Seconda dose di Pfizer e Moderna: il CTS pensa alla salute pubblica

La settimana scorsa il CTS ha emanato un parere secondo cui per i vaccini Pfizer e Moderna è “raccomandabile” far slittare la somministrazione della seconda dose a 42 giorni di distanza dalla prima. Le indicazioni precedenti parlavano rispettivamente di 21 e 28 giorni. Le regioni si sono mosse di conseguenza: il Lazio ha deciso una prolungamento dell’intervallo  tra le due dosi di 35 giorni, così come l’Emila Romagna, la Campania di 40 giorni, anche la Toscana di 40 giorni ma solo per coloro che ancora devono fare la prima dose. Martedì scorso però la direttrice medica di Pfizer Italia, Valeria Marino, in una intervista a Sky tg 24, ha affermato che “il vaccino è stato studiato per una seconda somministrazione a 21 giorni” e ha invitato ad “attenersi a quello che è emerso dagli studi scientifici perché questo garantisce i risultati che hanno permesso l’autorizzazione”. Molti giornali hanno parlato di “doccia fredda” sulla valutazione del CTS. Ma le cose stanno davvero così? Proviamo a fare un po’ di chiarezza.

Il parere dell’Ema

La prima autorizzazione per il vaccino della Pfizer BioNTech rilasciata da Ema (European Medicines Agency) a dicembre 2020 sosteneva che l’intervallo tra prima e seconda dose doveva essere “almeno” di 21 giorni. Questo perché nelle sperimentazioni cliniche effettuate i pazienti avevano ricevuto la seconda dose tra i 19 e i 42 giorni dopo la prima. Sulla base dei dati relativi a quei pazienti si è valutata l’efficacia del vaccino. In un secondo momento, alla fine di gennaio scorso per la precisione, i produttori hanno specificato che sì, l’intervallo era quello, ma che il 93,1% dei pazienti arruolati nello studio aveva ricevuto la seconda dose entro il 23esimo giorno dalla prima. L’Ema si è vista quindi costretta a una piccola modifica: nel foglietto illustrativo non sarà più scritto che si raccomanda la somministrazione della seconda dose ad “almeno 21 giorni”, ma “tre settimane dopo la prima dose”.

La cosa è stata richiamata ieri anche da un rappresentante dell’Ente europeo, Marco Cavaleri che all’Ansa ha dichiarato: “È importante sottolineare che nei test clinici la somministrazione della seconda dose di Pfizer BioNTech era prevista fino a 42 giorni. Quindi non è una deviazione rispetto alla raccomandazione superare i 21 giorni estendendo a cinque settimane-40 giorni. Se si superassero i 42 giorni, allora sarebbe una deviazione”.

Cosa accade all’estero

In effetti, molti Paesi hanno deciso di adottare strategie diverse. In primis il Regno Unito che già dal 30 dicembre 2020 aveva annunciato di fare una deviazione dal protocollo raccomandato da Pfizer portando l’intervallo da 3 a 12 settimane, ovvero 84 giorni. Come racconta una articolo pubblicato il 18 marzo scorso su British Medical Journal, l’intento era quello di massimizzare i benefici e minimizzare le ospedalizzazioni e le morti con una disponibilità limitata di dosi. E quindi fare la maggior parte possibile di prime dosi. La decisione si basava sui dati della fase 3 delle sperimentazioni secondo cui si raggiungeva una efficacia dell’89% già 15-21 giorni dopo la prima dose. Anche in quella occasione Pfizer non approvò la decisione dicendo che in questo modo non si poteva garantire un’alta efficacia del loro vaccino.

In un secondo momento anche le autorità sanitarie della British Columbia in Canada hanno proposto una soluzione simile: l’allungamento dell’intervallo a 35 giorni. Secondo dati non pubblicati, dicono i ricercatori canadesi, non c’è differenza nell’efficacia dei vaccini (Pfizer e Moderna in questo caso) tra chi ha ricevuto la seconda dose a 19 e chi a 42 giorni.  Del resto, anche le linee guida dei Centers for disease control and prevention (Cdc) americani sostengono che la seconda dose dovrebbe essere somministrata il più vicino possibile all’intervallo raccomandato (ma non prima dei 21 giorni), e comunque, quando questo non sia possibile, “può essere somministrata fino a 6 settimane (42 giorni) dopo la prima”.

Insomma non sono solo il ministero della salute italiano e il nostro CTS a valutare fattibile lo slittamento delle dosi. La decisione del nostro comitato scientifico si basa su alcune motivazioni, in particolare:

  1. la somministrazione della seconda dose entro i 42 giorni dalla prima non inficia l’efficacia della risposta immunitaria;
  2. la prima somministrazione di entrambi i vaccini a RNA conferisce già efficace protezione rispetto allo sviluppo di patologia Covid-19 grave in un’elevata percentuale di casi (maggiore dell’80%);
  3. in uno scenario in cui vi è ancora necessità nel Paese di coprire un elevato numero di soggetti a rischio di sviluppare forme gravi o addirittura fatali di Covid-19, si configurano condizioni in cui è opportuno dare priorità a strategie di sanità pubblica che consentano di coprire dal rischio il maggior numero possibile di soggetti nel minor tempo possibile.

Tutto questo si deduce dagli studi che si stanno svolgendo nel mondo reale, ovvero non analizzando i dati dei trial clinici, ma quelli che vengono alla luce monitorando Paesi come il Regno Unito dove si è scelta questa strategia.

Trasparenza e chiarezza

Perché Pfizer non è d’accordo? Il problema è che l’azienda farmaceutica ha avuto l’autorizzazione dall’ente europeo per un uso specifico e quella che si propone è una deviazione da quell’uso. In sostanza, Pfizer non può fare altro che dire: il nostro prodotto è stato approvato per l’uso con quelle modalità, non abbiamo responsabilità se si usa in altro modo. Questo non vuol dire che esistano prove che il vaccino con il richiamo a 42 settimane non sarà efficace, ma solo che non si sa se sarà ugualmente efficace, semplicemente perché le sperimentazioni cliniche non hanno dati sufficienti per dirlo. È un modo insomma per scaricare qualsiasi responsabilità. E in effetti, una nota successiva dell’azienda farmaceutica nota che: “Per Pfizer non è in discussione il piano vaccinale, l’azienda si limita a riportare quanto emerso dagli studi registrativi. Le raccomandazioni sui regimi di dosaggio alternativi sono di competenza delle autorità sanitarie e possono includere raccomandazioni dovute a principi di salute pubblica“.

Certo, il problema di un uso diverso da quello previsto è reale e va affrontato in tempi brevi. Lo sostiene anche un altro articolo pubblicato su BMJ Global Health pubblicato il 16 aprile 2021 ad opera del gruppo di esperti di immunizzazioni dell’Oms.  Un numero crescente di Paesi sta pensando di somministrare i vaccini contro Covid 19 in modi diversi da quelli previsti dall’iter registrativo in modo da dare una qualche immunità al maggior numero di presone possibile in una situazione di scarsità di dosi. Queste diverse modalità, si legge, vanno dal dilazionare la seconda dose al saltarla del tutto, dal dare la seconda dose di un vaccino diverso da quello della prima al frazionare le dosi. Tutto questo può avere un senso, considerando le esigenze di sanità pubblica e anche il fatto che le conoscenze su tutta la materia si modificano giorno per giorno, ma bisogna tenere presente che si aprono importanti questioni etiche che devono essere prese in considerazione. Ogni governo deve essere aggiornato sulle novità scientifiche che emergono ogni ora che passa e deve prendere in considerazione l’effetto negativo le sue decisioni possono avere sulla fiducia dei cittadini. Quindi, c’è bisogno di estrema trasparenza e chiarezza.