Senatrice Casellati, ora è proprio il caso che si dimetta

Avendo ancora vivido il fermo immagine di lei che, sulla scalinata del palazzo di Giustizia di Milano, protestava, con gli altri suoi colleghi parlamentari, contro i magistrati che indagavano su Silvio Berlusconi, non pare plausibile che possa compiere un grande e bel gesto. Ci vuole stile per certe azioni. Una donna, per giunta, dovrebbe avere – si dice – più sensibilità per capirlo. Perché quel che si chiederebbe a Maria Elisabetta Alberti Casellati, presidente del Senato e supplente, in caso di impedimento del presidente della Repubblica, sarebbe sicuramente una decisione estrema. Onorevolissima ma costosissima. Quella di lasciare il posto più alto di Palazzo Madama dopo la fallimentare impresa di voler sostituire Sergio Mattarella nell’altissimo incarico di capo dello Stato. Possiamo davvero sperare che Alberti Casellati ci stupirà?

C’è un problema che riguarda la presidente del Senato. E che va bene al di là di certe performances esibite nel corso della sua carriera politica ed istituzionale (per esempio, essere tra i tanti del centrodestra di allora che credettero alla storiella che una minorenne, ospite del presidente del Consiglio, potesse essere davvero la nipote del presidente egiziano). Certamente, dimostra poca consapevolezza di ciò che si può definire “pulizia istituzionale”. Al Paese, proprio durante tutte le fasi della cerimonia del nuovo insediamento di Mattarella, sono stati offerti plasticamente, in diretta tv, tanti dettagli delle procedure che segnano uno dei momenti più delicati e solenni della vita della nostra Repubblica. Sarà liturgia, sarà anche una tradizione barocca, ma abbiamo assistito ancora una volta al pieno rispetto delle regole protocollari. Ci sono regole e forme scritte – il “cerimoniale” – ma ci sono, in aggiunta, comportamenti non scritti che, dalle regole codificate, discendono egualmente sotto il segno, che dovrebbe essere condiviso, del buon senso e dell’opportunità. Regole che, proprio oggi, hanno riguardato la stessa presidente del Senato che ha coadiuvato il presidente della Camera durante la cerimonia dedicata al giuramento ed al (poderoso) discorso di Mattarella e, subito dopo, nell’accogliere il Presidente, come seconda carica dello Stato, di ritorno al Quirinale.

Alberti Casellati, nella sala dei Corazzieri, ha salutato il riconfermato Mattarella sottolineando le “gravose responsabilità” che si è nuovamente preso sulle spalle. E ha usato anche l’espressione “deferente rispetto”. Se credesse davvero a questi concetti, non dovrebbe avere alcuna esitazione nel riconoscere l’esistenza di un macigno che sta davanti ai suoi occhi. La presidente del Senato, supplente del presidente della Repubblica ove dovesse accadere (art. 86 della Costituzione), ha accettato, la scorsa settimana, di farsi votare da una parte politica dividendo così il Parlamento per provare a trasferirsi al Colle. Ci si augura che, nel dare il proprio consenso a chi l’ha proposta, avesse bene valutato le conseguenze di natura politica ed istituzionale che ne sarebbero scaturite. Sappiamo che l’operazione non è andata a buon fine. Il tentativo è naufragato, la caduta è stata rovinosa. Insieme ad una prima assenza di stile: l’interessata ha sovrinteso allo spoglio che la stava riguardando passando le schede con il proprio nome. Quantomeno, una manifestazione non esattamente elegante (poteva assentarsi).

Di fronte ad uno scrutinio che ha sepolto una sfrenata e resistibilissima ambizione cosa dovrebbe fare una personalità istituzionale di grande rilievo? Aspettare che termini tutto il percorso elettorale per il presidente della Repubblica e togliersi definitivamente dalla scena e dallo scranno di palazzo Madama. Perché esiste, come detto, un aspetto di decenza e di rispetto per le forme e per la sostanza della vita delle istituzioni. Con quale animo l’interessata continuerà a svolgere il proprio ruolo di presidente di una delle due Camere avendo ricevuto una fragorosa bocciatura nel percorso verso la vetta più alta del Paese? Possibile che non sia sfiorata da un dubbio? Possibile che non vi sia un collaboratore (al netto di tutti i sette portavoce che se la sono dati a gambe in questi quattro anni) che le possa sussurrare all’orecchio una scelta che restituisca l’onore offuscato?

Il presidente Mattarella ha contrassegnato il suo discorso d’insediamento ripetendo all’infinito la parola “dignità”. Come un mantra, una sorta di ode: dignità, dignità, dignità. Certamente, anche la dignità di stare in certi posti senza macchia. Ma esibendo solo disciplina ed onore. Mattarella ha sottolineato che gli ultimi giorni sono stati “travagliati per tutti, anche per me”. Dice nulla a qualcun’altra?