“Scurau” nel mondo che tramonta:
la denuncia nei versi potenti di Nibali

Non è stata sufficiente la pandemia, quella grazie alla quale, secondo alcuni, saremmo dovuti diventare tutti migliori. Del resto, non sono mai bastati gli innumerevoli drammi che la storia ha conosciuto per farla cambiare. Per mutare le intenzioni di chi detiene il potere. E così, quando ancora il Trauma-Covid, con all’interno tutti i macro e micro traumi che ognuno di noi ha dovuto affrontare, è ancora materia viva, ecco farsi avanti le bombe, su uomini, donne e bambini, come noi impegnati a vivere, a cercare un senso e ora immobili per sempre, ricoperti da teli bianchi.

Crollano le mura delle case, delle istituzioni, della democrazia. E si fa buio su tutta la terra.
Ecco: quello a cui negli ultimi anni si sta assistendo è un farsi nero progressivo, l’avanzare impetuoso di una nube scurissima che gradatamente riduce lo spazio di luce, di aria.

Leggendo l’ultimo lavoro in versi di Giuseppe Nibali, pubblicato lo scorso anno per Arcipelago Itaca, ho imparato che nel dialetto siciliano esiste un termine che descrive magistralmente questa transizione, ed è Scurau che all’opera dà il titolo. Come scrive Tommaso Di Dio nella prefazione «Scurau: verbo impersonale, terza persona singolare, passato remoto. Per trovare un’equivalenza semantica, possiamo affidarci alle espressioni italiane “abbiamo finito”, “viene buio”, “fa notte”, “è tardi”; ma in ultimo è, come ogni espressione idiomatica, intraducibile. A guidarne la forza evocatrice è il valore perfetto di un evento (la tenebra) che si annuncia come remoto ed è già qui, tutto presentificato nel suo approssimarsi inesorabile. La sua imminenza è nondimeno tardiva: quando arriva, bisognerebbe andarsene, ma è troppo tardi. Scurau: un remoto presente».

Nibali ha il coraggio di mostrarci, senza mai nominare direttamente fatti o situazioni, la direzione verso cui l’Occidente si muove, ricordandoci quell’etimologia intrisa di fine, di tramonto, di conclusione che da molto tempo abbiamo deciso di ignorare, per lo più rintanandoci dietro schermi che ci mostrano una realtà fatta di perfezione indotta, di cose facili, di relazioni plastificate, di un procedere armonico. Nel passaggio da una sezione all’altra (Antropocene, Predazione, Scurau), si assiste a un movimento da dentro a fuori in cui Nibali, in un processo che è a imbuto ma anche vortice, dipana le relazioni del vivere di superficie, quelle dermiche, per poi arrivare a confrontarsi con la dimensione intima del sé, che non può che essere corrosa da quello che la circonda e per la quale ricorre, con efficacia, anche all’uso del dialetto.

Nibali muove i propri versi non su un binomio bensì su una triade (uomo-comunità-società), dando ben conto dell’ipercomplessità della realtà contemporanea ed eliminando qualsiasi forma di addolcimento o tergiversare; leggendo Scurau la nausea provata di fronte alle brutture allucinate di cui l’uomo è capace diventa nausea nella lettura, poiché la poesia di Nibali è potentissima, performante pur senza bisogno di palco o di gesti e in grado di creare un contrasto tra la lingua – vitale, composita, luccicante – e il contenuto, dove l’evoluzione umana è regressione e avvicinamento viscerale all’animale/animalesco che ci abita e che pare dominarci.

*

Vi seguirà il male dietro l’edera e di sopra
sul balcone in lamiera che avete per rifugio.
Non è il tempo delle corse alla ringhiera
mentre lo sfondo si disossa, passa dall’arco delle vie
per la montagna. È morto anche il vecchio prete
di Ragalna, per la fine del suo giorno una domenica.

Chissà che luce vi assale lì dai tetti, dove il sole si
inurba coi pastori fra i negozi e che fatica morire
anche voi nella chiesa col barrito alto della fiera.
Qui nel lontano la nebbia muove la pianura
sopra i ponti, dalla miseria di colline, altre volte
fuori alla finestra si alza lo scheletro di un albero

*

nel notturno si muove il tessuto della terra,
le case, i resti d’osso, ombre nell’ombra una
sull’altra e alla via nuove bambine imparano
il dolore: sul porto, dentro la ritirata del treno,
Gheta ha sfiorato la scritta sul muro: se hai
paura urla e grida sempre nel seguire
la serpentina di cemento per le cave.

*

A picciridda cà n’facci ìnchia ‘mpazzuta n’sicchiu di rina.
È bionda avi a faccia sfriggiusa di lintinia. Fossi voli essiri
scannata, com’a scecca zaccariata ch’ancora talia studduta
u catrami ro patruni.
Tutti e dui sunnu coddi ri tagghiari, corpi ca scancianu
l’odiu p’amuri. Accussì smirciannuli nzemmula mentri
a figghia scinni a mari e a scecca preia pa tinturìa, pari
na tissitura, na cerimonia biniritta: una n’terra sbudiddata.
L’autra ca ietta m’pazzuta a sabbia nto sicchiu.
Pari tutta a stissa miseria, u stissu chiantu.

 

La bambina qui davanti riempie impazzita un secchio di sabbia./ È bionda ha la faccia monella di lentiggini. Forse vuole essere/ scannata, come l’asina tartassata che ancora guarda stordita/ il catrame del padrone.// Tutte e due sono corde da tagliare, corpi che scambiano/ l’odio per amore. Così guardandole insieme mentre/ la figlia scende a mare e l’asina prega per il massacro, sembra/ una trama, una cerimonia benedetta: una a terra sbudellata,/ l’altra che getta impazzita la sabbia nel secchio./ Sembra tutta la stessa miseria, lo stesso pianto.

*

Nibali, con Scurau, scrive una delle opere più riuscite e convincenti dell’ultimo periodo, dando egregia prova di come la poesia sia ben altro che una faccenda personale e di come molto possa dirci e darci rispetto al nostro essere-nel-mondo.

Riporto, a conclusione, altre parole di Tommaso di Dio che bene descrivono quello che Scurau lascia, quello che Scurau insegna, quello su cui, ancora e ancora, dobbiamo riflettere per fare che non sia più, per fare che sia altro, per fare smettere quelle e altre bombe: «Gli umani sono l’orrore, non sono altro che orrore e l’orrore è ciò che dimenticano».

 

 

Giuseppe Nibali

Scurau

Arcipelago Itaca editore