Lega, scene
da un matrimonio

Ma il matrimonio celtico è riconosciuto dallo Stato italiano? Può sembrare una domanda oziosa ma non lo è affatto dopo che Luigi Carozzi, sindaco di Pontida, ha decretato di escludere dal beneficio dell’esenzione per la tassa sui rifiuti oltre alle coppie omosessuali e a quelle sposate con rito civile anche quelle unite in matrimonio con riti religiosi “non riconosciuti dallo Stato italiano secondo i Patti lateranensi del 1929”. E i riti celebrati con la liturgia dei druidi non figurano tra quelli contemplati dal Concordato, giacché – si sa – nel ’29 i celti e i loro costumi non godevano di buona stampa né presso il regime di Mussolini né in Vaticano, piuttosto propensi a privilegiare le romaniche genti fedeli a Santa Madre Chiesa.


Ma i tempi passano e il leghista Carozzi, che ovviamente pensava di fare un dispetto ai musulmani, e poi magari anche ai buddisti e agli adepti di altre fedi né italiche né lumbàrd, è scivolato in una gaffe che rischia di alienargli qualche simpatia tra i suoi compagni di fede (politica). Volete infatti che proprio a Pontida, capitale morale del leghismo duro e puro, non ci siano coppie che a suo tempo seguirono l’esempio luminoso di due stelle di prima grandezza del firmamento leghista come Roberto Calderoli e Roberto Castelli, protagonisti, specialmente il primo di memorabili sponsali di rito, per l’appunto, celtico? Tanto più che, come raccontò, la sposina di Calderoli, all’anagrafe italiana Sabrina Negri, la fatidica decisione di comparire davanti al druido piuttosto che davanti a un banale prete, venne presa (da lui, ovviamente, perché certe cose possono venire in mente solo agli uomini) proprio sull’altrettanto fatidico pratone del raduno di Pontida, subito dopo il sermone di Umberto Bossi?

Era il 1998 e la Lega Nord, a caccia di antenati come si deve, aveva scoperto i celti. Non la cultura di Villanova, gli insediamenti di Hallstatt, i campi di urne di La Tène e tutte quelle cose là che si trovano nei libri e dentro i musei, ma i galli, i britanni, i boi e i cimbri che facevano sputare sangue ai latini e ogni tanto si spingevano verso Roma, già allora ladrona. Oppure quelli come Braveheart, che per Bossi comparve al cinema come una sacra epifania con la faccia e i muscoli di Mel Gibson. In questa temperie anche il matrimonio celtico ci poteva essere.

E ci fu. La bella Sabrina, di primo acchito, era un po’ perplessa e al suo Roberto chiese: ma tu lo sai come si sposano i celti? Certo che no. Sui celti sappiamo moltissimo, sui loro costumi, i loro dei, le loro armi, il loro modo di fare la guerra, tutti nudi e con la pessima abitudine di attaccare alle redini del carro le teste mozzate dei nemici legate per i capelli, cosa che faceva inorridire Giulio Cesare. Sappiamo pure da Diodoro Siculo che i giovani prima e dopo le battaglie amavano giacere nudi insieme sbevazzando e trastullandosi tra di loro “ancorché le celte siano molto graziose”. Ci sono molte testimonianze sul ruolo importante e sulla libertà di cui godevano le donne in famiglia, sull’educazione dei giovinetti, ma non c’è neppure una sola descrizione delle cerimonie nuziali. Si sposavano, ma come?

E chi lo sa? Nessuno, per cui il matrimonio celtico di Roberto e Sabrina fu gestito con molta fantasia. La cerimonia ebbe luogo nel “castello” del calciatore Gianluca Vialli a Grumello Cremonese il 20 settembre del 1998. Il druido officiante era l’ex sindaco di Milano Marco Formentini, che, in quello che fu probabilmente il momento meno alto di una carriera politica non proprio brillantissima, fu costretto ad arrampicarsi su un albero a procurare del muschio che – così disse lo sposo – nei matrimoni celtici non manca mai. Con una botta di anacronismo comparve anche un pianoforte al quale Bossi si esibì in “Va pensiero”. Poi si brindò con il sidro e gli sposi si scambiarono, invece degli anelli, quattro (perché quattro?) bracciali. C’è da dire che la signora Negri in Calderoli la vicenda la prese con una certa allegria e un filo di autoironia e ancor oggi la rievoca con gusto quando la invitano in qualche tv. Il marito, invece, passato l’entusiasmo cercò di far dimenticare il gioioso evento, anche perché i furori paganeggianti e anticattolici della prima Lega erano intanto sfioriti. E infatti il secondo matrimonio dell’esponente leghista, con la compagna di partito Gianna Gancia, fu molto meno celtico e molto più borghese.

Il rito druidico dell’altro leghista, quell’ingegner Roberto Castelli che è stato addirittura ministro della Giustizia, pur se celebrato da Bossi in persona e alla presenza di Berlusconi, fu molto meno glamour, nello stile scialbo e un po’ triste del personaggio. Anche lui, comunque, rinnegò la botta di celticità andandosi poi a risposare, con la stessa moglie, in chiesa (chissà che cosa avrà pensato il prete).
Che succederà ora agli epigoni pontidesi di Calderoli e Castelli che, pure loro, per scegliere compagni e compagne della loro vita hanno scelto la liturgia celtica? Dovranno pagare la tassa come i gay, gli scomunicati che non sono andati in chiesa, i musulmani e tutti gli altri che il Senatùr, ai suoi tempi d’oro, voleva “fòra da i bal”? Ci ripensi, sindaco Carozzi. Oppure se ne vada, visto che – come abbiamo saputo ieri sera – anche Salvini la trova un po’ eccessivo. Perfino a Pontida.