Scoppia la bolla Big Tech, licenziamenti: in crisi l’economia di Internet

La bolla tecnologica scoppia. Oltre centomila dipendenti di Start Up e delle Big Tech hanno perso il lavoro dall’inizio del 2022 negli Stati Uniti. Negli ultimi giorni la notizia del drastico taglio di Amazon, fino a 10.000 dipendenti in America con possibili ricadute anche in Italia nel 2023, si è aggiunta ai licenziamenti di Twitter (il 50% del totale, circa 3700 addetti) acquisita dal trumpiano Elon Musk, alla ristrutturazione di Meta (Facebook) con una riduzione prevista di 11.000 addetti e un taglio dei costi del 10%, e agli altri sacrifici di personale decisi da moltissime imprese tecnologiche. Negli Stati Uniti il sito Layoffs.fyi registra puntualmente i licenziamenti nell’industria tecnologica: a fine novembre 137.492 lavoratori sono stati cacciati da 853 imprese.

La recessione fa paura anche sul web

Ormai è una valanga, una crisi vera almeno guardando i numeri, lo scoppio di una bolla speculativa che si era gonfiata troppo. La paura della recessione investe anche il sistema delle tecnologie che finora non aveva ancora conosciuto una frenata così netta.

E’ la tendenza generale dell’economia a influenzare le Big Tech, a ridurre drasticamente le quotazioni di Borsa, il valore delle grandi imprese che sentono oggi il peso delle difficoltà in arrivo nel mondo industrializzato, della stretta monetaria in America e in Europa, della crisi energetica. Si sta indebolendo la convinzione diffusa negli ultimi vent’anni sui mercati secondo cui le tecnologie digitali, con tutte le loro applicazioni possibili, erano il paracadute davanti a ogni crisi, perché la forza innovativa di questo settore non poteva temere alcuna difficoltà di mercato. Anzi proprio gli investimenti tecnologici erano, sono, considerati la panacea di ogni guaio.

Le cose, per la verità, sono un po’ cambiate. L’economia di Internet, pur con tutta la sua potenza e capacità di espansione, non è esente dai fattori complessivi del sistema e ha bisogno di prendere fiato. I dati sono la cartina di tornasole di queste difficoltà.

La capitalizzazione di Borsa di Meta ha perso oltre il 70%, il crollo ha determinato un arretramento del fondatore Mark Zuckerberg nella classica mondiale dei miliardari, superato pure da Michele Ferrero, industriale della Nutella, un prodotto storico della Vecchia Economia. Alphabet (Google) ha ceduto oltre il 40%. Meta e Google soffrono, tra le altre cose, del rallentamento della pubblicità dopo aver conseguito posizioni dominanti negli ultimi anni. Anche Microsoft, che ha iniziato a limare i suoi organici (per ora ha tagliato l’1% degli addetti, soprattutto dirigenti), ha smarrito il suo primato a Wall Street. Apple, che vende prodotti di alto livello nel mercato di massa delle tecnologie, denuncia difficoltà nella produzione degli IPhone per i severi vincoli cinesi anti-Covid, un problema che potrebbe riflettersi sulla campagna di Natale.

Crisi di crescita o di sistema?

Il mondo delle Big Tech, dunque, sta rallentando. I licenziamenti e i crolli in Borsa, la necessità di molte imprese di tagliare nettamente i costi suscitano l’interrogativo se questa congiuntura negativa sia una crisi di crescita oppure di sistema, come fu lo scoppio della bolla speculativa delle dot.com nel 2000. Allora Robert Shiller, economista di Yale, denunciò in un libro famoso dal titolo “Euforia Irrazionale”, la falsità di quel mercato azionario sempre in crescita, con i prezzi azionari sostenuti in maniera artificiale dall’entusiasmo ingiustificato degli investitori e non da una valutazione realistica e affidabile della solidità reale delle imprese. La bolla scoppiò, poi la crisi, complice l’attacco terroristico alle Torri Gemelle del 2001, si protrasse e si aggravò.

La Tech Bubble, la bolla tecnologica, deve fronteggiare una crisi diffusa che affianca e alimenta il forte rallentamento dell’economia e, per la prima volta, si affaccia anche in Italia. I maggiori protagonisti come Amazon e Microsoft, che hanno investito molto negli anni scorsi, pensano oggi a razionalizzare la loro presenza, anche con riduzioni di personale e revisione delle strategie. Gli effetti della crisi di Big Tech nel nostro Paese si vedranno più chiaramente nei prossimi mesi.