Se il Paese si divide
sugli interessi
locali e di casta

Giù al Nord: giocando su un titolo a effetto, figlio di fortunate pellicole di Brosio, il Foglio apre un’apprezzabile discussione sulla questione settentrionale. Si parte dalla descrizione di un settentrione più colpito dal Covid sul quale si starebbe abbattendo una crisi di notevoli proporzioni e, su questo, vi sarebbe scarsa attenzione da parte del governo nazionale. Un governo votato al sud, con pochi rappresentanti del nord e con provvedimenti che, per la prima volta, guarderebbero solo al mezzogiorno d’Italia. A sollevare la questione, come si dice in perfetto politichese, sono alcuni esponenti dei partiti sia della maggioranza sia dell’opposizione, Maurizio Martina e Giorgio Gori, del Pd e Massimiliano Fedriga, della Lega. Per ora.

Il primo a dire la sua, Maurizio Martina, lo fa con un certo equilibrio affermando perentoriamente che esiste una questione settentrionale e che sarebbe, quindi, sbagliato sottovalutarla. Dice, anche, che contrapporre i bisogni del mezzogiorno a quelli del nord sarebbe una sciocchezza ma poi si lagna che ci sia “ troppo sud in questo Pd” mettendo insieme, con un’improvvida similitudine, due cose che non sono raffrontabili almeno che il dirigente meneghino non volesse dire una cosa per sottendere altre: una sorta di linguaggio cifrato che si offre a doppie letture.

Maurizio Martina

Anche questa è una forma tipica del politichese che è ripreso pari-pari dai giornalisti. Maurizio Martina non potendo, forse, attaccare direttamente il ministro per il Mezzogiorno, poiché fa parte del suo stesso partito, sposta il ragionamento cercando di far diventare la questione settentrionale uno spartiacque di rilevanza strategica, come quando afferma che “il nord è stato la parte più colpita dal Covid e che non c’è una sola area depressa”.

Le responsabilità dei governanti locali

Un’analisi che sorvola totalmente sulle responsabilità di chi ha governato quelle regioni, e quelle città, nella fase acuta della pandemia, e sul concetto e il modo di gestire la sanità pubblica, ad esempio, in una regione come la Lombardia. Così come dell’idea di sviluppo e d’industrializzazione. Anche di questo si dovrebbe discutere, affrontando la questione settentrionale. Ne parla, infatti, in maniera esplicita, Giorgio Gori, sindaco di Bergamo, che pone al suo stesso partito interrogativi rilevanti sul valore da assegnare al sistema produttivo, partendo dalla constatazione che l’Italia non cresce da vent’anni. La mancata crescita, guarda caso, riguarda proprio il periodo in cui i governi di centro sinistra hanno, per lunghi tratti, governato.  Giorgio Gori chiede al suo partito: ” Il Pd vuole farsi carico di questi problemi- e quindi dare rappresentanza all’Italia che lavora e che produce – o no? Vuole mettere l’aumento della produttività e la crescita dei salari in testa alla propria agenda o pensa- come i suoi alleati 5 stelle- che si possa fare sostanzialmente a meno delle imprese, che a tutto ciò pensa lo stato?” E’ una polemica che riguarda le scelte di questi mesi post pandemia e che chiama in causa, direttamente, le stesse scelte fatte per arginare i disagi delle grandi masse di poveri che la pandemia ha allargato. Una dichiarazione esplicita: il Pd è subalterno alla politica dei Cinque stelle. Si svegli. Guardi anche altrove.

Giorgio Gori

Maurizio Martina è stato esplicito nel sollevare una questione che già altri esponenti del Pd avevano avanzato: nel gruppo dirigente nazionale dovrebbero avere un maggiore peso i dirigenti e gli amministratori del nord. I nomi sono noti, sono quelli di Bonaccini, Sala e lo stesso Gori il quale non si tira indietro motivando le differenze interne al Pd. Anche questa polemica sa di vecchio: chi non ricorda come, di volta in volta, si accusasse il gruppo dirigente del Pci di essere egemonizzato, ora da toscani, ora da romani, ora da napoletani o da sardi. Il problema non è l’origine del dirigente ma la sua capacità di capire e dirigere il partito, di formare una vera classe dirigente, capace di discutere magari in un vero congresso e non solo sui media la linea del maggior partito del centro sinistra. Assillo quanto mai attuale.

Attacco al governo

Se Martina lamenta mal di pancia, il presidente leghista del Friuli, Massimiliano Fedriga, trasforma la questione settentrionale in un attacco al governo e, in particolare, al ministro per il Mezzogiorno. Lamenta, naturalmente, scarsa attenzione e finanziamenti alla sua regione ritenendo, inoltre, che i grandi assenti in questa delicata fase di rilancio siano proprio i territori.

Sostiene il giornalista Carmelo Caruso, riportando indirettamente il pensiero del dirigente leghista, che nel governo c’è una sensibilità, -la chiamano linea Provenzano che è ministro del sud- che per questo giovane leghista finisce ” per non aiutare il meridione ma che lo mette al guinzaglio quando si riduce a chiedere solo vantaggi geografici”. Ecco il vero obiettivo: gli ultimi provvedimenti che finalmente un governo nazionale decide di varare per una delle zone più emarginate non solo dell’Italia ma dell’intera Europa. Lo fa attaccando, in maniera diretta, la presenza di un ministro, Provenzano, che da molto tempo si occupa di disuguaglianze interne e internazionali, dimostrando questo nella stessa azione di governo.

Massimiliano Fedriga

Non è certo l’ennesima boutade sul ponte di Messina che può aver provocato tanti attacchi. Da più parti, come s’è visto. La questione del ponte sullo stretto- tanta è la sua carica macchiettistica-, la liquida, stamane, con un ironico articolo su strisciarossa, Sergio Sergi, rivolgendosi direttamente al ministro: ” Posso pensare che oggi, caro Peppe Provenzano, tu quoque creda al tunnel (o Ponte) quando in Sicilia c’è, dove c’è, il binario unico e le strade sono trazzere per la transumanza? Spero proprio di no e che tu sia pronto a sdraiarti per protesta insieme con tanti”.

Ecco i punti veri: i primi e positivi interventi non risolvono le grandi questioni che per decenni (secoli?) sono state disattese, con un’incuria spesso devastante per intere aree del nostro meridione. Basta farci un salto per capire. Basta viaggiarci un po’ per assaggiare il reale stato delle infrastrutture; basta fare quattro chiacchiere con i nostri studenti che da quelle zone provengono per capire la piaga della fuga dei giovani. Basta guardare e ascoltare.

Ci sono due Italie?

Ci sono due Italie? C’è un Nord da contrapporre al Sud? Ci sono molte Italie. Per questo il confronto sul tema è esser poco utile. C’è l’Italia che mostra il suo vero volto attraverso il pil (sta per prodotto interno lordo, cioè rilevatore di potenziale benessere); ci sono pezzi d’Italia non abituati a fare i conti con la crisi (regioni come Toscana, Umbria o Marche) e pezzi d’Italia dove la questione di una ripresa industriale si pone con urgenza (tutto il nord); c’è l’Italia che è pronta al grande balzo dello sviluppo e dell’innovazione digitale (Milano è in testa tra le regioni più attrezzate) e ci sono zone dove, come si dice nel gran popolo della telefonia mobile, non si vede tacca (la Sicilia è l’ultima in Europa per innovazione digitale). C’è l’Italia che credevamo facesse miracoli nella sanità e, invece, scopriamo che i miracoli li faceva, ma solo per i privati e per chi aveva soldi o protezioni. L’eccellenza ma per pochi.  C’è l’Italia, dove ancora non si riesce a gestire in maniera normale un pronto soccorso o un ospedale, specie al sud.

I soldi che arriveranno dall’Europa dovrebbero servire proprio a questo: a unificare, da tutti i punti di vista, un paese che è unito nelle buone intenzioni e diviso quando c’è da difendere egoismi locali o di casta.