Scuola, Comuni, sanità: idee per una nuova sinistra

Ah – commentano amaramente -, ma le grandi masse dei lavoratori non seguono più la sinistra, e la sinistra non è più in grado di dar loro, agli operai soprattutto, ciò di cui hanno bisogno. Men che meno, si dice con insistenza e convinzione fondata sulle analisi dei dati elettorali, pare in grado il Pd. Anzi: segui i confronti nei talk show e ti puoi rendere conto del fatto che, stringendo stringendo, a quel partito viene rimproverata soprattutto una presunzione: di considerarsi vivo benché sia già morto.

Hanno deciso che è già defunto e niente appare loro meno accettabile di questa irriverente presunzione. Confortati, in questa condanna, dalla nuova disposizione d’animo di chi è stato, a lungo, il più noto e potente sponsor della sinistra storica, Carlo De Benedetti. Dopo le sue parole a proposito della fine del Partito Democratico e della necessità di inventarsi qualcosa d’altro, anche gli ultimi steccati son caduti e anche i rimanenti sfiancati difensori dell’esistenza di questa forza politica si son tolti, in tv, la canotta e hanno cominciato a menare, allineandosi alle frequenze di un coro ormai impressionante per tenacia e ferocia, sotto gli occhi spesso stralunati di molti bravi cittadini.

Il Pd al centro di un attacco concentrico

pd-manifesto-strappatoDa quelle parole in poi, quindi, la preda è stata abbandonata ai lupi e al loro appetito. E’ il tempo dello sbranamento, lo si capisce bene, e come si fa a reggere un attacco di queste proporzioni? Così, il Pd perde brandelli di carne, linfa vitale per almeno un paio di soggetti politici: il Terzo polo di Calenda e Renzi, nonché il partito di Conte che in queste settimane, secondo i sondaggi, stanno ingrassando.

Ci limitiamo a registrare i fatti, non stiamo piangendo sull’elettorato che se ne va da un partito in affanno e sulla strada del congresso. Gli elettori non sono di nessuno, vanno dove pare loro, e se il Pd non riesce a trattenerli è molto sua responsabilità, senza scuse. Solo che questo avviene con tutti i media contro, tutti, con tutte le sorgenti di informazione interessate a drammatizzare il rito funebre, con tutti, o quasi, i giornalisti e i commentatori ora impegnati in generale a celebrare esequie e, capita non di rado, a deridere i conati vitali che il “cadavere” non smette colpevolmente di produrre.

Questo è il contesto, altro fatto inconfutabile, infiocchettato da slogan legnosi che echeggiano da un salotto tv all’altro come mantra ormai entrati a pieno titolo nella “lettura” del presente: “quelli del Pd sono radical chic”, “quelli del Pd sono elettori che difendono le loro postazioni dai fortini delle ztl delle città”, “quelli del Pd parlano solo alla borghesia e non ai poveri operai”. Editori e potentati economici e finanziari stanno facendo un ottimo lavoro che nemmeno la più pregiata agenzia mortuaria avrebbe saputo portare avanti con tanta efficacia. Difficile negare che questo contesto sia largamente tendenzioso e non veda l’ora di chiudere la partita così come hanno sempre desiderato, altro fatto non confutabile, Grillo, Casaleggio, Steve Bannon, la destra estrema di Putin, l’azzimato Giuseppe Conte, chi per un motivo chi per l’altro ma cementati in una formidabile coincidenza di interessi.

Quel che insegna ai dem la storia del Pci

Tutti, destra sinistra, tornano ora romantici al Pci e alla sua capacità di parlare proprio ai figli della rivoluzione industriale, gli operai, “quelli erano i bei tempi e quello era il partito giusto”. Frattaglie di pensiero meccanico: a quel tempo, la civiltà era industriale e di quell’ordine si sapeva, a sinistra, molto. Esistevano analisi, letture, teorie, modelli da accettare o rifiutare.

Il Pci prometteva potere agli esclusi ma soprattutto una alternativa che pareva secca, un altro mondo in cui vivere in cui il potere delle masse operose, comunque sfruttate, avrebbe saputo bilanciare se non spodestare l’aggressività dei potentati, che erano soprattutto imprenditori, tesi a favorire, accelerandoli, i processi – si diceva così – di ristrutturazione del sistema. Non c’era il global, non era attiva l’enorme piattaforma finanziaria che oggi dispone non di fazzoletti macro-regionali ma della terra intera, trasformando l’industria in una scacchiera fredda e con poco potere, schiacciando i titolari della piccola e media azienda – nuova facile saporita preda dell’insapore finanza – in una fascia sociale non così lontana dalla classe operaia e dalle sue passioni, dilavando, nei fatti, un antagonismo che fino a ieri era stato il motore principale delle tensioni espresse dalle contraddizioni tra chi il potere l’aveva e chi no.

Il Pci con quella sua proposta di alternativa aveva, sì, parlato agli operai e ai diseredati promettendo un riscatto sociale fondato sulla nuova soggettività di massa delle classi lavoratrici. Ma sotto quell’ombrello si mescolavano culture molto diverse tra loro, non di rado fortemente conservatrici, anche sotto il profilo dei diritti civili oltre che nell’ambito delle relazioni di potere soprattutto interne, per esempio, allo stesso partito.

Venendo meno l’alternativa secca, chiuso quell’ombrello, svanita la polarizzazione che teneva assieme i frammenti sociali, ecco che le contraddizioni sono venute a galla e sono sotto gli occhi di tutti e chi ha votato per il Pci può oggi – ma non da oggi – votare senza traumi per testimoni di un pensiero chiuso, retrivo, perfino anti-democratico, reazionario. Oppure può smettere di dare il proprio voto, libero di pensare che è lo stesso, vale lo stesso, cioè zero, perché nulla cambia.

Acqua pubblica: una delle tante domande ignorate

Parallelamente, il Pd è in grado di disorientare con le sue ambivalenze mentre si interroga duramente su chi sia e dove voglia andare per riprendere una corsa antica e positiva per l’intera società. Per esempio: un referendum ha dichiarato correttamente l’acqua un bene pubblico la cui amministrazione non deve arricchire nessuno, restando nelle mani del pubblico. Molti comuni amministrati dalla sinistra tengono fede a questo principio, altri invece no, e la gestione del servizio di fornitura idrica resta spesso in mani private con la scusa che sarebbe economicamente vantaggioso per la collettività. Non è forse un errore madornale?

D’altro canto, sai che non dirai mai “le fabbriche agli operai e le terre ai contadini”, giusto? Non lo diceva nemmeno il Pci di Berlinguer, vero? Così come non potrai mai promettere l’interruzione del diritto di eredità, giusto? E ciò nonostante sai che dovrai compattare l’elettorato senza potere, perché è il tuo “mestiere”, la tua “vocazione”, il tuo compito storico.

Una linea di condotta che individui i nuovi bisogni sociali

Ed è questa forse la domanda più bruciante alla quale il congresso del Pd, ma in realtà l’intera sinistra, dovrà dare risposta. Non si tratta di risolvere un problema con una bella idea, ma di dare corpo ad una linea di condotta che ha radici lontane e va adattata ai tempi che corrono. Partendo da motivi di ispirazione che affondano proprio in quelle radici per dare respiro ad un Paese i cui cambiamenti in anni recenti sono stati pilotati esclusivamente e con una notevole crudeltà dal liberismo e dai suoi corollari.

Una di queste antiche ragioni d’essere e di fare politica, a sinistra, è il federalismo, un principio che corre in direzione contraria rispetto all’autonomia differenziata che oggi si invoca per le Regioni e provvede ad una redistribuzione reale del potere. Non si procede sulla strada corretta se nella legislazione si introducono elementi che pretendono di legittimare diritti e autonomia per alcune regioni già ricche mentre si negano ad altre.

Siamo di fronte ad una ingiustizia programmata, totalmente inaccettabile, pericolosamente oltre i margini del senso della Costituzione. Poi, siamo sicuri che i sottoscriventi del patto federale debbano essere le Regioni, alle quali, come si è ben visto negli anni durissimi del Covid, sarebbe intanto cosa buona togliere il governo della sanità? Soggetti, ancora, che tendono a chiudersi nelle forme di piccoli Stati nelle mani di una burocrazia identica a quella nazionale, afflitta dagli stessi problemi e dagli stessi pleonasmi finanziari, perché allevata nella stessa spesso inefficace cultura istituzionale.

Un’architettura istituzionale con Stato forte e Comuni forti

mappa dei comuni italiani
La mappa dei Comuni italiani (di Ilbiondocavaliere – Opera propria da Wikipedia)

Viviamo un’emergenza proprio istituzionale, quindi, e da molto tempo. Stretti in uno stato delle cose che inaridisce i processi di autoidentificazione individuali e di gruppo, che blocca e vizia anche le relazioni interne allo Stato mentre umilia i Comuni, li costringe in ambiti quasi privi di potere reale e di risorse. Eppure, sono proprio i Comuni d’Italia la prima fonte di energia e di identità delle comunità, benché forti di una storia che proprio in questo Paese ha collezionato meglio e con più carattere di tanti altri in una sorta di inno alla diversità e alla sua ricchezza.

Sono i comuni ad invocare il rispetto delle loro prerogative storiche e culturali, nel momento più basso della loro autonomia – sempre legati al cappio delle regioni e dello Stato – e del loro potere su loro stessi. Se si intende progettare un futuro per questo Paese non si può prescindere dalla loro riconsegna alla centralità del telaio istituzionale.

Stato forte e forti Comuni. Difesa, sanità scuola, ordine pubblico, trasporti nazionali, energia nelle mani dello Stato, ma riscossione delle tasse nei municipi, consorziati tra loro quando le dimensioni fisiche lo richiedono, e assieme ad altri comuni ancora per disegnare liberamente aree vaste di servizi governati da tecnici premiati da concorso. Ovviamente il patto federativo dovrà imporre ai Comuni il versamento certo e annuale in una quota adeguata di finanza allo Stato. Si vota solo per il Parlamento e per i Consigli comunali, sono i Comuni i soggetti politici dei consorzi regionali, sarebbero loro i padroni del campo. Operando un simile slittamento dei poteri istituzionali, cambierebbe tutto, ci troveremmo di fronte ad un altro scenario, più “morbido”, finalmente promettente, capace di allevare un nuovo tipo di coscienza, civica, soprattutto, ma fondata sulla interdipendenza e quindi su un patto nuovo, sociale, culturale e politico tra le molecole finalmente dignitose di questo organismo. Una sola Camera, a Roma, e una camera dei Comuni, con attività e poteri non sovrapposti, ovviamente.

Una scuola senza ambiguità sull’autonomia

Oltre alla “rivoluzione” istituzionale, la fondazione di una nuova scuola. Oggi, il primo compito imposto al docente dalla realtà così organizzata è il controllo. Non la didattica, il controllo. Senza controllo, niente didattica. Troppo numerose troppe classi: con trenta studenti il docente sa per prima cosa dovrà attrezzare un paio di redini per tenere la situazione, di che tipo si vedrà. Processo didattico minato stabilmente, relazioni in classe falsate da un problema mai risolto di ordine pubblico, e non è colpa né dei docenti, né tantomeno degli studenti.

Così tra i banchi si formano di conseguenza zone d’ombra, sorta di periferie in cui la partecipazione sfuma e il pensiero si nasconde mentre si preparano i sentieri dell’abbandono scolastico sospinto da una progressiva periferizzazione dei vissuti più disturbati e impegnativi. Sarebbe di sinistra capire che stando così le cose, nulla cambierà in meglio e antiche contraddizioni governeranno con più potere della stessa istituzione scolastica, abolendo nei fatti la sua autonomia.

Classi di non più di dodici studenti, tempo lungo ovunque: tutto cambierebbe, la scuola diventerebbe desiderabile per le ragazze e per i ragazzi, il rapporto con i docenti muterebbe natura, lo scambio sarebbe più libero e vivo e diretto e finalmente la questione del controllo tramonterebbe a tutto vantaggio di un nuovo processo formativo più umano e “morbido” da cui uscirebbero cittadini molto più sereni e consapevoli. A patto, per cominciare, che si sottragga l’autonomia della scuola dalle ambiguità introdotte per legge sul rapporto tra scuola pubblica e finanza privata. La scuola non è un’azienda.

Ripensare la sanità ad iniziare dai territori

SERVIZIO SANITARIO NAZIONALEInfine, la sanità. Tutti sanno che così non va, tutti sanno che ospedali giganteschi e territori sguarniti è un pendolo che produce disastri. Tutti sanno anche cosa sarebbe indispensabile fare per garantire una assistenza sanitaria di qualità e universale. Ma sul tema troppi balbettano nel mondo politico. Destra e sinistra. Magari deridendo la gran corsa ai pronto soccorso ospedalieri che pure ha dato almeno qualche risposta a milioni di cittadini lasciati alla deriva senza protezioni a distanze umane da casa.

Dopo che la struttura territoriale ereditata da altri tempi aveva mostrato la sua totale incapacità, e non per colpa dei medici “di famiglia” ma di una ingegneria di servizio legata a bisogni e tecnologie decisamente tramontati.

Come mai, nonostante le parole, non si è ancora riusciti a eliminare le code per gli esami specialistici? Perché le code nel pubblico servono agli sportelli delle case di cura private, che hanno pieno diritto di esistere ma il loro destino non dovrebbe essere surrogare lo Stato. Per nient’altro. E perché la politica, destra sinistra, benché consapevole del danno non ha mai messo mano con decisione al problema? Perché con ogni evidenza il privato che si occupa di sanità privata è ben rappresentato nel mondo politico, sono ben rappresentati i suoi interessi: la sua fortuna dipende dall’efficacia di quelle code.

Conservare ambiguità su questo terreno non è più possibile. O si sta da una parte o dall’altra. Eliminare quelle code significa riscrivere l’intero telaio della sanità. Ripensarlo a cominciare dai territori.

Vado a ruota libera ma secondo un modello adottato con efficacia in altri luoghi della terra: in ogni quartiere di piccole dimensioni, una palazzina di servizi sanitari, gli studi dei nuovi medici di famiglia, tac, risonanza magnetica, rx e altri esami specialistici di basso impatto. Ancora un piano per gli specialisti a disposizione dei pazienti. Negli ospedali, quindi, tutto ciò che queste stazioni territoriali non possono dare. Ma costa, è vero. Non più di una flotta di F35.

Pillole di impressionismo visionario? Eppure, se questi tre punti non fossero nella carta d’identità della sinistra, perché bisognerebbe votare a sinistra? E bisogna tradurli in azioni, metterli in pratica, con calma e determinazione, senza cedere mai; si tratta, certo, ma quello dev’essere l’obiettivo e tutti devono saperlo.

E’ così che si trasforma la società, è così che si fonda una identità. Serve a nulla cercare l’identità nuova o perduta, servono le scelte, sono queste ultime a dire chi sei.