Sempre più poveri ed esclusi: la sinistra parta da loro per ridefinire la sua identità

Si corre il rischio di essere accusati di populismo di sinistra a voler scrivere dei dati del Rapporto 2022 su povertà ed esclusione in Italia di Caritas. Eppure si deve, ancora una volta, correre questo rischio. Perché non c’è nessun argomento più importante di questo nel nostro paese. Anche se viene collocato in bassa classifica nell’agenda politica dei partiti, di tutti, di quelli di destra come di quelli di sinistra. Anche se viene relegato in una breve nelle pagine interne dei grandi quotidiani nazionali, ben dopo l’ennesimo toto-ministri o le liti a sinistra sulle vicepresidenze delle Camere. Il tema delle povertà, delle tante e diverse povertà, e dell’esclusione di milioni di persone dalla vita sociale e da una esistenza dignitosa è il tema decisivo per il futuro del nostro paese. E ancora una volta dobbiamo ad una organizzazione cattolica, presente nella vita sociale e pubblica come un lievito di speranza, se periodicamente la nostra attenzione viene richiamata su questo tema “orfano”.

Il Rapporto 2022 della Caritas

Roma, nei pressi di Largo Argentina. Foto Umberto Verdat

Come molti altri – dalle morti sul lavoro alle condizioni di lavoro di sfruttamento al limite della schiavitù – questo della povertà è un problema che non ha “genitori” che se ne facciano carico, che se ne prendano cura a livello politico. Né a destra, nonostante si dica che la destra italiana raccoglie voti fra i ceti meno abbienti; cosa vera, anche se poi fa politiche a favore dei più facoltosi. Ma neppure a sinistra; e anche questa, purtroppo, non è più una novità. Sarà perché la sinistra si è volatilizzata o perché si è rifugiata nelle più protette e meno esposte ZTL, dove non arriva l’odore nauseabondo e irritante delle povertà, dove l’esclusione e la disperazione sociale non infastidiscono pupille da troppo tempo adagiate su riposanti panorami di tranquillità e agiatezza. Comunque sia, questo è il vero tradimento della sinistra italiana: aver perso (irrimediabilmente?) il contatto con gli ultimi e i penultimi di questo paese. Non aver voluto comprendere che le grandi trasformazioni nel mondo contemporaneo, da quelle tecnologiche a quelle relative al rapporto di potere fra lavoro e capitale, avrebbero spinto un crescente numero di persone verso il baratro della disuguaglianza. Non solo di ricchezza o di retribuzione, ma anche quella che Fabrizio Barba chiama di “riconoscimento”, cioè la distanza fra la dignità, i valori, le abilità di ciascuno di contribuire alla vita collettiva e il loro riconoscimento. In questo burrone stanno cadendo figure sociali che sono state centrali nella costruzione dell’identità del paese: lavoro operaio e tecnico, insegnanti, abitanti delle zone rurali. Che si congiungono con le schiere dei nuovi poveri (immigrati, marginali delle zone degradate delle grandi conurbazioni, piccoli artigiani) a formare il nuovo esercito di riserva non più industriale del capitale, come lo avrebbe forse definito Karl Marx.

Un processo che va avanti da decenni

Un processo che va avanti da qualche decennio e di cui la sinistra non solo non si è accorta, ma in alcuni momenti ha contribuito a costruire. Mi limito a citare i recenti sviluppi delle politiche del lavoro, che lo hanno destrutturato, umiliato e disperso nelle migliaia di rivoli, privi di argini di protezione, sottoposti alle furie degli elementi costituiti dal venir meno di tutele giurisdizionali e sindacali, sacrificate sull’altare della fluidità, dei mille fiori appassiti dei contratti pirata, dei “lavoretti” di sopravvivenza nei quali si passa dall’adolescenza alla senilità senza neppure accorgersene. In questi passaggi decisivi di destrutturazione del mondo del lavoro, in molti paesi (Italia, Regno Unito, Francia, ecc.), la sinistra è stata protagonista, purtroppo; non distratta osservatrice.

Che cosa può dire la sinistra italiana di fronte al crescere dei lavoratori poveri registrati anche dal Rapporto Caritas? Il Jobs Act potrà farfugliare ancora qualche slogan, ma certo non servirà a renderla credibile. Così come una politica fatta di bonus dati a pioggia di cui si è nutrita la sinistra al governo negli ultimi decenni, si scoprirà nuda rispetto alla povertà intergenerazionale evidenziata dal Rapporto Caritas: il 59% dei poveri rimasti intrappolati in situazioni di vulnerabilità economica provenendo da un contesto familiare di fragilità. Cosa dice la “Buona scuola” davanti alla crescita del peso nelle statistiche della povertà di chi ha al massimo la licenza media, che passa dal 57,1% al 69,7%? Un dato che nelle regioni insulari e del sud, dove maggiore è l’incidenza di italiani, arriva rispettivamente all’84,7% e al 75%.

La sinistra in Italia ha dunque la sua quota di responsabilità nel quadro drammatico prospettato dal Rapporto Caritas. Ma se l’onore è perduto, non si deve perdere la speranza di poter cambiare il corso delle cose, a partire dal proprio. Non propongo di dimenticare o mettere in secondo piano le dinamiche politiche che dopo la sconfitta elettorale di settembre si stanno profilando nel campo largo, ma ben poco arato, della sinistra. Al contrario, propongo di metterle al servizio di questo tema dei temi: ricostruire un soggetto politico plurale protagonista di una nuova stagione di impegno sociale e politico con al centro, davvero e non per slogan, la dignità delle persone, a partire dall’anello debole, quei 5,6 milioni di persone che Caritas ci descrive nel suo rapporto e degli altri milioni che sono in bilico su quel baratro. Dove attaccarsi? “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”: è l’articolo 36 della nostra Costituzione che indica la qualità del lavoro che i padri costituenti avevano in mente. Lavoro e salario dignitoso, non minimo, di sopravvivenza. Come nell’art.23 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, c’è una sostanziale differenza fra dignità del lavoro e salario minimo.

La povertà lavorativa in forte crescita

In Italia la povertà lavorativa fra il 2006 e il 2017 è cresciuta dal 10,3% al 13,2%, secondo i recenti dati del Ministero. Su base familiare, i rischi di povertà lavorativa risultano nel 2017 pari al 12,1% per i lavoratori dipendenti e per il 17,3% per i lavoratori autonomi. Sono, inoltre, a rischio di povertà lavorativa per ben il 19,4% coloro i quali lavorano un intero anno ma a tempo parziale. Anche nell’ambito dei lavoratori poveri si riproduce il divario retributivo di genere tipico dell’Italia, ovviamente a sfavore delle lavoratrici: guardando al reddito da lavoro annuo netto, i lavoratori poveri nel 2017 erano il 16,5% fra gli uomini e il 27,8% fra le donne. Interventi redistributivi attraverso il sistema fiscale e i trasferimenti (bonus, ecc.) possono attenuare i rischi di bassa retribuzione, ma occorrono interventi strutturali, puntualmente definiti dal Gruppo di lavoro sugli interventi di contrasto alla povertà lavorativa istituito dal Ministro Orlando, tesi a restituire dignità al lavoro in Italia.

Ecco, forse la sinistra potrebbe tornare a tracciare la propria identità, da una condizione di opposizione, trovando una ragion d’essere comune, ma anche gruppi dirigenti e progetti politici, intorno a questo tema. Ma una sinistra non chiusa nei propri riti congressuali o di lotta fra correnti e ceti politici, bensì aperta, capace di ascoltare, per esempio, le storie raccolte nei 2.800 centri della Caritas. Non è un sogno. E’ l’unica cosa che conta.