Ucraina nella UE: fattore di rischio o di stabilizzazione?

Giacca gialla e camicia blu, Ursula von der Leyen ha annunciato ieri il parere favorevole della Commissione europea all’ammissione dell’Ucraina e della Moldova al rango di paesi candidati all’ingresso nell’Unione europea. Le richieste dei governi di Kiev e di Chişinău ora passano sul tavolo dei capi di stato e di governo dei 27, che dovrebbero discuterle già nella riunione del Consiglio europeo in programma giovedì e venerdì della prossima settimana. Se ci sarà l’accordo di tutti, i due paesi si uniranno ai cinque che figurano già nell’elenco dei candidati riconosciuti come tali dall’Unione: Turchia, candidata dal 1999, Macedonia del Nord (2004), Montenegro (2010), Serbia (2012) e Albania (2014). Intanto, da San Pietroburgo, è arrivato un coup de théâtre (che come vedremo lo è fino a un certo punto) di Vladimir Putin, il quale ha dichiarato che contro l’appartenenza dell’Ucraina alla UE la Russia non avrebbe da obiettare.

Non è stato solo il dress code con i colori della bandiera ucraina a segnalare l’entusiasmo con cui la presidente della Commissione ha dato l’annuncio del sì al governo di Volodymyr Zelensky. Esibendo un ottimismo a tratti un po’ spericolato, Ursula von der Leyen ha sostenuto che l’Ucraina “ha chiaramente dimostrato l’aspirazione e l’impegno del Paese di essere all’altezza degli standard europei. È una democrazia parlamentare molto solida, che vanta un’amministrazione eccellente”,  “ha mostrato di avere un livello di deficit solido prima della guerra” e “ha già compiuti passi importanti per essere un’economia di mercato funzionale”. Sulla Moldova la presidente è stata un po’ più parca di elogi, ma ha raccomandato che anche ad essa il Consiglio conceda l’ambito privilegio della candidatura. Certo – ha ammesso von der Leyen in un sussulto di realismo – molta strada resta da fare ai due paesi, “ad esempio sullo stato di diritto, la giustizia, la lotta alla corruzione e la rimozione del potere degli oligarchi sull’economia”, ma “siamo fiduciosi che alla fine le condizioni ci saranno tutte”.

Due pesi e due misure

Il fatto è che non si tratta propriamente di problemini facilmente superabili: le mancanze in fatto di stato di diritto, cioè la rispondenza dell’ordinamento alla tutela dei diritti fondamentali dei cittadini, e amministrazione della giustizia sono, insieme con la corruzione diffusa e lo strapotere degli arricchiti di stato, proprio gli ostacoli che un gruppo consistente di osservatori e, ciò che più conta, di rappresentanti di diversi governi vedono opporsi non solo a un futuro ingresso a pieno titolo dei due paesi nell’Unione, ma anche alla loro elevazione al rango di candidati. Tant’è che proprio mancanze di quella natura sono state giudicate, con un classico esercizio di doppiopesisimo, ostacolo dalla Commissione al soddisfacimento della analoga richiesta che era stata presentata anche dalla Georgia.

È difficile fare previsioni su che cosa accadrà la prossima settimana al vertice. Cinque paesi – Spagna, Portogallo, Paesi Bassi, Danimarca e Austria – hanno segnalato già una certa indisponibilità a passar sopra alle regole che si sono fatte valere rigidamente per paesi, come quelli dei Balcani occidentali, che aspettano da anni il loro turno. Tutti gli altri sarebbero favorevoli, compresa la Francia, il cui governo in passato aveva molto insistito sui tempi lunghissimi di una eventuale decisione, e la Germania, che pure aveva i suoi dubbi. L’attitudine un po’ provinciale di certi media italiani hanno attribuito l’addolcimento delle posizioni francesi e tedesche all’iniziativa di Mario Draghi, che avrebbe convinto Macron e Scholz a dare il via libera a Kiev durante il viaggio in treno dalla frontiera polacca.

I criteri di Copenaghen

Tornando al Consiglio europeo, giacché per la decisione varrà ovviamente il principio dell’unanimità, non è proprio da escludere che qualcuno ponga un veto che bloccherebbe tutto. Potrebbe essere l’ungherese Orbán, il quale non è certo nuovo alle manovre di boicottaggio delle decisioni comuni, come si è visto clamorosamente nel blocco del pacchetto di sanzioni alla Russia sul petrolio. Se il leader magiaro rompesse il fronte con un’ennesima strizzata d’occhio a Vladimir Putin, si potrebbe considerare definitivamente tramontata l’esperienza politica del gruppo di Visegrád, considerato che lo sponsor più entusiasta dell’Ucraina nella UE è la Polonia, insieme con le repubbliche baltiche, la Romania e la Bulgaria. Sarebbe un’ulteriore conferma di come gli equilibri in quella parte d’Europa vadano mutando rapidamente dopo la brutale aggressione della Russia all’Ucraina nel segno di una inquietante instabilità nella quale rischiano di manifestarsi pericolose spinte nazionalistiche. Al di là dei crimini commessi dalle truppe russe contro gli ucraini, proprio l’instabilità che il neoimperialismo di Mosca ha rovesciato su un’area da sempre teatro di irrequietezze nazionalistiche pare essere il frutto più avvelenato dell’avventurismo di Vladimir Putin.

Non sembrino, queste considerazioni, estranee alla questione di cui si sta discutendo ora. Molti ritengono che un ancoraggio dell’Ucraina all’Unione europea, anche solo ancora come stato candidato, potrebbe dimostrarsi proprio un fattore di stabilizzazione. Questo, oltre alla naturale simpatia per un popolo che è vittima di una intollerabile prepotenza, spiega il favore con cui anche personalità e ambienti attenti alla salvaguardia dei princìpi etico-politici su cui si fonda la costruzione europea guardano alla possibilità di un percorso accelerato per l’arrivo dell’Ucraina nell’Unione.

Per i massimi leader dell’Europa la decisione comunque non sarà affatto facile, ed è anche possibile che, mancando un’intesa, il dossier la prossima settimana resti aperto. Accettare il piano inclinato verso un’adesione rapida dell’Ucraina indicato dalla presidente della Commissione, in accordo – per quanto se ne sa – con il presidente del Consiglio europeo Charles Michel e presumibilmente con una maggioranza pronta a formarsi nel Parlamento europeo, configurerebbe una fuga in avanti e un tradimento dello spirito che ispira, o dovrebbe ispirare, l’apparato istituzionale dell’Unione e che venne fissato con molta chiarezza nei cosiddetti “criteri di Copenaghen” formulati nel lontano 1993. Li sintetizziamo ad uso del lettore:

  • la presenza di istituzioni stabili a garanzia della democrazia, dello Stato di diritto, dei diritti umani, del rispetto e della tutela delle minoranze;
  • un’economia di mercato affidabile e la capacità di far fronte alle forze del mercato e alla pressione concorrenziale all’interno dell’Unione;
  • la capacità di accettare gli obblighi derivanti dall’adesione, tra cui la capacità di attuare efficacemente le regole, le norme e le politiche che costituiscono il corpo del diritto dell’Unione (l’acquis), nonché l’adesione agli obiettivi dell’unione politica, economica e monetaria.

Il timore è che lo strappo sul piano dei princìpi porti con sé una compromissione della coerenza non solo ideale ma anche politica, funzionale, di tutto il complesso delle istituzioni comuni. Questo rischio è stato già corso, producendo non poche conseguenze negative, dopo l’allargamento dell’Unione ai paesi dell’ex impero sovietico che almeno per quanto riguarda Romania, Bulgaria e Croazia in merito alla cui adesione si è sorvolato in modo disinvolto su diversi dei criteri di Copenaghen. Allora l’interesse politico all’ingresso di quei paesi era più forte delle remore, che sono invece predominanti per quanto riguarda l’allargamento prima alla Turchia e poi ai paesi dei Balcani occidentali, verso i quali l’interesse politico non è altrettanto sostanzioso.

Unione e Confederazione

Non a caso, di fronte al pericolo dell’annacquamento della coesione, da varie parti si è cominciato a ventilare ipotesi di “doppie appartenenze”: una Unione più stretta e più omogenea all’interno di una confederazione più larga e meno integrata. Per quanto se ne sa, una proposta in tal senso potrebbe essere ufficializzata già la settimana prossima al vertice da Emmanuel Macron.

Dall’altra parte, se si considera la questione nei termini dell’interesse politico, come s’è visto, la spinta a una accelerazione dell’inglobamento dell’Ucraina nell’Unione è sicuramente forte e motivata. L’appartenenza “europea” sarebbe una garanzia contro l’insorgenza, o la risorgenza, di spinte nazionalistiche di cui Kiev potrebbe essere ancora vittima oppure protagonista, in un’area nella quale i rapporti tra i popoli e i confini degli stati sono stati per secoli molto controversi e anche oggi, con il rimescolamento indotto dall’avventura militare russa, esposti a pericolose precarietà. Un fattore di rischio che non ha solo il volto di Putin ma che purtroppo non viene considerato nella sua importanza da alcuni dei protagonisti esterni del conflitto attuale, quelli che puntano al prolungamento della guerra per “logorare” il Cremlino e continuano a riempire la regione di armi sempre più micidiali. Un’Ucraina “europea” sarebbe non solo meno esposta alle mire egemoniche di Mosca, ma potrebbe essere anche il tramite economico-commerciale di una normalizzazione dei rapporti della Russia con l’Europa. Ed è in questa chiave che può essere letta l’uscita un po’ a sorpresa (anche se c’erano state dichiarazioni nello stesso verso di altri esponenti dell’establishment moscovita) del capo del Cremlino a San Pietroburgo, non a caso nell’ambito di un convegno internazionale (senza occidentali) sull’economia e il commercio mondiali.