La lotta dei lavoratori
di Amazon al potere
del capitalismo digitale

Il primo sciopero generale dei dipendenti di Amazon in Italia è una notizia che può aprire una nuova stagione per il mondo del lavoro delle piattaforme digitali, l’ultima frontiera del capitalismo capace di generare profitti giganteschi e di governare grandi masse di lavoratori con algoritmi semplici, originali ma, alla fine, ripetitivi come la vecchia catena di montaggio. Secondo i sindacati confederali l’adesione alla protesta ha superato il 70%, i magazzini sono stati quasi interamente bloccati, le spedizioni ridotte, il sistema di logistica che sostiene il colosso dell’e.commerce è stato molto rallentato.

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I sindacati chiedono un tavolo di confronto per risolvere i problemi denunciati dai lavoratori, circa 40.000 se si considera l’intera filiera Amazon. Molte sono le questioni aperte: carichi di lavoro, organizzazione dei turni, inquadramento, riduzione dell’orario di servizio per gli autisti, buoni pasto, stabilizzazione dei contratti a tempo determinato e dei lavoratori interinali, continuità occupazionale e stop al turnover.

Amazon risponde che la sicurezza e il benessere dei dipendenti sono da sempre i suoi obiettivi e assicura: “Mettiamo al primo posto i dipendenti, offriamo un ambiente di lavoro sicuro, moderno e inclusivo, con salari competitivi, benefit e ottime opportunità di crescita professionale”.

 

Il sostegno dei sindacati europei

Lo sciopero tricolore di Amazon, che ha ricevuto il sostegno della Confederazione europea dei sindacati (Ces), è un segnale del disagio profondo degli addetti, dipendenti o no, delle piattaforme digitali, una situazione complessa, di sfruttamento, di violazione dei contratti e dei diritti come traspare dalla recente inchiesta della Procura di Milano sui riders che ci portano a casa la spesa o la pizza.

La domanda che si pone il giorno dopo la protesta può essere questa: si può colpire, abbattere Golia? Si può usare la fionda dello sciopero e convincere Amazon, o altre aziende dello stesso tipo, a concedere contratti, diritti, turni più equi? La mobilitazione di tutti i lavoratori, dipendenti e no, della filiera Amazon in Italia è stata una coraggiosa reazione alle condizioni di lavoro, ma è stata anche una pressante richiesta di aiuto alle istituzioni, al governo, alla politica, alla vasta comunità dei cittadini consumatori affinché contrastino, con la legge e con comportamenti coerenti, eventuali violazioni e sfruttamenti.

Una trattiva per il contratto

I sindacati chiedono una trattativa e puntano al contratto con la multinazionale che, ovviamente, assicura di rispettare tutte le regole e le leggi. Ma mentre si possono apprezzare e sostenere le rivendicazioni dei dipendenti di Amazon e delle sue consorelle, è necessario interrogarsi se il sindacato ha l’armamentario culturale adeguato per fronteggiare questa nuova sfida e perché la politica, i governi, anche l’opinione pubblica si rendano quasi estranei. Il mondo delle piattaforme digitali offre tecnologia, investimenti, sviluppo, lavoro, questo è certo. Nessuno vuole distruggere le tecnologie per aprire un’improbabile stagione di neo-luddismo, ma bisogna individuare nuove misure legislative, strumenti innovativi per governare una situazione delicata, nell’interesse generale e non solo di una grande azienda.

ridersAmazon è con Apple, Facebook, Google una delle imprese più influenti al mondo: orienta i consumi, influenza la cultura, propone editoria, cinema, musica, controlla una fetta crescente del mercato pubblicitario mondiale. La pandemia si è rivelata un’occasione d’oro per accrescere ricavi e profitti. Lo scorso anno Amazon ha superato il valore di un trilione di dollari di capitalizzazione di Borsa entrando nel club delle superpotenze del mercato globale con Microsoft e la solita Apple.

Il fondatore Jeff Bezos, nonostante il costoso divorzio dalla moglie, contende il primato di uomo più ricco del mondo a Bill Gates. Negli ultimi vent’anni il capitalismo delle piattaforme digitali ha travolto leggi, concorrenza, istituzioni di garanzia. Ha spiazzato governi e nazioni che, da una parte, accolgono con favore gli investimenti e l’espansione di Amazon e soci perché portano occupazione e reddito, ma, dall’altra, non riescono a garantire tutele sociali e rispetto della concorrenza, non sono in grado di proporre leggi e strumenti adeguati per controllare l’espansione di questi giganti.

I big dell’e.commerce

Durante la campagna per le elezioni presidenziali negli Stati Uniti più volte è emerso il tema della potenza incontrollata delle piattaforme digitali che abuserebbero della loro posizione per massimizzare i profitti e crescere sempre di più. Nella sinistra Usa e anche nel mondo accademico si è arrivati a ipotizzare la “rottura”, lo “spezzatino” di questi big, così come si fece in passato per rompere il monopolio delle telecomunicazioni, con una nuova disciplina anti-trust per permettere una concorrenza più ampia e leale, per quanto sia possibile. Il Partito democratico americano, prima del voto, ha presentato un rapporto di 400 pagine sui nuovi monopoli digitali.

Amazon è accusata di usare il suo potere di mercato, come leader dell’e.commerce, per ostruire la crescita di possibili competitori. Apple è indicata come monopolista delle app su iPhone e iPad e questo permette al gruppo di applicare una commissione del 30% su molte vendite. Facebook è un altro monopolista quasi totale che cerca di creare un simulacro di competizione di mercato con imprese acquisite, come Instagram. Google mantiene il monopolio nel settore dei mercati di ricerca e continua a rastrellare informazioni da terzi. E’ il padrone mondiale dei dati, la risorsa strategicamente più importante, e ha oltre un miliardo di utenti.

I ritardi della Ue

Di fronte a questi colossi, e alla loro potenza incontrollata, dovrebbe essere l’Unione Europea, anche questa volta in ritardo, a muovere qualche passo nella legislazione a tutela della concorrenza e dei consumatori, a garanzia dei lavoratori, per contrastare un potere smisurato che produce profitti enormi sui quali, tra l’altro, vengono pagate tasse irrisorie. Un fronte che potrebbe smuovere e interessare anche i progressisti e i riformisti italiani, ovunque si nascondano.