Se la sinistra non riesce a ritrovare l’egemonia perduta

Diciamo la verità: sulla lunga distanza, nella storia della Repubblica italiana, la destra ha avuto più fiato della sinistra. Ha vinto sul terreno culturale che, per oltre cinquant’anni, è stato esclusivo della sinistra. Il concetto di egemonia culturale deriva da Gramsci ed il Pci seppe svilupparlo nella pratica, lo “strappò” alla borghesia e ne divenne il portabandiera. Sapeva che quella bandiera era la precondizione affinché il proletariato aspirasse ad assumere il potere.

Gli ingredienti dell’identità della destra

Oggi, mentre i sondaggi rilevano che il Pd è sceso al terzo posto della classifica virtuale del consenso dietro il M5S, c’è una realtà evidente: il governo già coi primi (orribili) provvedimenti mette in pratica l’identità costruita nei luoghi di aggregazione della destra tradizionale. È un’identità più solida del berlusconismo. Della destra estrema Berlusconi si è servito per tutelare i suoi interessi e l’ha sdoganata pensando di tenerla al suo servizio per sempre. Ma dall’effimero messaggio televisivo (“Corri a casa in tutta fretta, c’è un biscione che ti aspetta”) siamo di fronte ad un tentativo di costruzione di una società – come ha notato la filosofa Giorgia Serughetti sul Domani – dove si saldino “tradizionalismo, liberismo e individualismo proprietario”.

È con questa triade di valori che Giorgia Meloni ha convinto proprietari e proletari, alleandoli. E ha vinto. Ha consolidato la sua popolarità con cura, al G20 di Bali – nonostante il pregresso dell’incidente con Macron – se l’è cavata bene al cospetto dei “grandi” e i rischi che corre, in prospettiva, possono venire più dai suoi alleati che dall’opposizione. Il tema dell’autonomia differenziata (un irricevibile regionalismo a due velocità che favorisce il nord e penalizza il sud, nella proposta del ministro leghista Calderoli) può minare, in effetti, la coalizione di governo.

Si dirà che, in generale, Meloni imita la destra vista all’opera con Trump negli Usa, con Bolsonaro in Brasile, con Orbán in Ungheria. Ed è vero. Ma cos’ha da proporre la sinistra? Esiste un’elaborazione politica-culturale del principale (?) partito di opposizione, il Pd? Esiste sul tema dei diritti individuali ma con conquiste che spesso sono avvenute in modo “extra politico”, per l’evoluzione della giurisprudenza: Corte costituzionale, Cassazione, Tribunali, supplendo alle carenze del Parlamento, hanno a volte interpretato e raccolto i fermenti della società.

Agli elettori il partito di Letta non ha saputo indicare una prospettiva di governo attraente. È percepito come il partito che si è piazzato sulla tolda di comando per dieci anni senza i voti per farlo, in una fase di arretramento dei diritti sul lavoro, di restrizione dei salari, di aumento della povertà; ha affrontato l’emergenza del cambiamento climatico collocandosi a ruota dei movimenti giovanili; ha sbagliato strategia facendosi mettere nella morsa del M5S e del Terzo polo, uscendone stritolato. A quel punto non ha potuto che rilanciare ad oltranza la “Agenda Draghi”, strumento di governo prezioso ma alieno e poco utile per indicare un orizzonte di società nuova e giusta. Dopo la crisi finanziaria del 2008 e dopo il salasso imposto alla Grecia dalla Troika, i tecnocrati non godono di grande appeal. Anche se sono bravi. E nessuno è disposto a spendere una parola d’elogio per il dimenticato Mario Monti che davvero l’Italia l’ha acciuffata per i capelli mentre crollava nel baratro dopo le follie berlusconiane.

La prima missione del Pd dovrebbe essere quella di darsi un profilo che aspiri all’egemonia. È un’operazione lunga, che appare difficile nell’attuale configurazione del partito, ma potrebbe avere una fase intermedia nel tentativo di recupero del fortissimo astensionismo elettorale che penalizza il campo progressista e nella costruzione di quelle alleanze che la legge elettorale impone. Se si fossero verificate queste condizioni la partita del 25 settembre sarebbe stata “contendibile”.

Il Partito democratico, due partiti in uno

Resta il fatto che il Pd è la somma mal riuscita di due forze, i Democratici di sinistra e la Margherita, che non si sono mai veramente comprese.

Enrico Letta, che di quel matrimonio avrebbe dovuto farne la sintesi dopo la disgraziata stagione renziana, si è dimostrato al di sotto dell’attesa. C’è un congresso lanciato con metodi di svolgimento discutibili che riproducono gli errori diventati la zavorra del Pd (ad iniziare dai gazebo dove il segretario verrà scelto da chiunque voglia partecipare) e nel quale si agitano personaggi rispettabili ma con visioni di partito e di società differenti. E coloro che appaiono i due più accreditati aspiranti segretari, e cioè l’emiliano Stefano Bonaccini e la cittadina del mondo Elly Schlein, sono il primo non ancora candidato, la seconda esterna al partito. Ricomporre questa situazione, con il consenso che si sgretola, è impresa difficile. Che il congresso sia l’ultima chiamata è evidente, che questa chiamata possa svolgersi quando ci saranno solo macerie non è da escludere.

È auspicabile che l’assemblea nazionale dei Dem di oggi 19 novembre riesca a trovare le risposte ai tanti nodi nei quali il partito è aggrovigliato e che Letta vorrebbe sciogliere più in fretta di quanto preventivato. Si andrà ad un’accelerazione delle primarie che si terranno il 19 febbraio quando ai gazebo si voterà per scegliere il segretario tra due nomi scelti dagli iscritti. Ma alla fine i temi centrali restano quelli dell’identità, del profilo politico culturale del partito e della ricerca dell’egemonia perduta. Se non si affrontano questi, nessun segretario salverà il Pd dal declino.