile previsione di un terremoto sino a 24 ore prima.

Gli effetti del terremoto nelle Filippine

Secondo le agenzie il terremoto nelle Filippine è stato registrato alle 8:43 ora locale, con epicentro nel nordest dell’isola di Luzon. Il sisma ha avuto ipocentro a circa 20 km di profondità ed epicentro nella regione di Cordillera, a circa 13 chilometri a sud-est della cittadina di Dolores, nella provincia di Abra, ma è stato avvertito anche nella capitale filippina Manila, a più di 400 chilometri di distanza. Quattro morti e 60 feriti sono le prime vittime valutate ed in più il sisma ha innescato frane, provocando il crollo di case ed edifici e danneggiando strade e ponti.

Il dogma della imprevedibilità

Come è noto i terremoti sono un evento dagli esperti sempre considerato imprevedibile. Per cui si potrebbe pensare che quando accade non resta che contare vittime e danni. In realtà non è così. Perché pur nella imprevedibilità i terremoti sono tra gli eventi naturali quello più prevenibile nelle conseguenze calamitose; cioè nel prevenire distruzioni materiali e vittime umane. Ce lo insegnano bene il Giappone e la California che sono aree tra le più esposte della Terra al verificarsi di terremoti  anche di elevata magnitudo (che è la violenza misurata dalla scala Richter) e, nello stesso tempo, sono le aree nelle quali meglio si realizza la “convivenza” col fenomeno al suo verificarsi. Pur senza conoscerne preventivamente il giorno e l’ora. Non il giorno e l’ora che appartengono alla previsione, ma il dove che è la conoscenza che consente la prevenzione. Perché non sappiamo quando un terremoto può verificarsi, ma conosciamo perfettamente e sempre meglio quali sono le moltissime aree della Terra classificabili come sismiche; sappiamo con quale violenza i terremoti tendono a verificarsi in queste aree e, in molti casi, con quale possibile ricorrenza temporale. Sono queste conoscenze che, facendone tesoro, consentono di prevenire danni e vittime. Perché i passi avanti della ingegneria antisismica e delle applicazioni geologiche consentono di costruire dove e come sarà possibile a chi vi vive e lavora di non soccombere alla violenza delle scosse.

È per questo che aree esposte a uguale rischio presentano differenti livelli di vulnerabilità ed è diffusa la consapevolezza di poter convivere con molti fenomeni naturali riducendone il rischio. Il terremoto più di ogni altro.

Un milione e 700 mila morti

Non dovunque, però, e lo dimostra bene un dato che riguarda i terremoti. Nei cento anni passati i circa 1.200 terremoti verificatisi in 70 Paesi hanno provocato la morte di oltre  un milione e 700 mila persone. Ma è confortante l’osservazione secondo la quale nella seconda metà del secolo il numero delle vittime si è ridotto, globalmente, di un quarto, malgrado la popolazione sia raddoppiata. Questa sostanziosa riduzione del numero delle vittime é indicativa dei progressi compiuti nella sismologia come nella ingegneria sismica. Ma non in tutti i 70 Paesi interessati si è registrata questa diminuzione. Infatti mentre sino al 1950 oltre l’80% dei morti si era registrato in Cina, Giappone, Italia, Turchia, URSS ed Iran, nella seconda metà del secolo le vittime si sono concentrate ancora in Cina, Turchia, Iran e URSS, ma non più in Giappone e Italia il cui posto é stato preso da Guatemala e Perù. Ciò, evidentemente, non perché si sia ridotta la sismicità dei primi due o sia aumentata quella dei due Stati americani, ma perché i paesi del primo mondo sono diventati, nei confronti alle scosse sismiche, meno vulnerabili rispetto al passato. Tutto perché, ripeto,  le innovazioni nei campi  dei sensori sismici, dei sistemi di preavviso, dell’ingegneria sismica e delle tecniche di costruzione in genere hanno consentito ad alcuni paesi ad elevata vulnerabilità sismica potenziale, quali Giappone e Stati Uniti, di ridurre molto sensibilmente le perdite di vite umane e di beni immobili. Cioè hanno consentito a quei Paesi di realizzare in concreto l’obiettivo della convivenza col rischio. Lo stesso obiettivo  non é stato centrato in moltissimi altri Paesi a rischio sismico -prevalentemente quelli che si definiscono in via di sviluppo- nei quali si continuano  a verificare elevate perdite di vite umane e di beni anche in occasione di terremoti di modesta intensità.

Costruire in modo diverso

Iripinia, novembre 1980

È per questo che, pur lodandone sforzi e e risultati, non considero di fondamentale importanza la notizia di cui dicevo all’inizio circa la raggiunta prevedibilità dei terremoti. Anzi, paradossalmente, la considero perfino dannosa se dovesse disincentivare investimenti nel campo della prevenzione.

Certo sapere che entro 24 ore ci potrà essere un terremoto consente di mettere un po’ di cose in valigia e allontanarsi dall’area interessata e, quindi, il terremoto potrebbe fare un numero anche nullo di vittime umane, ma poi?

Se i terremoti in Friuli, nel Belice, in Irpinia e Basilicata fossero stati previsti il giorno precedente il loro manifestarsi, avremmo contato un numero eccezionalmente basso di morti. E sarebbe stata una cosa di cui essere ben felici. Ma non una pietra sarebbe stata risparmiata dalla distruzione che quelle violente scosse hanno provocato distruggendo interi paesi che sono stati poi ricostruiti. Al contrario se la sismicità di quei luoghi fosse stata ben nota (come avrebbe dovuto essere), in quelle quattro regioni si sarebbe costruito in modo ben diverso da come avvenuto e, talora, con l’uso dissennato dei materiali e delle forme di costruzione.

Prevedere dunque, fa certamente bene. Ma prevenire è sempre meglio che curare