Se gli africani
ci prendono i vaccini,
l’odio secondo Libero

Prendete questo titolo sparato sulla prima pagina di “Libero” il 25 marzo: “Produciamo vaccini e li vendiamo ad altri”. Nell’occhiello si spiega (diciamo così) che si sta parlando dei 29 milioni di dosi “ferme nel Lazio” (cioè quelle di AstraZeneca immagazzinate ad Anagni) e nel sommario si legge che “siamo senza antidoti, ma scopriamo che a Frosinone ce n’è una marea. Sono destinati ad altri Paesi Ue e agli africani. Paghiamo e teniamoceli”.

La notizia è falsa perché come sappiamo tutti l’Italia non produce vaccini (purtroppo) e non producendoli non può, evidentemente, venderli. Ma non è solo questo che fa di quel titolo un esempio da manuale di disinformacija, come si diceva in Russia al tempo di Stalin, o di Lügenpropaganda, come si diceva in Germania ai tempi di Goebbels. O di hate speech, come si dice oggi. Che quei vaccini siano destinati “agli africani” nell’articolo non c’è giacché l’autore scrive, correttamente, che 16 milioni di quei 29 sono destinati al programma COVAX, quello voluto dall’Organizzazione mondiale della sanità e dall’Onu per far arrivare i vaccini anche nei paesi poveri. In tutti i paesi poveri, in Africa come in Asia come nell’America latina.

Covax e l’uomo nero

Da dove escono allora gli “africani”? Bella domanda. Uno psicanalista di scuola junghiana lo spiegherebbe con la teoria degli archetipi che, nel caso in questione, dovremmo andare a cercare nell’animo collettivo della redazione di “Libero”. Gli africani sono come l’uomo nero o il Babau di quando eravamo piccoli, emergono dalle nebbie del subconscio per portarci il male, arrivando sui barconi o rubandoci il prezioso liquido che ci deve salvare ed è – va da sé – roba da bianchi. Forse mettendo redattori e titolisti di “Libero” in fila davanti a un bravo analista ne verremmo a capo.

Ma sarebbe fatica sprecata. La realtà è molto più banale. Hanno scritto “africani” perché sanno che quella parola nei loro affezionati lettori evoca paure, sospetto, rancore. Odio. E che questi movimenti dell’anima hanno materialissimi riscontri sul mercato editoriale. Fanno vendere.

Quelli di “Libero” non sono i soli a giocare questo gioco: sono in buona compagnia non solo nella savana selvaggia della Rete ma anche nel giornalismo della carta stampata, delle tv e delle radio. Non è il minore dei tantissimi mali che ci stanno rovinando la vita.