Se la poesia rompe
finalmente il muro del silenzio

Non è il tetto che perde
e nemmeno le zanzare che ronzano
nella umida, misera cella.
Non è il rumore metallico della chiave
quando il secondino ti chiude dentro.
Non è la meschina razione
insufficiente per un uomo o per una bestia
neanche il vuoto delle giornate
che sprofonda nel baratro della notte
non è
non è
non è.
Sono le bugie che ti hanno martellato
le orecchie per un’intera generazione
è il poliziotto che corre come un pazzo sanguinario
ed esegue spietati ordini omicidi
in cambio di un misero pasto al giorno.
Il magistrato che scrive sul suo libro
la punizione ingiusta, e lo sa bene,
la decrepitezza morale
l’inettitudine mentale
che dà alla dittatura una falsa legittimazione
la vigliaccheria travestita da obbedienza
in agguato nelle nostre anime denigrate
è la paura di calzoni bagnati
non osiamo eliminare la nostra urina
è questo
è questo
è questo
caro amico, che trasforma il nostro mondo libero
in una tetra prigione.

Lo scrittore e poeta nigeriano Ken Saro Wiwa fu impegnato nella promozione di un movimento basato sulla non violenza che difendeva la minoranza del popolo Ogoni: per questo fu arrestato ed impiccato nel 1995 prima della scadenza di eventuali ricorsi alla sua condanna. Questa rimane una delle più crude testimonianze della vigliaccheria umana, della barbarie che la nostra società è in grado di produrre in tempi di pace e in tempi di guerra. La poesia è stata nel tempo protagonista di denunce come quella di Ken Saro Wiwa e in larga parte del mondo (Europa compresa) gli scrittori, anche nel recente passato, sono stati uccisi, torturati, esiliati.
Parto da questo esempio non solo per sottolineare un testo a mio avviso importante come valenza sia sostanziale che formale, ma perché negli ultimi giorni qui in Italia, dopo un mio editoriale sul numero 94 della rivista Atelier, e in seguito ad una intervista rilasciata su Pangea, ho cercato di ragionare su alcuni limiti e confini sul tema poesia – a mio avviso leciti.
In una intervista del 26 Aprile 2006 rilasciata a Nadia Cavalera, il poeta e critico Edoardo Sanguineti, colonna del Gruppo ’63, affermava – a proposito del ruolo della poesia nell’attualità – che i poeti hanno una responsabilità essenziale, quella di essere organici rispetto allo sviluppo della società in cui vivono: è necessario insomma che cerchino di sviluppare una coscienza di classe nei confronti di un mondo capitalistico globalizzato. Si tratta, banalmente, di riprendere ciò che avevano fatto Gramsci e Benjamin e che oggi, chiunque abbia a cuore “le sorti di chi lavora”, ha il dovere di continuare per quello che può.
Questo ragionamento ha prodotto nel nostro Paese opere importanti di cui vale la pena parlare e di cui consiglio caldamente la lettura, perché anche in Italia il tema della disumanizzazione esiste ed è tema centrale in autori anche molto diversi: è appena uscito, e ne ho già parlato altrove, Suite Etnapolis di Antonio Lanza per l’editore Interlinea che racconta la vita e la spersonalizzazione che si sviluppa attorno a uno dei più grandi centri commerciali d’Europa stagliato alle pendici dell’Etna; ma è giusto sottolineare l’uscita già negli scorsi anni di un testo stilisticamente molto diverso come Nel gasometro di Sara Ventroni (Le Lettere, 2008), il quale utilizza la descrizione di una fabbrica e di un mondo industriale ormai lontano come punta della degenerazione sociale che sembra ormai pervaderci. Qualcosa di simile, lontano dal linguaggio performativo e di ricerca della Ventroni, si ritrova anche ne Gli impianti del dovere e della guerra di Antonio Riccardi (Garzanti, 2004) così come succedeva in quel Una visita in fabbrica di Vittorio Sereni o ancora nel racconto meno prossimo agli operai ma più vicino ai quadri, agli impiegati, narrato da Elio Pagliarani ne La ragazza Carla (splendida a mio avviso in questa sede la fusione tra Io narrante e Io reale affidata unicamente a quei “camion di frutta dalla Romagna” che così come lo scrittore riminese erano arrivati a Milano per cambiare forma, finire nel ciclo industriale e diventare “altro”).
Tutti questi autori, però, la fabbrica e l’industria le hanno viste da lontano: Luigi di Ruscio in fabbrica c’è stato sul serio (così come Fabio Franzin, di cui altrove ho parlato) dopo essersi trasferito in Norvegia, dove ha lavorato per 40 anni da emigrante e da dove ha sempre subito una disattenzione (se si esclude l’inserimento in “Poesia degli anni Settanta”, a cura di Antonio Porta) che solo negli ultimi tempi l’editoria è riuscita a colmare – prima coi romanzi usciti per Feltrinelli nel 2014 a cura di Andrea Cortellessa e Angelo Ferracuti e oggi con le poesie uscite doverosamente per l’editore Marcos y Marcos.
Di Ruscio, che con gli studi era arrivato solo alla quinta elementare, si è dimostrato poeta ben più quadrato, concreto e solido di molti altri “poeti laureati” (il riferimento a Montale non è casuale) che oggi, mutate le generazioni, si domandano se sia lecito portare alto il vessillo della poesia con testi fondati sul proprio rapporto con il dietologo e sulle cene a base di ravioli: come se la lezione ancora una volta montaliana – e ancora prima di Mengaldo – non avesse chiarito la necessità di un Io che non sia esclusivamente privato ma si apra ad una totalità umana in grado di diventare collettività e non solipsismo.
In questo anche eventuali diverse forme di proposta a mio avviso non spostano il cuore delle questioni; la validità di un testo poetico è nella lettura continuata, ripetuta: i buoni testi – classici o sperimentali, innovativi o fedeli alla tradizione – non hanno bisogno di orpelli, si possono leggere anche in purezza e l’invito deve essere leggere, leggere e ancora leggere senza sovrastrutture.
D’altronde queste poche cose, che reputo abbastanza banali, sono già state individuate per esempio durante la rassegna MediumPoesia lo scorso marzo, quando Francesco Ottonello ha chiesto a Paolo Giovannetti (docente dello Iulm di Milano e spesso citato da chi propone una commistione totale tra le varie identità culturali) di indagare la natura del rapporto tra i nuovi media e il bisogno di poesia.
“Il bisogno di poesia attuale può essere soddisfatto attraverso l’ascolto della musica? Oppure sono due “offerte” diverse?” chiede l’intervistatore. Giovannetti risponde sostenendo che i sistemi scolastici hanno contributo all’incapacità del lettore di saper leggere davvero la poesia, attività divenuta non scontata – come sottolineato anche in Theory of the Lyric di Jonathan Culler, opera incentrata sul cosa voglia dire davvero leggere poesia. Diverso è l’esito emotivo dell’evento poetico, che deve avvenire nell’interiorità del lettore secondo modalità interessanti e peculiari che richiedono, come diceva Fortini, una lettura ripetuta, una riflessione intensa e continua sul singolo testo in una sorta di ritualità.
Accade così, a proposito della contaminazione tra poesia e musica, che Giovannetti definisca quest’ultima come una “scorciatoia” per raggiungere qualcosa che ha tutt’altro tipo di funzione. La poesia performativa – che si avvicina alla canzone per ammissione dello stesso Giovannetti – quando propone testi (alcuni, come lo stesso docente ribadisce in “Dalla poesia in prosa al rap” pubblicato da Interlinea nel 2008) che si leggono al di là della situazione performante e spettacolarizzante “con qualche piacere e profitto” costituisce un modo per intravedere alcuni aspetti della canzone che si rinvengono anche nella poesia. È una delle conseguenze del postmoderno: la “compresenza confusionale di spinte opposte, reversibili, frungibili”, causata dall’avvento dei media e dei social media, spinge l’intellettuale, come sempre è stato d’altronde, a “propiziare letture appaganti” ma “consapevoli”. Appare ovvio, dunque, che un conto è la lettura silenziosa e un conto l’ascolto: un testo di De Andrè, per fare lo stesso esempio di Giovanetti, nel contesto musicale appare splendido ma alla lettura silenziosa, dal punto di vista retorico, diventa una “ovvia schifezza”.
Il tema, in questa lunga metanalisi che da un paio di settimane sta coinvolgendo molte persone e a diversi livelli, rimane quello della consapevolezza testuale: la consapevolezza va di pari passo con la fruizione – leggere, come dice lo stesso Giovannetti, significa conoscere e significa decidere. Sta a noi continuare ad insistere per raccontare quanto a nostro avviso funziona e quanto già dopo pochi passi si disgrega, perché come si legge in questi giorni Formavera, che pubblica un intervento di Stefano Dal Bianco (poeta e professore presso l’Università di Siena) tenuto al convegno “La questione dello sperimentalismo. In occasione dei quarant’anni del Gruppo ’63”, (Palermo 27-29 Novembre 2003) “fare politica nella scrittura è per noi cercare di migliorare i rapporti fra gli uomini, e quindi soprattutto cominciare a parlare, soprattutto farsi capire”.
E forse, aggiungo io, per troppo tempo siamo rimasti in silenzio, anche se ancora, in questi stessi giorni, alcuni ci dicono – più o meno elegantemente – che dovremmo tacere.