Se la carezza non è un destino
Donne e versi su abissi di violenza

Da gennaio dell’anno in corso a oggi, novembre 2021, secondo l’ultimo report del Viminale, sono stati ottantatré i femminicidi ovvero gli omicidi dolosi o preterintenzionali aventi come vittima una donna e commessi da un individuo di sesso maschile per motivi basati sul genere. Il vocabolario Devoto-Oli definisce il femminicidio come «qualsiasi forma di violenza esercitata in maniera sistematica sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuare la subordinazione di genere e di annientare l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico della donna in quanto tale, fino alla schiavitù o alla morte»; si tenga conto che, in effetti, nella pressoché totalità dei casi, la parte lesa era già stata sottoposta, da parte dell’assassino, ad atti violenti di tipo fisico, psicologico, economico o sessuale.

Il termine femminicidio, mutuato dalla lingua spagnola, viene introdotto per la prima volta dall’antropologa Marcela Lagarde, rappresentante del femminismo latinoamericano ed entra nell’ordinamento penale italiano, con il decreto legge n° 93, nel 2013. Nel 2017 il Senato istituisce una Commissione d’inchiesta parlamentare sul femminicidio e, nel 2019, per tentare di limitare il numero folle di questo tipo di delitto, viene approvata una legge sul Codice Rosso, al fine di velocizzare le procedure di protezione delle donne in caso di denuncia alle autorità di competenza.

Ripartire da questa definizione e ripercorrere rapidamente il percorso che questa parola ha fatto, anche da un punto di vista legale-buracratico, non è atto ridondante, poiché proprio nella rivalutazione di quell’accostamento di sostantivi vittima-donna e nella necessità impellente di arginare questo orrore stanno le sue radici. Radici che, di contro a ogni tentativo di semplificazione del fenomeno, sono multiarticolate e afferenti ad ambiti differenti, che vanno da quello personale a quello sociale, passando per il familiare, il clinico-medico, l’antropologico, il legislativo e molti altri.

Lo sanno bene le associazioni, tra le quali La Consapevolezza di Venere Onlus, nate per tutelare le donne da queste forme di violenza e che, nel loro lavoro preziosissimo di cura, supporto e informazione, pongono al centro l’importanza di esaminare la molteplicità causale di questa piaga, che induce a ripensare non solo alla figura femminile ma anche a quella maschile, alle nuove forme di relazione, ai processi di affievolimento delle identità, alla questione biologica, sociale e antropologica del gender per quanto attiene al singolo per sé, in famiglia, nella comunità di riferimento, nel mondo. Una questione profondamente complessa, in molti casi invece banalizzata o assunta come pretesto per discussioni sterili o indirizzate ad altro, che meriterebbe di essere indagata con strumenti afferenti a discipline diverse, in ragione proprio della sua struttura composita, e di essere comunicata con parole giuste, meditate.

 

E di parole dotate di queste caratteristiche è popolata l’ultima raccolta di Felicia Buonomo, Sangue corrotto (Interno Libri 2021), che, pur lontanissima dall’essere un’opera sul femminicidio, certamente posiziona il suo perno nel dolore che una donna è chiamata ad affrontare per quegli abissi che alcune figure maschili sanno ergere a ombre gigantesche sulla strada della vita, rendendola scurissima.

Oppressore
Lo dico al passato?
O al domani
Sempre uguale alla mia pena,
che l’entusiasmo facile
è un tentativo fallito,
quando l’oppressore si diletta.
Vivo alla periferia dei pensieri altrui.
Lui dice che faccio la vittima.
La dottoressa dice che lo sono.
Ho dimenticato la parola io.

Buonomo rende il dramma personale – poco importa, per l’obiettivo raggiunto, se autobiografico o dell’io scrivente – specchio nel quale molte donne possono rivedere il proprio vissuto e magari, attraverso un meccanismo di rifrazione, provare a leggerlo in altro modo, tentare di interpretarlo in maniera diversa, nella consapevolezza che «carezza non è destino», almeno non per tutte, non sempre. Dall’insulto alla dipendenza verso quello stesso insulto; dalla violenza psicologica a quella fisica. Il sangue che cola come acqua dallo scolapasta in discesa lenta. Poi, il silenzio.

Rullo compressore
Addobbo a festa la stanza. È solitudine
doppia e confinante questo silenzio
appuntito che dice: noi.
Che dio non mi salverà lo dice questo
canto di uccello ferito alla finestra:
questo tu che protegge l’udito
dal fastidio di vedermi riflessa
nel rullo compressore del suo dolore.

Non sappiamo, neanche Buonomo ha la pretesa di saperlo, se la voragine – titolo, tra l’altro, dell’ultima sezione – è per forza di cose definitiva o se, invece, è un passaggio, pur dolorosissimo. Quello che ci resta, da Sangue corrotto e da tutte quelle pagine scritte con intelligenza, lungimiranza e cuore su e contro la violenza di genere, è il dovere di fare il possibile per estirparla e gettarla dove non possa mai più ricrescere.

Felicia Buonomo, Sangue corrotto (Interno Libri 2021)