Nel fiume della
propaganda bellica
affoga il buon senso

Ci si è messo anche Gramellini. Non è la prima volta che il mieloso intrattenitore televisivo impugna lo schioppo. Nella sua rubrica sul Corriere di ieri (il quotidiano che era stato a suo tempo qualificata voce della borghesia illuminata e progressista di Milano, ora infarcito di ex comunisti) è andato oltre, regalandoci in una formuletta una preziosa sintesi del dibattito in corso a proposito della guerra, quando, riferendosi al manifesto per il 25 Aprile, ha scritto: “Alla fine , l’unica cosa azzeccata resta la sigla Anpi, purché la si declini in modo più veritiero: Associazione Nazionale Putiniani d’Italia”. Per chi non avesse pratica diretta, professionale, di scrittura giornalistica, mi permetterò di spiegare che il cruccio di ogni corsivista è trovare la battuta ad effetto che chiuda l’articolo (ancor più se si tratta di un articoletto di poche righe). Immagino il Gramellini, a suo tempo simpaticamente “il Gramella”, inchiodato alla sedia, chino sulle carte, la fronte imperlata, a una cert’ora, prima che Urbano Cairo si presenti in redazione a “chiudere il giornale” (come spiegò il maestro della raccolta pubblicitaria in una convention di pubblicitari), raggiunto da una luce miracolosa: ecco la battuta, l’Anpi, associazione nazionale putiniani d’Italia. Si sarà detto il Gramella: che trovata, come sono bravo, che fucilata dopo l’incriminato comunicato dell’associazione sulla strage di Bucha. E giù per iscritto, a futura memoria, senza ben rendersi conto di che cosa stesse scrivendo. Che fantasia, che invenzione, che musica. L’orecchio fa da arbitro in queste circostanze.

Massimo Gramellini

“E’ la stampa, bellezza”, verrebbe da dire citando l’incommensurabile Humphrey Bogart. E’ la stampa, davvero, preziosa nel rendere in due righe l’indecente contrapposizione, l’ottusa sordità agli argomenti degli altri, l’ostilità feroce nei confronti di chi la pensa in modo diverso dalla folla dei belligeranti, armaiola, votata al manicheismo, tifosa del pensiero unico, decisa a bollare come “putiniano” qualsiasi interrogativo, trascinata nel mainstream imposto dai talk show televisivi.

“Osceno”?

A considerare il fatale comunicato, dettato a poche ore di distanza da quella tragica vicenda, sarebbe stato lecito ad esempio pensare ad una pessima redazione, prima di scaricare valanghe di insulti sulla associazione dei partigiani. Sollevare, a poche ore di distanza, dubbi sulla paternità di quella strage, dubbi peraltro condivisi da tanti media anglosassoni e ripresi persino dalla televisione italiana, non dovrebbe essere considerato un delitto. “Osceno” comunicato, ha scritto invece un intellettuale come Paolo Flores d’Arcais, su Micromega. Una oscenità anche l’affermazione che “questa terribile vicenda – leggiamolo tutto questo comunicato – conferma l’urgenza di porre fine all’orrore della guerra e al furore bellicistico che cresce ogni giorno di più”? “Osceno”, forse, è trasformare l’Anpi in un “nemico”. Flores d’Arcais detta, per spiegarsi meglio, anche il vocabolario: non è corretto dire “terribile vicenda”, bisogna dire “mattanza di civili ucraini da parte delle truppe di Putin”, non si può dire “guerra” ma bisogna dire “invasione imperialistica mostruosa”. Non abbiamo remore ad adottare il vocabolario dell’illustre intellettuale, autore di tanti libri e tra l’altro di un bellissimo saggio su Hannah Arendt, che si apriva con una citazione: “Oggi la politica consiste nel pregiudizio verso la politica” e di conseguenza “il rischio è che il politico scompaia del tutto dalla faccia della terra”. Mi sembra una sintesi perfetta del presente (anche a illustrazione della guerra, se guerra si può ancora dire)…

Il manifesto dell’Anpi “incriminato”

Non bastasse, dopo il comunicato, è arrivato il manifesto per il 25 Aprile, il bersaglio del Gramella, le bandiere appese “a rovescio” e la scritta “L’Italia ripudia la guerra”. Ci hanno spiegato che i partigiani le bandiere (quelle che recavano ancora il simbolo sabaudo) le appendevano così, il rosso in alto. Sarà una balla. Non abbiamo prove a discolpa. Si sono indignati perché la bandiera così dipinta (rosso, bianca, verde, strisce orizzontali) rappresenta il pessimo Orban e la sua Ungheria. Trascurando che l’Ungheria di Orban è nostra alleata nella Nato, membro al nostro pari dell’Unione europea, componente dell’Ocse, organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo, una repubblica parlamentare come l’Ucraina e persino come la Russia di Putin. Si sono indignati persino perché dell’articolo 11 della nostra Costituzione è stata ripresa solo la prima frase: “L’Italia ripudia…”. Leggetelo voi per intero l’articolo… Ultimo attacco: il manifesto è brutto. Qui mi fermo. Intervengano designer, critici d’arte, Sgarbi.

Buona educazione

Vorrei  occupare ancora qualche riga a sostegno del professor Orsini, sbeffeggiato, offeso, svillaneggiato. Gli consiglierei di stare a casa, di non la lasciarsi attrarre dalle sirene televisive, di continuare i suoi studi. E’ un bersaglio troppo facile, convocato davanti alle telecamere, non per le sue contestabili idee, ma perché qualcuno da insultare ci vuole. Per lo spettacolo. Il professor Orsini vale per questo a prescindere dalle tesi che sostiene: non sa parlare, è apodittico, non sa intrattenere, gesticola malamente (mi verrebbe da dire ieraticamente, con le sue dita adunche), si presenta di un pallore spettrale (questo sì “putiniano”, il pallore intendo). Però le offese no: anche il professor Orsini, persona comunque di educati costumi, meriterebbe rispetto.

Tutto questo per dire che tra le tante vittime della guerra c’è anche, con la buona educazione, il dibattito pubblico, come era già capitato peraltro con il covid, quando una sacrosanta vaccinazione offrì il pretesto per assaltare la sede della Cgil, sull’esempio del democraticissimo assalto al Campidoglio negli Usa. In Italia si cercavano per strada, durante i cortei, non gli untori ma i fruitori, convinti o rassegnati, del nuovo farmaco e i salotti televisivi davano corda a impresentabili e ignoranti e assatanati no vax. I nemici individuati oggi sono i pacifisti, che invocano la pace per fermare lo sterminio (da una parte e dall’altra) e che non ambiscono alla demolizione del Cremlino con Putin dentro, i cosiddetti “complessisti” (anche rivendicare la “complessità” dei fatti è diventato un reato),

Hannah Arendt

subito etichettati come putiniani, quanti timidamente propongono di alzare lo sguardo oltre le rovine ucraine per cercare negli equilibri internazionali vie di interpretazione di quel che sta accadendo e soprattutto di quanto accadrà, gli “storicisti” che rileggendo le vicende trentennali dell’Ucraina osano mettere in discussione aspetti di quella democrazia, i “trattativisti” che invocano trattative vere con gli Usa, la Cina, l’Europa unita in campo e magari con il presidente tedesco Steinmeier (respinto ieri dagli ucraini)… Sono i “cattivi” di questo mondo al contrario, tra i quali viene ormai annoverato anche Papa Francesco, mentre i “buoni” acquistano armi, inneggiano a Zelevskij, seguono assiduamente i suoi serial televisivi, sperano in una vittoria, a prescindere dalle vittime, le migliaia di vittime innocenti che anche una vittoria pretenderebbe…

E’ la fine della politica, si potrebbe concludere, citando di nuovo la nobilissima Hanna Arendt.

E’ la fine di una cultura, di una cultura della storia, della morale, a Occidente e a Oriente, ed è la fine, più mediocremente, dell’informazione, diventata fiume propagandistico, disciplinato dagli obblighi pubblicitari ad assecondare quella che si ritiene maggioranza, una maggioranza di consumatori onnivori.

P.s. Mi permetto infine un consiglio di lettura, un libro di Ryszard Kapuściński, polacco, grande giornalista, grande inviato di guerra. Il libro è: “In viaggio con Erodoto”. Kapuściński ricorda la sua prima esperienza di inviato. Una sua insegnante gli regalò le “Storie” del viaggiatore greco. Lui portò i volumi con sé e imparò, leggendoli, quanto il suo lavoro fosse difficile e quanto fosse indispensabile, inseguendo la verità, interrogare il maggior numero possibile di fonti, per rappresentare tutte le facce di una storia, da una parte e dall’altra.