Sciopero, uno scossone
per spingere
Draghi & co. a cambiare

Un anno fa gridavamo niente sarà come prima. Un anno dopo quasi tutto, purtroppo, sta tornando come prima. Se c’è un argomento per sostenere lo sciopero generale indetto da Cgil e Uil per il 16 dicembre è proprio questo: pensavamo che la pandemia spazzasse via, insieme con le scellerate politiche di rigore che hanno funestato l’Europa, anche un certo modo – diciamo liberista – di affrontare la ripresa premiando i soliti noti e infischiandosene delle disuguaglianze che sono aumentate e che colpiscono duramente e invece ci ritroviamo a nuotare nello stesso mare di prima. Speravamo in un cambio di paradigma, ma il paradigma sembra essere sempre lo stesso.

Maurizio Landini, segretario Cgil
Pierpaolo Bombardieri, segretario Uil

Non c’è alcuna inversione di tendenza

La legge di bilancio approvata dal governo è un esempio di questa incapacità di voltare pagina. Sì, certo, ci sono scelte anche giuste, costruite grazie alla pressione sindacale e a quella di alcuni settori del centrosinistra. Ma l’impianto resta quello di un tempo, senza alcuna inversione di tendenza netta né sul piano della produzione e delle politiche industriali – soprattutto per quello che riguarda le delocalizzazioni e il rilancio del Sud – né sul piano distributivo e della lotta contro le disuguaglianze, né su quello fiscale e nemmeno su quello del lavoro femminile che resta relegato in fondo al treno. La maggioranza troppo larga, com’era prevedibile, non consente scelte diverse. E questa è l’ulteriore prova che i governi tecnici, salutati con il suono della fanfara da tutti i grandi giornali e da molti leader politici ormai incapaci di difendere l’autonomia e la centralità della politica, sanno fare solo scelte tecniche. E le scelte tecniche di solito non incidono come dovrebbero perché sono spesso il frutto di continue mediazioni e non hanno la forza che deriva da un chiaro mandato elettorale.

Allora, è inutile cincischiare dando voce al “sano dissenso” della Cisl, mostrare stupore per la scelta troppo forte di Cgil e Uil o considerare addirittura irresponsabile la proclamazione dello sciopero generale. C’era bisogno invece di uno scossone che costringesse la politica – e soprattutto la sinistra, troppo silente – a fare i conti con la realtà di un paese nel quale i salari nell’ultimo trentennio (dati Censis) sono diminuiti del 2,9% mentre in Germania, in Francia e negli Usa sono aumentati tra il 30% e il 50%. Dove ancora si muore ogni giorno di lavoro. Dove l’evasione fiscale ha una dimensione mostruosa. Dove si sono moltiplicati nel corso degli anni i contratti precari e dove l’80% delle assunzioni del 2021 (la famosa ripresa di cui si parla tanto) è stato fatto con forme contrattuali senza garanzie.

Chi non vede la vera realtà dell’Italia

Come si vede è una realtà che non è quella di chi guadagna più di 75 mila euro all’anno a cui vanno le maggiori risorse della riforma dell’Irpef che Draghi, messo in minoranza, non è riuscito a correggere ma di chi, dopo la pandemia, si trova in un angolo, senza lavoro e senza futuro oppure tira a campare con una pensione che non basta più o ancora vive ai margini di uno sfruttamento vergognoso governato dall’algoritmo che frantuma le vite (guardate il bel film di Pif su cui ha scritto qui Fernando Bruno). Il messaggio è rivolto, crediamo, soprattutto a una sinistra che non riesce a scrollarsi di dosso il marchio di “partito della Ztl” e che, ancora prigioniera del palazzo, non sa ritrovare il proprio corpo sociale. L’imbarazzo, l’irritazione e in alcuni casi la contrarietà con cui nel Pd hanno accolto la notizia dello sciopero è la dimostrazione di questo pessimo stato di cose.

Si poteva, si può ancora, fare scelte diverse da parte del governo Draghi? Mai dire mai: serve però una volontà politica che questa maggioranza non è in grado di esprimere e che il presidente del consiglio non è in grado di pretendere. Il gioco dell’oca del Quirinale sta portando molta nebbia in un quadro politico già di per sé confuso. Le ragioni della tattica impediscono la nascita di qualsiasi visione strategica. Si vive alla giornata, nel tentativo di tenere in piedi una maggioranza che di fatto non esiste più e che ormai, in ogni sua parte, è proiettata verso la sfida all’Ok Corral del voto per il nuovo capo dello Stato e delle successive elezioni politiche. Per tutto questo al governo manca la spinta che serve per poter aprire una vera trattativa con i sindacati su una piattaforma che tiene insieme oltre alla Cgil e alla Uil anche la Cisl che ha scelto di non appoggiare lo sciopero. Un confronto vero, non solo la consultazione e l’informazione sulle scelte già compiute e spesso immodificabili.

Ecco, di fronte a questo scenario quella di Maurizio Landini e di Pierpaolo Bombardieri appare una scelta obbligata per cercare di riportare il lavoro al centro del confronto con il governo. E smettiamola di dire che in una situazione pandemica il conflitto va evitato perché non bisogna disturbare il manovratore. Il conflitto non fa mai male perché è il sale della democrazia se esercitato in modo democratico e responsabile come prevede la nostra Costituzione. State certi che fanno più male il conformismo di bottega o il silenzio dei governisti a tutti i costi.