Se le criptovalute neutralizzano le sanzioni contro la Russia

Le sanzioni economiche occidentali, scattate dopo l’invasione russa dell’Ucraina, hanno assestato un colpo durissimo a Mosca: banca centrale isolata, beni della nomenklatura di fatto congelati. Ma crescono i timori che il regime guidato da Vladimir Putin percorra strade alternative, come quella delle criptovalute, per approvvigionarsi di valuta e sfuggire all’asfissia finanziaria.

L’anello debole del sistema finanziario internazionale sono le banche, che hanno un ruolo chiave nell’applicare le sanzioni: possono controllare infatti la provenienza del denaro e la sua destinazione. Le leggi anti-riciclaggio obbligano inoltre gli istituti di credito a bloccare le transazioni con soggetti e Stati che siano sottoposti a sanzioni.  Negli ultimi anni, tuttavia, l’esplosione delle valute digitali ha di fatto “accecato” questa capacità di monitoraggio.

Se le banche possiedono standard elevati nella verifica dell’identità dei clienti, raramente le borse e le piattaforme che commerciano le criptovalute e le attività digitali possono garantire la stessa sicurezza. Eric Michaud, co-fondatore di Off The Chain, una conferenza periodica sulla sicurezza delle transazioni blockchain, in un’intervista a The Guardian, lancia l’allarme. “Siamo giunti a un momento spartiacque nella storia globale, nel quale le banche centrali degli Stati-nazione non controllano più direttamente gli strumenti finanziari una volta utilizzati per imporre regolamentazioni globali. Con le criptovalute che si trovano nella loro infanzia, queste valute decentralizzate non possiedono né un’agenzia né l’infrastruttura necessaria per regolamentare entità grandi come la Russia.”

Che tale timore sia tutt’altro che teorico lo afferma, ad esempio, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti che a ottobre, ben prima dell’invasione dell’Ucraina definiva le criptovalute come una minaccia sempre più seria alle sanzioni irrogate da Washington, sollecitando un urgente aggiornamento istituzionale sull’uso di tali tecnologie.

D’altronde, secondo quanto riportato sia dall’ufficio studi del Congresso Usa, sia da altre ricerche (Nazioni Unite e società di consulenza Elliptic) stati come Iran e Corea del Nord hanno già utilizzato le criptovalute per attenuare gli effetti delle sanzioni internazionali.

Il timore che le sanzioni occidentali costituiscano un’arma spuntata, e un articolo pubblicato sul tema dal New York Times, hanno suscitato anche l’iniziativa di quattro senatori democratici Usa che hanno firmato il 2 marzo scorso un’interrogazione diretta al segretario al Tesoro ed ex presidente della Federal Reserve Janet Yellen per sapere se il dicastero ha in programma di coinvolgere le aziende legate alle criptovalute e gli intermediari digitali nell’applicazione delle sanzioni alle Russia.

I primi segnali da questi intermediari non sono incoraggianti. Secondo quanto riportato dall’agenzia Reuters molte delle maggiori borse di criptovalute, incluse Binance e le statunitensi Kraken e Coinbase hanno già ignorato la richiesta del governo Ucraino di bloccare l’operatività dei clienti russi. Un atteggiamento che ben sintetizza la siderale distanza ideologica tra il mondo regolamentato delle banche e quello dei nuovi intermediari digitali.