Scozia, con l’Inghilterra
una partita tra calcio
e sogno europeo

Martedi scorso, prima della partita tra Scozia e Repubblica Ceca, l’inno scozzese intitolato “fiore di Scozia” è risuonato dopo 23 anni in una partita dei campionati europei. L’ultima volta era stata, curiosamente, in un altro europeo giocato, quella volta interamente, in Inghilterra. Anche per questo, l’Hampden Park di Glasgow sentiva particolarmente l’occasione, visto che una partita dell’europeo non l’aveva mai vista, e ha cantato a squarciagola (video da brividi) il brano degli anni ‘60 che commemora la battaglia di Bannockburn del 1314 dove l’armata scozzese comandata da Roberto I di Scozia sconfisse l’esercito inglese di Edoardo II.  Ieri sera, invece, si giocava a Wembley, come il 15 giugno di 23 anni fa, Inghilterra – Scozia. Non una partita come le altre.

Nicola Sturgeon (foto da ScottishPolitico)

Grande vittoria dell’indipendentista progressista Nicola Sturgeon

Poco più di un mese fa infatti, si sono tenute importantissime elezioni in tutto il Regno Unito. Dalle elezioni per il rinnovo del Parlamento scozzese, in particolare, è arrivato un segnale chiaro per l’Unione Europea e il mondo. Gli scozzesi hanno fatto una scelta netta, eleggendo la più ampia maggioranza per l’indipendenza dalla creazione del Parlamento devoluto, nell’elezione con la maggiore affluenza della storia scozzese.

Le proporzioni della vittoria della premier indipendentista Nicola Sturgeon sono inequivocabili e difficilmente paragonabili a quelle di qualunque altro partito europeo. Lo Scottish National Party (SNP) della Sturgeon ha conquistato 64 seggi su 129, uno in meno della maggioranza assoluta. Si tratta di un risultato incredibile se si considera che il Parlamento scozzese è eletto con un sistema molto equilibrato, costruito esattamente in modo da evitare il dominio di un solo partito. Questo, sistema, simile a quello tedesco, prevede che i deputati siano eletti in parte in collegi uninominali e in parte con un voto di lista su base regionale che porta a una rappresentanza complessiva proporzionale. L’SNP ha totalizzato il 47,7% dei voti all’uninominale, conquistando ben 62 seggi su 73, e il 40,3% nel voti di lista, che sommato al buon risultato dei verdi (oltre l’8%) e del partitino dell’ex primo ministro Alex Salmond, garantisce una maggioranza assoluta sia di voti che di seggi per il fronte indipendentista (i verdi scozzesi sono a favore di una Scozia indipendente).

In un sistema elettorale bilanciato e democratico come quello scozzese, la vittoria del partito di Nicola Sturgeon è stata davvero stratosferica, soprattutto se si considera che è la quarta consecutiva, ogni volta aumentando i voti rispetto alla volta precedente, un fatto impensabile per qualunque altro governo europeo. Se in Scozia si votasse con un sistema simile a quello del Parlamento britannico, l’SNP avrebbe 110 parlamentari su 129, quella che i media britannici chiamerebbero una landslide. Nel 2015, il leader conservatore Cameron vinse le elezioni e ottenne il mandato per il referendum sulla Brexit con appena il 36,9% dei voti, e Boris Johnson ha portato il Regno Unito fuori dall’Unione Europea con il 43,6% dei voti. È dunque chiaro che le elezioni scozzesi hanno dato agli indipendentisti una vittoria piena e chiara con un mandato pieno e chiaro per un nuovo referendum sull’indipendenza.

Quella manifestazione spontanea a favore di due immigrati

Ma cosa rappresenta Nicola Sturgeon e cosa vuole essere una Scozia indipendente? Nel suo discorso dopo la vittoria, Nicola Sturgeon ha citato i rifugiati, e tutti coloro che in Scozia vivono e ai quali la Scozia ha concesso il diritto di voto, un “segno tangibile di un Paese inclusivo”. Ha parlato della sua visione di una Scozia progressista che guarda al mondo e all’Europa, opposta a quella di una Brexit che la Scozia non ha mai scelto. Le sue parole si riflettono nell’incredibile scena avvenuta a Glasgow lo scorso 14 maggio quando una folla raccoltasi in poche ore in una manifestazione spontanea di protesta ha impedito la deportazione di due immigrati ritenuti illegali dall’Home Office, il ministero dell’interno britannico. Lo stesso ministero che in queste settimane ha conquistato le prime pagine di mezzo mondo con le testimonianze di cittadini europei bloccati in aeroporto e detenuti anche per giorni prima di essere fatti tornare indietro perché non in regola con la legislazione post-brexit, con diverse segnalazioni di abusi e deportazioni illegali. Un contrasto stridente tra una Scozia votata all’accoglienza all’interno di un Regno Unito che sigilla i confini.

La premier espressione dell’ala sinistra del SNP

Avvicinatasi alla politica per avversione alla Thatcher, e cresciuta nel movimento indipendentista pacifista, la 52 enne Nicola Sturgeon, emerge come vice del primo premier nazionalista Alex Salmond a cui succede alla guida del SNP dopo la sconfitta del fronte indipendentista al referendum del 2014. Da allora ha vinto due elezioni per il parlamento scozzese e ha dominato la politica a nord del vallo di Adriano, superando indenne anche uno scontro molto duro contro lo stesso Salmond, coinvolto in una complicata vicenda di molestie sessuali dalla quale era uscito assolto ma pieno di astio verso la Sturgeon. Lo scontro tra i due leader storici dell’indipendentismo scozzese, protrattosi fino allo scorso marzo e fomentato con zelo dai media dell’establishment britannico, non ha scalfito la popolarità della Sturgeon mentre Salmond, escluso dal parlamento, sembra destinato a uscire di scena. Di fatto la Sturgeon è espressione dell’ala sinistra del partito nazionale scozzese. Una sinistra liberal, certo, ma comunque attenta alla questione sociale con politiche che vanno dalla garanzia di assorbenti gratuite per le donne scozzesi fino all’inserimento nel proprio programma elettorale del finanziamento di un progetto pilota per sperimentare la settimana lavorativa di quattro giorni, come già proposto dal Labour di Corbyn e McDonnell.

La Sturgeon ha vinto anche facendo dell’empatia e della serietà la cifra della sua gestione della pandemia, l’esatto opposto dello sciatto cinismo di Boris Johnson, in questi giorni accusato perfino dal suo ex consigliere Dominic Cummings di essere “unfit for office” per la sua gestione approssimativa, con i giornali di tutto il paese che riportano il virgolettato di una sua battuta risalente allo scorso autunno, quando avrebbe detto ai suoi ministri: “basta lockdown, lasciamo che i cadaveri si accumulino a migliaia” (lock down a cui poi si arrivò comunque, anche se di nuovo in ritardo, per l’arrivo della variante inglese).

Il parlamento scozzese

Le differenze con Boris Johnson nella gestione della pandemia

Eppure la forza di Boris Johnson è proprio quella della forza non edulcorata di un capitalismo fedele ai suoi dogmi ed è così che dopo il prolungato disastro nella gestione della pandemia, ha rivendicato con forza il dominio di capitale e tecnica nel portare avanti una campagna di vaccinazione che per qualche mese è stata un po’ in anticipo rispetto ai paesi europei grazie all’efficienza militare del NHS, alla velocità dei ricercatori di Oxford, vero orgoglio del soft power  britannico, e al rapporto privilegiato con Astrazeneca, che ha consegnato al Regno Unito con tempismo svizzero le stesse dosi che non sono mai arrivate nella UE, grazie agli accordi separati forzati dal governo britannico lo scorso anno a suon di sterline. E sul successo (a spese dei vulnerabili europei e del terzo mondo, a cui il Regno Unito sostanzialmente non ha esportato vaccini) della campagna di vaccinazione ha incassato i dividendi elettorali del voto delle amministrative inglesi (+294 consiglieri, quasi tutti a spese del Labour), con una retorica di destra che ovviamente nasconde il fatto che i vaccini sono il frutto di investimenti pubblici e non della mano invisibile, ma almeno lui un’idea forte seppur sbagliata l’ha proposta, travolgendo l’anemico leader laburista Starmer, privo di una proposta di società e capace solo di alienare sia l’ala sinistra e quella europeista con una svolta moderata e nazionalista che ha rinnegato tutte le promesse fatte durante le primarie dell’anno scorso. Di fronte alle grandi difficoltà del Labour di Starmer, viene dunque facile alla Sturgeon come figura nel paese e a gruppo parlamentare del SNP a Westminster diventare di fatto la principale opposizione al Governo Tory.

Il castello di Edimburgo

Il referendum per l’indipendenza entro due anni?

Sturgeon non può sbagliare i tempi del nuovo referendum, ma ha un chiaro mandato popolare per ottenerlo in questa legislatura del Parlamento Scozzese e lo ha promesso appena sarà finita l’emergenza COVID, quindi, presumibilmente entro un paio di anni. E’ pronta a portare Johnson in tribunale, qualora si rifiutasse di concederlo, e lavorerà per convincere gli scozzesi indecisi, proponendo una chiara alternativa democratica al tecnocapitalismo di Boris Johnson che non ha nulla da dire a una Scozia che sogna il rientro nella UE, che figurava come impegno ben preciso nei manifesti elettorali del SNP e dei verdi. E’ quasi certo che, come nel 2014, la proposta di uscita dal Regno Unito sarà pianificata nei dettagli anche perché sarà estremamente soft, mantenendo la libera circolazione di persone e merci attraverso il confine inglese e, almeno nell’immediato, della sterlina e della monarchia costituzionale. E con i sondaggi che continuano a dare il fronte indipendentista attorno o sopra al 50% dei consensi, gli ostacoli più seri al progetto di separazione consensuale e democratica arriveranno dalla posizione di Downing Street. La posizione di Boris Johnson è già mutata da “referendum non prima di del 2050” espressa prima delle elezioni, a “un referendum ora sarebbe irresponsabile” nei commenti del giorno dopo, un’evoluzione colta da molti commentatori come un segnale che anche il governo pensa che sarà difficile opporsi a lungo a una richiesta democratica del Parlamento scozzese, che, possiamo scommetterci, arriverà esattamente nel momento in cui sarà più difficile opporsi.

Paradossalmente, l’ostacolo più significativo ai progetti indipendentisti rischia di essere proprio la (hard) Brexit scelta dai Tories che rende più difficile un’uscita soft dal Regno Unito, dato che il confine tra Scozia e Inghilterra rischierebbe di diventare un confine europeo. Servirebbe una soluzione come quella trovata nel protocollo nord irlandese degli accordi sulla Brexit. Tuttavia non pare un precedente particolarmente felice, visto che a distanza di quasi due anni dalla firma, continua ad alimentare tensioni tra Regno Unito e Unione Europea. L’ultima questione in ordine di tempo la tentazione del governo britannico di non rispettare la fine del periodo di grazia sul commercio delle carni surgelate tra Nord Irlanda e Gran Bretagna, che dovrebbe venire severamente regolato a partire dal 30 giugno. Lo stesso giorno della scadenza per la registrazione allo schema per la permanenza obbligatoria, obbligatoria per tutti i cittadini europei che vivono nel Regno Unito da più di sei mesi. Molti dati suggeriscono che diverse migliaia di cittadini non abbiano ancora ottenuto la regolarizzazione, anche per colpa di disguidi amministrativi causati dal ministero degli interni britannico. Ma se il governo è pronto a chiedere un’estensione per le salsicce, non lo è invece per le persone. Il passaggio da Britain first a sausages first sembra in effetti il giusto modo per ricordare il quinto anniversario della Brexit, il prossimo 23 giugno, la giornata che Farage avrebbe voluto trasformare in un Independence day e che nessuno pare oggi intenzionato a celebrare.

Dove di sicuro nessuno celebrerà è proprio in Scozia, dove cinque anni fa una schiacciante maggioranza scelse di rimanere nell’Unione Europea. Anche per questo è nata nelle scorse settimane Europe for Scotland, una campagna della società civile sostenuta da intellettuali e cittadini di tutti i paesi dell’Unione, che chiede ai leader europei di prepararsi a riaccogliere la Scozia nella UE (e che vi invito a scoprire sul sito europeforscotland.com).

La Scozia vuole una scelta sul suo futuro. Boris Johnson non potrà fermarla. L’Europa democratica e il mondo libero dovranno ascoltarla e rispettarla, preparandosi a dare il benvenuto alla Scozia nella famiglia delle nazioni sovrane, se così sceglierà di essere. Anche per tutto questo, la partita di ieri sera non è stata una partita qualunque..