Dad, la scuola
si appoggia
ai colossi del web

Scuole chiuse. Tutte tranne quelle dell’infanzia. Come lo scorso anno. E via alla scuola a distanza. Non siamo scienziati né politici: abbiamo fiducia che questa sia la scelta migliore per tutti. Ma, dopo un anno, possiamo chiederci se la scuola pubblica arrivi più preparata all’emergenza e che voto si meriti. Dunque, gli alunni diversamente abili quest’anno continueranno ad andare a scuola insieme ai docenti di sostegno, visto che per loro la didattica online si è rivelata deleteria; ottimo, ma si creerà inevitabilmente una sorta di grande classe differenziata, come più cinquant’anni fa.

La DaD è smart-working

Nella scuola integrata che c’era fino ad ora – quella con gli studenti un po’ a scuola e un po’ no alle superiori e quella in quarantena fiduciaria, anche tra i più piccoli – ai docenti della primaria, a differenza dello scorso anno, in Emilia Romagna è stato richiesto di fare le lezioni a distanza con i computer e le reti di connessione della scuola: un autogol. Ciò ha messo in evidenza la debolezza delle reti e la presenza di computer obsoleti e in numero insufficiente: non certo uno in ogni aula. Così è anche risultato chiaro come chi governa oggi la scuola pubblica, probabilmente, non metta piede in un’aula da anni.

Ora, con la DaD, dovrebbe andar meglio: perché i docenti, presumibilmente, utilizzeranno reti, giga e computer personali, privati, quasi sempre più efficienti. Ma non è detto. Le linee domestiche, sovraccariche, potrebbero comunque saltare. Basta che i docenti abbiamo figli in DaD o consorti in smart-working. O la linea sia debole. Esattamente come un anno fa. Inoltre, se la DaD per un docente è l’equivalente dello smart-working per altre categorie di lavoro, il consumo di giga o il collegamento alla rete fanno parte del suo contratto di lavoro o no?

Multinazionali e dati sensibili

studentiUn problema più grave? Sono stati buttati via tanti soldi per inutili sedie e banchi a rotelle, ma oltre le reti delle scuole non potenziate a sufficienza, il ministero non ha creato una propria piattaforma, come da anni esiste in Germania. Risultato? La scuola pubblica italiana si appoggerà di nuovo a multinazionali private del web. Senza aver fatto nessuna gara di appalto. Quindi tutti insieme, di nuovo, allegramente, ci ritroveremo su Google Suite, Office 365, WeSchool – consigliati dallo stesso Ministero. In cambio della promessa che i nostri dati sensibili non saranno utilizzati da queste multinazionali che, ogni anno, spendono milioni di dollari per consentire ai propri pc di immagazzinarli. E se Google e compagni tradissero la promessa? In che modo utenti o governo potrebbe rivalersi su di loro? Nessuna. Tutte stupidate, queste, di fronte a una pandemia? Può darsi. In fondo, forse, potrà capitare solo che a uno studente pieno di insufficienze arrivino sul computer lezioni di recupero online a pagamento, da scuole private. O a un figlio di un immigrato arabo la possibilità di comprare un dizionario arabo-italiano in offerta. Forse. O forse non solo. Insomma, a distanza di un anno, il paradosso rimane: in una scuola sempre più ossessionata dalla privacy, improvvisamente la privacy non c’è più. Ma come lo scorso anno nessuno ci fa più caso. La motivazione? La stessa. Siamo nella stessa situazione di emergenza, forse peggio, perciò tutti dobbiamo ingioiare lo stesso rospo, proprio in nome dell’emergenza. Ecco, ora immaginate di essere voi la maestra o il professore, o anche uno studente: che voto dareste?