Scozia, il diritto all’autodeterminazione è una questione europea

Nicola Sturgeon non ha deluso nemmeno nel passaggio più complicato. Una base esasperata glielo chiedeva da tempo e un annuncio non poteva essere rimandato ulteriormente. Così martedì pomeriggio la prima ministra scozzese ha presentato a Holyrood, sede del Parlamento scozzese, il disegno di legge sul nuovo referendum sull’indipendenza che, nei piani del governo, si terrà il 19 Ottobre 2023, nel 241esimo anniversario della resa degli inglesi all’esercito di George Washington che rese certa l’indipendenza americana. Dunque una data simbolica, su cui mobilitare un popolo attorno a una proposta chiara: un referendum sull’indipendenza dal Regno Unito, lo stesso identico quesito presentato agli elettori nel 2014 e respinto dal 55% dei votanti, guidati nel rush finale degli unionisti dall’ex primo ministro laburista Gordon Brown, born and bred in Scozia, e da roboanti promesse di ridiscutere in senso federale l’assetto del Regno diventate presto lettera morta.

Effetto Brexit

Da allora, costituzionalmente parlando, molta acqua è passata sotto i ponti, con la Brexit votata dagli inglesi ma non dagli scozzesi (e nord irlandesi) diventata hard come voluto dagli inglesi, ma non dagli scozzesi (e nord irlandesi) che ha portato al governo Boris Johnson, il quarto governo Tory consecutivo scelto dagli inglesi ma non dagli scozzesi (e nord irlandesi) e il quindicesimo dal 1956, 66 anni fa, l’ultima volta che i Tories (o meglio il loro partito locale, all’epoca chiamato unionista) hanno vinto in Scozia. In mezzo anche la deindustrializzazione della Thatcher e l’austerity, scelte anch’esse dagli inglesi ma non dagli scozzesi (e nord irlandesi). Abbastanza per fare dire basta a un popolo di una nazione orgogliosa della sua sovranità da secoli prima che le più avvertite delle nostre élite regionali iniziassero a concepire l’Italia unita (per la sovranità del popolo noi italiani dovremo aspettare un altro secolo – gli scozzesi appunto, sovrani lo sono almeno dalla dichiarazione di Dichiarazione di Arbroath nel XIV secolo).

La maggior parte dei commentatori inglesi si aspettavano molto meno da Sturgeon. L’opposizione a un nuovo referendum scozzese, ribadita dal primo ministro britannico Boris Johnson ad ogni occasione utile, aveva suggerito a molti che  Sturgeon non avesse alternative a proporre un piano B, una consultazione edulcorata su un proposito più sfumato dell’indipendenza. E invece la Sturgeon ha sorpreso tutti con una proposta piena e forte unita alla richiesta alla Corte Suprema di valutarne la legalità contestata in assenza del via libera di Westminster.

Si tratta anche qui di una mossa tatticamente acuta perché rafforza la credibilità di un progetto, quello dell’indipendenza scozzese, che ambisce ad essere pienamente legale e costituzionale (in totale opposizione con la via catalana del 2017) al punto da chiedere alla più importante Corte britannica di chiarire una delle tipiche zone grigie tipiche della Costituzione non codificata del Regno Unito.

Nicola Sturgeon

Colpisce anche il tempismo della mossa della Sturgeon, il giorno dopo che il Parlamento britannico ha dato un primo via libera a una legge che modifica e dunque viola unilateralmente il Protocollo sul Nord Irlanda, parte del trattato internazionale di uscita dalla UE che quello stesso parlamento aveva ratificato appena due anni fa. Il governo scozzese dunque posiziona la Scozia saldamente nel campo della legalità in un Regno Unito che sperimenta al contrario un approccio corsaro al diritto internazionale.

Ma qual è il ragionamento di Sturgeon dal punto di vista legale? Lo Scotland Act del 1998 che ha re-istituito il Parlamento scozzese (operativo fino al 1707) come richiesto dagli scozzesi nel referendum del 1997 gli ha assegnato poteri “devoluti” su sanità giustizia ed educazione ma non sulle questioni costituzionali. Tecnicamente dunque è il Parlamento del Regno Unito, a Westminster a dovere concedere a Holyrood il potere di organizzare il referendum costituzionale utilizzando un “section 30 order”, un atto di legislazione secondaria che può temporaneamente aumentare la potestà legislativa del Parlamento scozzese.

Tuttavia l’argomento del governo scozzese è che essendo il referendum proposto di natura consultiva e quindi non avendo in ogni caso un effetto legale diretto (per l’indipendenza servirebbe comunque un successivo voto dei parlamenti a Edimburgo e a Londra) non ricadrebbe tra le materie riservate a Westminster.

Il ricorso alla Corte Suprema

La palla passa in ogni caso alla corte suprema che può col suo giudizio innescare due tipi di dinamiche politiche, entrambe ben viste dal governo di Edimburgo. Se la Corte Suprema darà ragione alla Sturgeon infatti, il referendum si potrà legalmente svolgere e, agli occhi dell’opinione pubblica Boris Johnson sarà sconfessato dalla più autorevole corte del Regno. Sarà a quel punto molto difficile giustificare un boicottaggio e la pressione per accettarne gli eventuali esiti crescerebbe anche sul piano interno. Ma anche nel caso in cui la Corte negasse la legittimità del disegno di legge del Parlamento scozzese, considerando anche un referendum consultivo sull’indipendenza materia riservata a Westminster, il governo scozzese avrebbe una potente arma retorica nel denunciare l’impossibilità legale di uscire da quella che nella tradizione costituzionale britannica è una “unione volontaria di nazioni” essendo la Scozia chiaramente riconosciuta come tale anche dagli inglesi.

Boris Johnson
Boris Johnson

In quel caso Sturgeon ha già annunciato che considererebbe il voto in Scozia nelle prossime elezioni politiche del Regno Unito (previste per il 2024) come un referendum, chiedendo ai cittadini di votare per lo Scottish National Party come espressione di una scelta indipendentista. Proverà a prendere il 50%+1 dei consensi per potere poi rivendicare un mandato popolare per l’indipendenza che possa dare stimolo a una negoziazione con il nuovo Primo Ministro che uscirà dalle urne.

E non c’è dubbio che l’argomento che sia legalmente impossibile uscire dal Regno Unito (a differenza che dalla UE) sarà una potente volano elettorale tra gli scozzesi che si sentono sempre più estranei alle sorti della Gran Bretagna (Un recente sondaggio del New Statesman rileva come il 72% degli scozzesi si sente primariamente scozzese e non britannico, un aumento di quindici punti percentuali rispetto a 10 anni fa).

Anche perché in Scozia forte è il risentimento per le conseguenze di una Brexit che il paese non ha mai scelto. Va infatti ricordato il fatto che la Scozia fu fatta uscire dalla UE insieme al resto del Regno nonostante una maggioranza schiacciante di scozzesi (62%) avesse scelto di rimanervi nel referendum del 2016. In seguito a quel voto anche molti esperti di materie costituzionali consigliavano di trovare soluzioni di compromesso tra Scozia europeista ed Inghilterra euroscettica. Gli esperti furono ignorati come furono ignorate le proposte di Brexit soft presentate da Parlamento e Governo scozzese. Non può dunque sorprendere come nelle elezioni parlamentari del Maggio 2021 il fronte indipendentista guidato da Sturgeon abbia raggiunto il record storico di seggi e voti, superando la maggioranza assoluta dei votanti, con un mandato chiaro sia per organizzare un nuovo referendum sia per rientrare nella UE qualora divenuti indipendenti.

Una questione europea

La questione democratica è dunque ineludibile ed impone a tutti i democratici europei di schierarsi senza esitazioni dalla parte del diritto all’autodeterminazione del popolo scozzese che deve poter scegliere il suo futuro dopo la Brexit. A maggior ragione di fronte al rifiuto del governo di Westminster di prendere sul serio la volontà democratica degli scozzesi, è necessaria una grande pressione internazionale che tuteli i diritti di un popolo che sta sempre più stretto in un Regno Unito sempre più screditato dai continui scandali del governo Johnson.

A sostenere il diritto degli scozzesi ad un nuovo referendum sono anche moltissimi inglesi che si rendono conto sia della necessità di rispettare la volontà democratica della maggioranza degli scozzesi (è tradizionalmente su queste posizioni la sinistra laburista di Corbyn e McDonnell, sempre sensibile alle questioni di autodeterminazione dei popoli) sia dell’indissolubile legame tra l’attuale assetto costituzionale del Regno Unito e il suo passato imperiale e coloniale che si riproduce tanto nella Brexit quanto nel Commonwealth e in una tradizione monarchica che legittima un privilegio di razza e di classe che permea la cultura e la società inglese.

Ed è proprio per contribuire a salvare l’Inghilterra da se stessa che intellettuali inglesi progressisti come Mary Kaldor, George Monbiot e Hilary Wainwright, storici come David Edgerton e Adam Tooze, scrittori come Ian McEwan e Jonathan Coe hanno aderito alla lettera aperta promossa da Anthony Barnett e Adam Ramsay (europeforscotland.com/open-letter) da cui è nata la campagna pan europea Europe for Scotland, che chiede all’Unione Europea di sostenere il diritto della Scozia a scegliere il proprio futuro chiarendo fin da ora che una Scozia indipendente sarebbe benvenuta nella UE. Un passaggio necessario anche per l’Unione Europea per fare chiarezza su un punto decisivo: se l’autodeterminazione dei popoli è un principio fondante della nostra visione di Europa democratica, allora il diritto all’autodeterminazione del popolo scozzese è una questione europea e ci riguarda tutti.

Andrea Pisauro è co-coordinatore della campagna Europe for Scotland